Il padiglione tedesco dentro è tinteggiato di un verde menta molto simile a quello del padiglione della Federazione russa. Non è un caso: è il colore di cui erano dipinte le caserme della Ddr, a cui Henrike Naumann, una delle due artiste che è stata scelta per firmare l’esposizione che la Bundesrepublik porta a Venezia insieme a Sung Tieu in Ruins, si è ispirata per scegliere lo sfondo del suo allestimento. Ma l’artista di Zwickau, nell’ex Germania est, non vedrà mai il suo progetto realizzato: il cancro l’ha uccisa a febbraio, pochi giorni dopo il primo compleanno di sua figlia. 

A portare a termine produzione e installazione è stato un gruppo di lavoro a cui ha contribuito anche il suo compagno Clemens Villinger: «Da gennaio siamo passati a lavorare in un grande collettivo con tante amiche e amici che hanno collaborato ad alcune parti dell’opera perché le sue forze non bastavano più» dice lo storico a Domani. «Per Henrike era importante che lavorassero con lei persone che conoscono bene lei e il suo lavoro, in modo da poter prendere per conto proprio anche decisioni sui dettagli». L’accoglienza del lavoro da parte della stampa specializzata è stata positiva, ma Villinger aspetta la reazione del pubblico: «Henrike era solita passare del tempo davanti alle sue opere per parlare con i visitatori, cosa che farò anch’io per sapere cosa ne pensano». 

Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin

Mondi paralleli

L’installazione The inner front è divisa in due: mentre il muro sinistro è occupato da un diorama che riproduce stanza ispirata al dopoguerra che si è vissuto nella Germania ovest nello stile del Neues Deutsches Design, a destra un murale è rappresentativo dello stesso periodo nella Ddr, rappresentato in stile real-socialista. «Nella sua produzione Henrike ha sempre usato mobili, cioè forme che tutti capiscono, perché tutti hanno dei mobili a casa. Un modo per portare negli spazi d’arte persone che magari non la frequenterebbero altrimenti» continua Villinger. 

Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin

Le disposizioni dei singoli elementi dell’opera erano già decise, con qualche eccezione. «Abbiamo dovuto decidere su qualche sequenza. Henrike rifletteva spesso su come “tradurre” in mobili certi momenti storici. Un modo di pensare lontano per me che sono uno scienziato – spiega Villinger – ma che ho trovato interessante: la cosa bella è che ho potuto decidere qui sul posto e quando ho visto gli oggetti da piazzare avevo perfettamente presente cosa intendesse lei». Il binomio storia-arte oltre che nella sua vita privata di Naumann e Villinger torna anche nella storia del padiglione tedesco: la prima versione del 1909 è stata modificata nel 1938 dai nazisti. Dopo la guerra sono state rimosse le insegne del Reich, l’aquila nazista e le svastiche, ma alla fine per ragioni economiche il padiglione mantenne le quattro colonne rettangolari che sostengono l’architrave realizzate da Ernst Haiger per offrire al regime un ulteriore luogo di autocelebrazione. Dopo la riunificazione si tornò a discutere di abbattere il padiglione per ricostruirlo, ma alla fine si decise soltanto di restaurarlo. E così oggi ci si ritrova con un padiglione dall’architettura nazista dipinto nel colore delle caserme sovietiche. «Ma anche l’esperienza sovietica è in qualche modo conseguenza del nazionalsocialismo, quindi tutto si tiene» osserva lo storico. 

Per Naumann e Villinger però è sempre stato «il boss finale». Quello dei videogiochi, la definizione da enciclopedia dell’arte di stato. Che nella Ddr l’artista ha potuto toccare con mano: suo nonno, Karl Heinz Jakob, era un famoso pittore della Germania est. A un suo lavoro è ispirato il murale rielaborato con intarsi di legno e stoffa imbottita. Quest’esposizione è il suo modo di sconfiggere il boss? «Se Henrike avesse visto il lavoro avrebbe risposto di sì» dice Villinger. «È sempre stata molto interessata agli spazi con un grande significato storico e all’interpretazione artistica che se ne può dare. Ha lavorato al Bundestag, nella stanza dove è stato firmato il contratto della riunificazione. Tutte le strade portavano a Venezia, dove forse non ha voluto sconfiggere il padiglione, ma dargli una seconda vita». Anche perché di Germania est nel padiglione non si è mai parlato.

Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin

Il paese in una stanza

Nella prima parte del dopoguerra, infatti, le esposizioni hanno riguardato soprattutto quella che i nazisti definivano arte “degenerata”. Più avanti c’è stato spazio per quella contemporanea, mentre la Ddr esponeva altrove. Ora, le due Germanie si ritrovano in una stanza sola. Oltre ai due lati che rappresentano est e ovest, il visitatore alle spalle si trova un “muro di glifi”, una raccolta di oggetti «attraverso cui Henrike racconta l’archeologia della contemporaneità».

Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin
Henrike Naumann, Die Innere Front, 2026. Courtesy the Artist. Foto: Jens Ziehe, Berlin

Di fronte a chi entra è appesa una cortina di ferro, una tenda di cotta di maglia: «Rappresenta il 1990, ma anche il rapporto tra dentro e fuori, visto che la tenda protegge chi sta dentro dallo sguardo di chi c’è fuori. Henrike era interessata a capire cosa c’è dopo la caduta della cortina, indagare se viviamo in una nuova fase pre-bellica» spiega il compagno di Naumann.

L’esempio tangibile di una fase che da pre-bellica è passata già alla guerra aperta c’è, ed è l’Ucraina. «Il conflitto l’ha colpita molto: la tenda è un’immagine che torna. Se durante un bombardamento esplodono i vetri delle finestre, vengono risucchiate fuori anche le tende e si perde la loro funzione protettiva, da dentro e da fuori» dice Villinger. E, a fronte di una sensibilità simile per guerra e propaganda, cosa avrebbe pensato della scelta di invitare gli artisti russi? «Lei stessa si è chiesta se da artista rappresentata nel padiglione avrebbe dovuto considerarsi “artista di stato”. Anche se ovviamente è stata libera nella scelta del contenuto, c’è un livello di rappresentazione del concetto di nazione. Henrike non si intenderebbe come persona nazionalista, ma come qualcuno che si chiede come le persone si inseriscano nei contesti, in che rapporto sono fra loro il quotidiano e lo straordinario». Lo spunto è sempre la Ddr: «Il cambiamento nella Germania est è arrivato dal basso, dalle persone sul divano in soggiorno. Henrike si è sempre chiesta in che contesto vivono le persone che improvvisamente diventano rivoluzionari? Come elaborano la rivoluzione a casa loro?»

E, di conseguenza, il dubbio sulla vita degli artisti che espongono al padiglione russo: «Come si sistemano queste persone in una dittatura come lo è oggi la Russia? Come si raccontano quello che fanno, come si giustificano di fronte a loro stessi? E come arredano le loro case?» 

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