Mi dicono che non devo scrivere recensioni, perché non le legge più nessuno. Allora ti faccio una promessa. Sì, proprio a te che hai messo gli occhi su questa recensione. Se la leggerai, ci troverai dentro queste cose: come portare sempre con noi le persone che abbiamo perduto; anche i grandi scrittori fanno scherzi stupidi; in che cosa consiste l’essere generosi; qual è il più grande tabù della nostra civiltà. Tutto ciò a partire dal libro scritto da Roberto Ferrucci e dedicato ad Antonio Tabucchi.

Storie che accadono racconta un viaggio in tram attraverso Lisbona. Il protagonista, che coincide con l’autore, è salito sul numero 28, un tram storico della capitale portoghese. Insieme alla sua compagna, Tirsa, ha appena visitato per la prima volta la tomba di Antonio Tabucchi, al Cemitério dos Prazeres, il “Cimitero dei Piaceri”. Così il filo del racconto mette insieme le rievocazioni della lunga frequentazione fra Tabucchi e Ferrucci, sin da quando quest’ultimo era uno studente, quasi quarant’anni fa, alle prese con una tesi di laurea proprio su di lui e su un altro grande autore del nostro tempo, Daniele Del Giudice.

Intermezzo: primo incontro con Tabucchi (e Del Giudice)

«Poi ho aggiunto: Sono un po’ in difficoltà, la ricerca di materiale per la bibliografia mi sta portando via un sacco di tempo. E infatti - dico - sono contento che ci sia qui anche il signor Tabucchi. Lo dico tutto d’un fiato, come a togliermi di torno un pensiero. I due fanno una faccia stranita, poi, con un sorriso Del Giudice esclama: Tabucchi?, con tutta una serie di punti esclamativi e interrogativi agganciati all’ultima vocale e sgranando un po’ gli occhi, anche. Ma quale Tabucchi, ride, questo è Mario, lavora qui alle Poste, è di Grosseto. […] Ed è proprio quando il mio protendermi in avanti risulta ridicolo, tanto da dovermi aggrappare al bordo del tavolino, è in quel momento che i due, entrambi voltati verso di me, scoppiano a ridere, a scompisciarsi quasi, e Mario allunga la mano per dirmi: Piacere, sono Antonio Tabucchi.»

La memoria portatile

La narrazione non procede in ordine cronologico: gli episodi e le tappe di questa lunga amicizia sono rievocati con un criterio spaziale, più che temporale; e nel fare ciò, al di là del contenuto (il rapporto tra uno scrittore famoso e uno più giovane, poi esordiente, poi a sua volta autore affermato), danno anche una rappresentazione di cos’è la memoria, e della sua consistenza portatile (che ci si porta sempre con sé: per esempio su un tram).

Mi ha ricordato, fatte le dovute differenze, il modo di vedere il passato dei Tralfamadoriani, la popolazione aliena inventata da Kurt Vonnegut: non una serie di eventi temporali, ma una specie di paesaggio che si squaderna davanti agli occhi, come una catena montuosa all’orizzonte, dove tutti i ricordi sono compresenti, a chiazze, a zone, e spiccano a seconda di dove si appunta lo sguardo.

Questo libro, pubblicato da poco e più volte ristampato, sta facendo gola ai tabucchiani e non solo, perché non si lascia risucchiare completamente dal suo argomento più in vista (Tabucchi), ma offre una sua proposta artistica ed esistenziale: che farne delle nostre relazioni perdute, quando sembra che la morte delle persone che amiamo le stia sfarinando.

Da queste pagine emerge, senza stucchevolezza, il ritratto di uomo generoso, e anche esigente verso il suo amico scrittore più giovane di lui: perché è con le persone di valore che vale la pena di essere severi. Ferrucci ha avuto modo di incontrarlo deliberatamente e per caso (in puro stile tabucchiano), e ci regala testimonianze inedite, ripescate dai diari, da interviste in video che gli ha fatto quando lavorava come reporter per Tele Capodistria, e anche molte citazioni dai libri di Tabucchi stesso, che però vengono sempre vascolarizzate nel tessuto degli scambi dal vivo, degli incontri vissuti, delle conversazioni fra i due scrittori, degli imprevisti.

Intermezzo: prima visita nella casa di Vecchiano

«Abbiamo sentito un botto provenire dalla strada e poi qualcosa di metallico e pesante strisciare sull’asfalto. Lui scatta subito in piedi e corre fuori, io lo seguo e davanti al cancello, nella posizione in cui mai vorresti vedere un ciclomotore, c’era un Ciao bianco e, poco più indietro, in una posizione altrettanto innaturale - semidistesa, di fianco, le gambe piegate, una all’indietro, l’altra con il piede girato all’interno e che subito immagino rotto -, una ragazza immobile che si lamenta. Tabucchi si china su di lei. Buongiorno signor Tabucchi, dice la ragazza balbettando non so se per la paura o per il dolore o per entrambi».

La lezione del maestro

Il passaggio di testimone, la lezione del maestro, l’andare a bottega da chi ne sa più di noi… Tutte cose che non si fanno più molto; o, se si fanno, si tende a sottacerle: e proprio nel non averle taciute, nell’aver scritto questo libro, anche Ferrucci si è dimostrato generoso, contraccambiando Tabucchi; perché non tutti sono disposti a riconoscere debiti, insegnamenti e soccorsi ricevuti dagli altri, come quando l’autore racconta le circostanze in cui Tabucchi ha agevolato la pubblicazione di un suo romanzo in Francia.

In questi anni, anche Andrea Bajani e Paolo Di Paolo hanno scritto con riconoscenza su di lui. Non mi risulta che un altro scrittore scomparso di recente abbia suscitato altrettanti omaggi e gratitudini spontanee; evidentemente Antonio Tabucchi dev’essersi comportato in maniera speciale, con un’elargizione di sé diversa dagli altri scrittori della sua generazione, nei confronti di quelli più giovani di lui.

Intermezzo: l’editore francese

«Così, titubante e non più in disparte, gli domando come possa dirmi di volerlo pubblicare [il romanzo Cosa cambia, di Roberto Ferrucci] senza averlo ancora letto. Lui mi guarda serio, per nulla dentro all’allegria di poco prima, tace per qualche secondo, temo di aver fatto la più stupida delle domande, e senza staccare i suoi occhi dai miei, mi dice che in letteratura sono importanti i libri, certo, gli autori, ovvio, ma più importanti ancora sono la stima, la fiducia e l’amicizia e - aggiunge - Se Antonio Tabucchi mi dice che questo romanzo, lui, fosse in me, lo pubblicherebbe, io lo pubblico, e finalmente sorride al suo nuovo autore, che ha appena ricevuto una delle più belle e indimenticabili lezioni di letteratura e editoria».

Scrivi!

Il maestro, anche quando incoraggia, non blandisce ma sprona. Una delle sue frasi più ricorrenti è: «Scrivi!». Tabucchi, nei confronti di Roberto Ferrucci, è quasi un persecutore benevolo, arriva perfino a infilargli i suoi moniti nei taccuini, fingendo di voler provare una penna stilografica nuova. Un giorno, Ferrucci apre il suo quadernetto privato, e strabuzza gli occhi quando ritrova quella grafia inconfondibile, quell’ennesimo imperativo-leitmotiv, quel punto esclamativo: «Scrivi!»

Si esce da Storie che accadono con una gran voglia di leggere o rileggere tutti i libri di Tabucchi (e anche quelli di Ferrucci), e con una commozione fisica, in un climax emotivo che si intensifica nelle ultime pagine. O almeno, questa è stata la mia esperienza di lettura, io che pure non ho avuto la fortuna di frequentare Tabucchi di persona (l’ho incrociato una volta a Parigi, fugacemente, negli uffici di una casa editrice).

Ferrucci è imbattibile nell’edificare un monumento sentimentale adulto, senza sentimentalismo. La sua scrittura è una sistematica fuga dalla retorica, dal kitsch: le sue affermazioni sono sempre caute, smussate da incisi, da incertezze onestamente dichiarate, mai roboanti: una delle parole più ricorrenti è «forse», la più rappresentativa del suo modo di affermare, di asserire, di attestare. Ferrucci non schiaccia mai le parole (e il lettore) sotto affermazioni perentorie, non pretende di stabilire una verità intransigente, nemmeno quando ne è lui il detentore (infatti ci sta raccontando tutte cose di prima mano, gli incontri a tu per tu e le cene improvvisate nella casa di Vecchiano, sui tavolini dei bar a Venezia, nei festival e convegni in Italia e in Francia).

Intermezzo: raccontare come nessun altro

«Avere un tema, mi dice, una storia e saperla raccontare come nessun altro la racconterebbe, è questo a fare di te uno scrittore. Perché se quella storia la racconti come farebbe il tuo vicino di casa, allora no, non sei uno scrittore».

Il tabù della fusione

Tabucchi, in questo libro, non viene solo descritto e raccontato, ma anche molto citato; Ferrucci lo fa in una maniera speciale, inglobando simbioticamente anche le parole scritte dallo scrittore lucchese, estrapolate dai suoi libri: non le stacca in paragrafi separati, con un corpo tipografico rimpicciolito o un rientro laterale del paragrafo (come si fa solitamente, e come fa Ferrucci stesso in questo libro quando cita testi di altri), e nemmeno le recide, con le virgolette, dal resto del testo: le inserisce nel flusso delle sue frasi, dentro la narrazione, limitandosi a evidenziarle in corsivo. Anche questo è un elemento che mi ha toccato, perché esprime uno slancio opposto a un presupposto fondamentale della nostra civiltà e, direi quasi, della nostra vita sulla Terra: il tabù della fusione fra le persone.

Noi italiani veniamo dalle recenti celebrazioni per il settecentenario dantesco. Qual è la rivelazione primaria che Dante ha riportato dal suo viaggio nell’aldilà? Il “noi” è impossibile, non lo realizzeremo mai, non ci fonderemo senza riserve gli uni con gli altri, nemmeno di fronte a Dio, neanche sotto la sua giurisdizione assoluta. Resteremo irrimediabilmente separati, individuati, ciascuno con la sua storia personale: perfino in Paradiso non ci si scioglierà in Dio; ognuno conserverà memoria di ciò che è stato, ire e risentimenti compresi. Eppure, la tentazione eretica di far parte di un’anima collettiva, un’unica anima condivisa da tutti gli esseri umani, non deve aver lasciato indifferente Dante, se il suo sostenitore, Averroè, non viene tormentato all’Inferno ma semi-salvato nel Limbo.

E allora, questo libro che racconta pudicamente la pudica e profonda amicizia letteraria tra Antonio e Roberto, e che ce la oggettiva sulla pagina come un amalgama di testi, una coappartenenza di frasi tabucchiane e ferrucciane, ci consegna un lascito importante: quello della fusione possibile fra le persone, o perlomeno la fusione che ci è dato esperire nella vita. È questa la più preziosa delle storie che accadono in questo libro: un’utopia esistenziale, un sogno di fusione vissuto a occhi aperti, che si è realizzato davvero fra due uomini, fra due scrittori così diversi eppure così in sintonia.

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