Per spiegare la poetica di Berlinde De Bruyckere, nata nel 1964 a Gent, in Belgio, dove vive e lavora, si è spesso ricorso ad alcuni dati biografici come l’essere figlia di un macellaio e di essere cresciuta in un contesto cattolico. Seppure abituata fin da piccola a vedere quarti di bue trasportati a spalla e camici insanguinati, l’artista ha sempre detto che il mestiere del padre non ha avuto peso sulla scelta dei temi del proprio lavoro. Più complesso e profondo è, invece, il rapporto con la religione.

Durante l’infanzia, dall’età di cinque anni, ci racconta, ha vissuto in un collegio cattolico. «Il mio primo approccio con l’arte è avvenuto guardando le espressioni della creatività religiosa. Quando mi portavano nella cappella dell’istituto, la mia attenzione non era attratta da ciò che si diceva o si faceva, ma dalle sculture dei santi. Non mi interessava tanto che persone rappresentassero, ma il fatto che quegli oggetti fossero lì, come delle presenze. Questo ha inciso profondamente sulla mia sensibilità di bambina. Mi ha insegnato ascoltare certe storie e poi vederle dipinte o scolpite. Mi sono rimaste dentro».

Nei primi dieci anni di carriera, confida, non ha mai attinto a questo serbatoio di immagini. Poi, iniziando a lavorare sul tema del corpo sofferente, alla fine degli anni Novanta, è stato inevitabile tornare a guardare i grandi maestri. «Basta visitare uno dei vostri meravigliosi musei italiani per farsene un’idea. Quante opere leggono, attraverso la religione o la mitologia, i temi della vita e della morte? L’arte dei grandi maestri è come un gancio a cui appendo la mia e che mi permette di capire di più».

Realizzare la passione

La De Bruyckere ha assorbito, dal cattolicesimo, il desiderio di offrire qualcosa che possa dare speranza, mostrando qualcosa di bello e, allo stesso tempo, difficile. «Penso alla Pietà di Roger Van Der Weyden, che lui dice aver dipinto per permettere alle persone di piangere la perdita di una persona cara. Anche io, in fondo, voglio fare qualcosa del genere». Ma il tema della carne, della sua sofferenza e della sua redenzione è tipico della sensibilità e dell’arte cattolica. Se c’è una salvezza, questa deve coinvolgere non solo lo spirito, ma anche il corpo dell’uomo. Se c’è una resurrezione, questa deve riguardare anche la carne. E il corpo di Cristo, prima crocifisso e poi risorto, è immagine del destino di qualunque altro corpo.

Chi si immagina Berlinde De Bruyckere come una sorta di dark lady, costantemente immersa in pensieri di morte, si sbaglia. Al suo vocabolario non mancano parole come “gioia” o “felicità”. Quando le chiediamo della sua vita di artista, spazza ogni dubbio: «Mi sento privilegiata a fare un lavoro che mi costringe a riflettere su temi così importanti e legati alla vita. Sono una persona felice. Ho una famiglia fantastica. Ma nel mio lavoro faccio ciò che mi aiuta come essere umano. Ed è molto bello ricevere le reazioni di chi, a sua volta, si è sentito aiutato». A sostenere la sua energia creativa, confida, è il contatto con le altre persone. La gioia di andare ogni mattina nel suo studio e mettere alla prova le sue idee. «Non sempre tutto va come penso debba andare. A volte fallisco. Ma resta la gioia di sentirmi circondata da persone che con me provano a realizzare la mia passione. Ad aiutarmi, però, è anche ciò che vedo nel tragitto per andare nel mio studio, o nei telegiornali, oppure sui libri della mia biblioteca. Sono tante le fonti di ispirazione».

Gola di angelo

In attesa dell’esposizione prevista a Palazzo Pitti di Firenze nel 2022, in questi giorni l’artista belga è impegnata in una mostra antologica al Museo Bonnefanten di Maastricht intitolata Engelenkeel (Gola di angelo), nella quale presenta tra l’altro due nuove opere realizzate durante il periodo della pandemia: Arcangelo e Sjemkel. Sono figure femminili, in piedi su un basamento di legno grezzo, coperte da un manto di pelle di mucca che lascia scoperte le gambe nude. Le sculture sono realizzate con cera, resina e pezzi di cuoio autentico.

«Quando da ragazza ho visitato le chiese di Roma mi avevano colpito queste creature meravigliose poste all’esterno degli edifici», spiega: «Le sentivo molto significative, sia per il tema in sé, sia per il rapporto tra figura e architettura. Ne avevo fatto qualche disegno e collage. Raccoglievo delle piume e le attaccavo su carta nera molto lucida. Ma non avevo mai provato a farne delle sculture».

Queste figure, quasi fantasmatiche, assomigliano molto a un altro suo ciclo di opere realizzate alla fine degli anni Novanta, in cui corpi femminili in posizione eretta, realizzati in cera, erano nascosti sotto pesanti coperte colorate. Era la prima volta che, nel lavoro dell’artista, compariva la figura umana, poi diventata uno dei temi chiave della sua poetica. L’idea era realizzare uno spazio intimo, dove restare soli, isolati, con i propri pensieri e le proprie sensazioni. «È stato interessante notare la reazione delle modelle che posavano per quelle sculture. Dicevano che non erano assolutamente a loro agio sotto le coperte. Non avendo la possibilità di vedere chi le stava guardando si sentivano ancora più nude che se non fossero state completamente visibili. È la relazione che c’è tra me e te che rende tutto più complicato».

La forma esterna, la silhouette di quelle donne nascoste dalle coperte, è molto simile agli angeli della mostra di Maastricht. «Ma quando le vedi dal vivo – spiega – capisci che ciò che appare come una tenda o una coperta in realtà è cera modellata da uno stampo fatto di pelle di mucca. All’inizio c’entrava il mito di Marsia, il satiro che avendo sfidato Apollo a chi fosse più abile nelle arti viene scorticato per la sua superbia».

Come angeli

L’idea dell’angelo è venuta alla De Bruyckere quando un giornalista belga, all’inizio della pandemia, le ha chiesto quale fosse l’opera d’arte che le sarebbe piaciuto avere in casa in un momento in cui i musei erano chiusi e non si poteva avere un contatto diretto con l’arte. «Ho iniziato a guardare tra i miei libri. Sfogliandone uno su Giorgione, che amo moltissimo, ho trovato un dipinto che non ho mai visto dal vero. Un Cristo morto sorretto da un angelo, che si trova in una collezione privata negli Stati Uniti».

Una tela quadrata occupata per la maggior parte dal torso nudo di Cristo. Dietro c’è un angelo dalle grandi ali che lo sta reggendo. La luce arriva dal lato e le guance dell’angelo sono lucide. «Ecco l’immagine che stavo cercando!», racconta, «mostrava ciò che vedevo succedere attorno a me. Persone che soffrivano e persone, negli ospedali, che cercavano di dare aiuto. Era un momento in cui tutti ci ponevamo tante domande. Non sapevamo che cosa fare, non sapevamo che cosa fosse giusto. C’era molta paura, eravamo spaventati gli uni dagli altri. Ma, nello stesso tempo, vedevo persone che davano il massimo per fare il possibile per aiutare chi ne aveva bisogno. Ai miei occhi quelle persone erano diventati angeli. Ho pensato che fosse il momento di affrontare quel tema».

Il senso di speranza

Gli angeli della De Bruyckere sono lontani dall’iconografia classica. Le figure, posate su un alto piedistallo, suggeriscono, sotto il pesante mantello di pelle, la presenza di sporgenze che potrebbero essere delle ali. Non c’è la bellezza asessuata dell’arte dei grandi maestri, non c’è narrazione. Il volto è nascosto, come in tutte le figure umane realizzate dall’artista. Il motivo dell’assenza del volto è che il viso, la sua pettinatura sono legati alla moda del momento, mentre il corpo nudo è qualcosa di universale.

«Coprire le figure mi ha permesso di fare immaginare le ali. È qualcosa di molto più intimo. È molto più legato al senso di speranza. C’è l’idea che queste creature possano essere in grado di volare. Il modo in cui posiziono le sculture sulla base è anche pensato per non rendere chiaro se stiano volando via oppure stiano per posarsi a terra. È qualcosa che devi sentire tu, non qualcosa che decido io. Desideri che se ne vadano, oppure che vengano ad aiutarti? Oppure vuoi che vadano da qualcun altro?».

Metamorfosi

Ripercorrendo la carriera della De Bruyckere appare chiaro che la figura umana è a tema anche quando ad essere rappresentati sono tronchi d’albero o corpi di cavalli stremati. «Nel 1999 ho lavorato al Museo In Flanders Fields di Ypres, interamente dedicato ai fatti della Prima guerra mondiale. Lì ho esposto cinque ritratti di cavalli morti a grandezza naturale, realizzati cucendo pelle vera. La forma di quei cadaveri è una metafora della morte molto potente. Rendeva bene l’idea che si tratta di qualcosa di più grande della misura del nostro corpo. Dopo aver visto un’opera del genere, guarderemo un corpo sofferente in modo diverso».

Di membra sofferenti e straziate tratta la serie Into One-Another del 2011, in cui l’artista inizia a fondere insieme pezzi di corpi umani nudi realizzati in cera, in modo che ogni parte sembri crescere dall’altra. Il tema è ripreso successivamente anche usando i cavalli. È certamente una metafora sessuale, ma per l’artista ha a che fare anche con il processo di metamorfosi: «Si tratta di qualcosa che viene fuori da qualcos’altro e che diventa più grande e più importante».

Elementi fragili

Ciò che destabilizza di più nell’opera di De Bruyckere è che il tema della morte e della sofferenza del corpo è intrecciato indissolubilmente con quello della bellezza che, nelle sue intenzioni, appare necessaria per affrontare il decadimento, la rabbia e la paura.

«Se faccio leva sulla bellezza, utilizzando materiali belli, soffici e flessibili come coperte, pelle di cavallo o cera, riesco ad andare più a fondo e raggiungere una maggiore intensità. Se per le mie sculture usassi il bronzo o il ferro fuso, che sono elementi freddi, lo spettatore sarebbe allontanato dal tema. Mi servo di ciò che alla gente piace toccare. Elementi fragili».

La dimensione di bellezza  è legata anche al silenzio, «che è ciò che sopravviene subito dopo il momento incomprensibile della morte. Dopo la sofferenza di un corpo, anche in un cavallo, c’è una pausa silenziosa, che è molto di aiuto per provare a capire e ritrovare la calma. Gli ultimi momenti della vita sono i più difficili, senti che non vuoi andartene e che vuoi continuare a vivere. Possono essere momenti di lotta, anche di aggressività. Ma quando tutto è finito, arriva il silenzio. Molto spesso nelle mie opere si può vedere, contemporaneamente, la lotta e la calma».

La sofferenza che ci attende

Ma l’aspetto più scandaloso di questi lavori emerge là dove la bellezza si fa sensuale e si contamina con il senso della fine. Eros e Thanatos. Di questo carattere del proprio lavoro De Bruyckere è consapevole. «Con Thanatos c’è il silenzio, mentre con Eros c’è la passione e la vita. Sono l’uno l’opposto dell’altro, ma entrambi sono radicati in noi in modo profondo. Pensiamo sempre alla vita e all’amore, ma anche alla morte. Non è una dualità che mi interessa far emergere in modo intenzionale. Appare perché proviene dalla parte più profonda di me».

Tutti soffriamo, tutti moriamo. E tutti ne siamo consapevoli. Ma l’arte non dovrebbe dire qualcosa che non sappiamo già? Eppure affrontare un tema del genere è toccare l’uomo sul vivo. Rigirare il dito nella piaga. Se non sappiamo perché moriamo è difficile darsi una risposta sul perché viviamo. A nessuno interessano le risposte sbrigative. Trattare il tema della morte è mettersi al cospetto del grande mistero della vita.

Morte e morbidezza

Qualche settimana fa, la De Bruyckere ha collocato in una piccola cappella di Gand una scultura, Honte (2018-2019), che raffigura un puledro vissuto solo un giorno adagiato su una grande roccia.

«Il lavoro era illuminato dalla luce naturale che entrava da una vetrata. All’inaugurazione molte reazioni sono state di stupore. Dicevano: “È così bello…”. Eppure ci si trovava davanti alla figura di un cucciolo morto. La natura ha creato qualcosa di meraviglioso e, dopo appena ventiquattro ore, lo ha privato della vita».

L’animale, spiega l’artista, giace su una grande pietra. «Io vedo questo dialogo tra il masso che ha impiegato millenni per formarsi e il fragile e meraviglioso animale vissuto poche ore, disteso con gli occhi chiusi con le zampe anteriori sul muso, come a proteggerlo. Non mostra segni di sofferenza, tanto che qualcuno ha pensato dormisse. Mi piace che la posizione dell’animale insinui questo dubbio: è morto o dorme? Dipende, forse, da una certa gentilezza che cerco di dare alle mie sculture. Ma più che gentilezza, direi morbidezza».

Analogie

D’istinto, l’opera di De Buyckere viene da accostarla ai “sacchi” di Alberto Burri e ai corpi di Francis Bacon. «A Burri penso che mi accomuni il senso di fragilità che comunica il materiale usato, anche se le opere recenti realizzate con le coperte vengono da un’altra idea».

Dopo averle usate come immagine di rifugio e protezione, nell’ultimo decennio l’artista ha provato a lasciarle all’aperto per mesi o anni, in modo da esporle agli agenti atmosferici. «La natura è la mia operaia silenziosa. L’uso di questo tipo di tessuti si adatta meglio al mio modo di pensare di oggi. Il tempo ha trasformato il materiale. E anche il modo in cui lo intendo io. Il contesto sociale è completamente cambiato rispetto agli anni Novanta. Oggi non siamo più in grado di proteggere le persone, di offrire loro un aiuto. Abbandoniamo e lasciamo morire chi attraversa il mare».

Il paragone con Bacon accompagna da anni De Bruckere che, ci confida, non apprezza particolarmente l’opera del grande pittore inglese. «All’inizio ne ero infastidita. Ma il fatto che continuassero ad accostarmi a lui mi ha portata a domandarmi se esistesse davvero un rapporto. In effetti abbiamo diverse cose in comune». Una di queste, spiega, è torcere i corpi, deformarli. L’altra è il modo di raffigurare la pelle e la carne. «Ma c’è anche un altro aspetto: Bacon presentava i suoi quadri dietro vetri e con grandi cornici d’oro. Penso perché i temi sono così forti e diretti che sentiva il bisogno di porre qualcosa tra l’opera e lo spettatore. È un po’ quello che faccio anche io con le teche per proteggere i cavalli o i corpi umani. È un filtro tra chi guarda e la fragilità della scultura».

Firenze

C’è poi un altro artista a cui De Bruyckere sente di dovere molto: il pittore tedesco del Cinquecento Lucas Cranach il Vecchio. Per un lungo periodo, racconta, ha fatto disegni dai suoi dipinti, interessata al modo in cui deformava le figure e alla maniera in cui rendeva i toni delle carni. La qualità pittorica delle sue sculture, dice, viene da lui.

«Un altro artista che ha inciso sulla mia poetica è Pier Paolo Pasolini. La serie Into One-Another è nata dal fatto che con il mio team stavo lavorando attorno alla sua opera per trovare aspetti da tradurre in scultura. Di lui mi piace il fatto che lavorasse con gli amici, gli amanti, con la sua stessa madre e li facesse recitare nei suoi film. È un po’ come si lavora nel mio studio, dove siamo diventati una grande famiglia. Ci frequentiamo, conosciamo figli di ciascuno, ci vogliamo bene e ci aiutiamo. È un modo molto bello di lavorare, anche se impegnativo. Non ho solo la mia famiglia, ho qualcosa di più grande di cui prendermi cura. Il lavoro nello studio non è solo svolgere la tua mansione, ognuno si prende carico delle opere che nascono, come cose reali, non come delle favole».

Il prossimo grande progetto è quello di una mostra a Palazzo Pitti, negli spazi degli Uffizi. La mostra è prevista per il 2022. Per lavorare al progetto De Bruyckere dovrà venire diverse volte a Firenze. «Alcuni miei lavori nascono in relazione all’opera degli antichi maestri, altri no. Mi interessa capire se in queste ultime mie opere c’è una connessione con i capolavori del passato. È un’opportunità che capita raramente nella vita e voglio dare il massimo».​​​​​​​​​​​​​​

© Riproduzione riservata