La cantante gallese si è spenta a 75 anni. La sua hit degli anni Ottanta «Total eclipse of the heart» è stata il simbolo di quell’estetica e lei l’ha accettata come uno dono: ai concerti, tutti andavano solo per quel pezzo, ma si fermavano per tutto il resto
Basta una canzone per diventare una star, ma se fosse facile ci riuscirebbero tutti. Le radio di tutto il mondo oggi suoneranno «Total eclipse of the heart», una delle ballate rock più riconoscibili degli anni Ottanta, e chiunque la ascolterà penserà «ecco chi la cantava». Così Bonnie Tyler, di cui in pochi ricordano il nome ma quasi tutti la voce piena che riempie la parola heart ad ogni ritornello, tornerà in vita nella memoria collettiva, anche se è il giorno in cui la musica le dice addio.
Gallese, nata Gaynor Sullivan a Swansea nel 1951, Bonnie Tyler è l’epitome dell’estetica della sua decade di riferimento: capelli biondi cotonati, trucco pesante e voce potente, distillati in un videoclip con molta macchina del fumo.
La canzone sull’amore perduto è stata fondamentale, l’interprete giusta l’ha riempita e la potenza di Mtv ha fatto il resto. Il video, girato in un manicomio abbandonato del Surrey con atmosfere gotiche di colombe in slow motion, candele, tende che sventolano, è stato per settimane in rotazione sul neonato canale musicale.
Così il pezzo che ha dato l’immortalità a Bonnie Tyler – prima posizione nella Billboard Hot 100 negli Stati Uniti e in Inghilterra con oltre 13 milioni di copie vendute per l’album Faster than the speed of night – è anche tra le prime canzoni che vengono in mente al karaoke per chi ha buoni polmoni e sa che serve un ritornello indimenticabile che si mangia la lunghezza delle strofe, se si vuole coinvolgere il pubblico.
dopo l’Eclissi
La sua interprete non è sopravvissuta a quel picco, o meglio è entrata nell’affollata famiglia degli one-hit wonder, gli artisti che hanno avuto una hit mondiale e poi sono rimasti intrappolati in quel loop spaziotemporale che non permette né di evolversi in altro, né di duplicare quel successo.
In realtà, senza eguagliarne le vette ma perpetuando lo stile, gli amanti del genere ricordano di lei almeno altri due successi, It’s a Heartache», e «Holding Out for a Hero», finita anche nella colonna sonora di Shrek. Eppure, in cinquant’anni di carriera, Tyler non ha mai smesso di produrre album né di andare in tournee, riempiendo music halls e locali grazie alla sua canzone simbolo: Il pubblico arriva per quella, poi rimane per tutto il resto. Dove tutto il resto è il gran mestiere di una performer capace di fare il suo lavoro e di farlo con la grazia di chi l’ha imparato quando la musica era ancora il grande collante che teneva insieme le generazioni. Quando, insomma, se si era famosi lo si era per davvero e non servivano social e balletti su Tik-Tok perché il proprio pezzo suonasse in tutto il mondo.
A differenza di altri artisti che hanno finito per odiare il loro più grande successo, Tyler è stata una professionista anche in questo: «Adoro suonare Total Eclipse Of The Heart, è il mio biglietto da visita», un biglietto da visita che l’ha portata sul palco dei Grammy nel 1984 e che le ha cambiato la vita, per cui «la includo sempre nella scaletta perché le persone vogliono sentirla ed è il lavoro più facile», ha raccontato in un’intervista alla rivista musicale Renownedforsound, «gli chiedo se sono pronti e loro cominciano a cantare: Turn around».
Così ha fatto sempre nelle performance live: lei chiede se il pubblico è pronto e quello sa cosa fare. Il coro «turn around» lo intonano i fan, lei li segue. É quello che fanno i tormentoni: bastano le prime due note al pianoforte e tutti sanno subito quando attaccare. E se Bonnie Tyler – come è stato nell’ultima parte della sua vita – ha meno voce rispetto al disco non importa, perché ci sono migliaia di persone a sostenerla nel ritornello.
Anche di questo sono fatte le dive e, nel giorno in cui se ne è spenta un’altra, tutti torneranno a canticchiare che c’è «un’eclissi totale del cuore».
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