Tifavo Inghilterra perché mi piaceva fare il bastian contrario; tifavo Inghilterra perché così dopo avrei potuto andarmene a letto senza sentire i caroselli dei clacson fino all’alba; tifavo Inghilterra perché se l’Italia perdeva avrei potuto continuare a tenere il muso. Così, quando quei figli di puttana hanno sfondato la porta di Donnarumma dopo una manciata di secondi dal fischio d’inizio sono letteralmente saltato sul divano di casa, mettendomi a urlare: «God Save The Queen!».

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Mia moglie e la bambina mi hanno guardato come un matto e mi è venuto da pensare che in fondo quello era il modo in cui mi guardavano sempre, non solo adesso che l’Inghilterra era passata in vantaggio nella finale dell’Europeo a Wembley e io mi ero dimostrato così scandalosamente poco patriottico.

– Papà perché tifi Inghilterra? – mi fece la bambina.

– Non tifo l’Inghilterra, ho apprezzato il gesto tecnico.

Mia moglie si ribellò. – Quale gesto tecnico, scusa?

– Il tiro al volo.

– Ma se ha segnato un difensore con una scarpata.

– E con questo?

– Andiamo, lo sai bene. La palla è entrata in porta, ma sarebbe potuta benissimo finire in curva.

Da lì in poi sorseggiammo le birre in un silenzio incarognito. La bambina sbraitava anche per noi, protestando su questa o quella azione, su questa o quella decisione arbitrale. Urlava all’indirizzo del televisore, come se dall’altra parte potessero sentirla, e ogni tanto si voltava verso di noi, che ce ne stavamo ognuno sul suo bracciolo del divano, stando ben attenti a difendere lo spazio vitale: altro che Chiellini e Bonucci!

Intervalli

Si era messa male per noi, e onestamente non avrei saputo dire a che punto; se prima che arrivasse la bambina, o dopo che era arrivata. Eravamo rinati insieme a lei, in un certo senso, ma era morta la passione. Per anni eravamo stati sovraeccitati, adrenalinici e pieni d’energia senza bisogno di ricorrere al sesso. Era un risultato abbastanza straordinario, a pensarci bene. Quel che può fare e disfare un figlio, costruire e distruggere, avvicinare e allontanare. Anche la partita dell’Italia non andava granché bene. Gli inglesi erano scarsi, ma i nostri leziosi nanetti continuavano a impelagarsi in sterili triangolazioni al limite dell’area avversaria.

Mancini ha spiegato che per segnare devono tirare in porta? – sbraitai.

La bambina si voltò. – Ma non tifavi Inghilterra?

– Trovo insopportabile il tiki-taka se non hai in squadra uno come Lionel Messi.

La bambina non sembrò afferrare la questione, mentre mia moglie, sempre rigorosamente dal suo lato del divano, sbuffò. Durante l’intervallo io andai in cucina a prendere altre birre. Mia moglie invece andò a chiudersi in bagno. Si chiudeva in bagno ogni volta che poteva. Non era solo questione dell’intervallo della partita, lo faceva in ogni cazzo d’intervallo delle nostre vite. Io lo sapevo cosa ci andava a fare, perché una volta le avevo guardato nel telefono. Si faceva le foto sul cesso con le mutandine calate, oppure davanti allo specchio con la maglietta alzata e le tette di fuori, o chissà che altro. Non so a chi le mandava, se a uno solo o a tanti. Non sapevo nemmeno quale opzione preferire, se saperla innamorata di un altro, o semplicemente desiderosa di una scopata. Non mi sentivo tranquillo, ma neanche tradito. In fondo, il telefonino ce l’avevo anch’io.

Verso la vittoria

Cominciò il secondo tempo della finale, e io e mia moglie riprendemmo a trincare. La bambina a poco a poco si era come annichilita, rassegnata a un esito avverso. Non inveiva più contro i giocatori o l’arbitro, e neppure contro quello stronzo di Tom Cruise che se la intendeva con David Beckham, o con baby George che al gol dell’Inghilterra aveva esultato con una boria già adulta. Mi stavo già godendo l’eventualità della sconfitta, quando in una mischia in area in semi spaccata Bonucci riuscì a metterla dentro.

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Il pareggio dell’Italia sembrava il più tipico gol inglese, ma questo servì a poco, mia moglie e la bambina si abbracciarono e saltellarono, andarono a esultare dalla finestra spalancata. Ecco la gioia che temevo fin dall’inizio, l’allegria che mio malgrado aveva preso possesso della casa.

– Papà adesso vinciamo, – mi incitò la bambina.

La guardai scocciato. Un padre non dovrebbe mai guardare una figlia a quel modo, soprattutto se l’Italia ha appena riacciuffato per i capelli una finale.

– Vinciamo chi? – le domandai.

La bambina ci restò male, mia moglie mi fulminò con gli occhi. Vorrei dire: «È che non sono pronto alla felicità, ho imparato che non mi riguarda, e in un certo senso non riguarda neppure il mio paese».

Arrivano i tempi supplementari, con il classico armamentario dell’extra time: la girandola dei cambi, i crampi, i dribbling avventati, i tiri velleitari, le bottigliette d’acqua lanciate da bordo campo, la spinta del tifo a ondate (quando subentra la paura della sconfitta la gente tende finalmente a tacere). Ai rigori sapevo che l’Italia aveva una possibilità concreta di vittoria, per più ragioni: aveva il vantaggio psicologico di essere stata sotto per gran parte della partita; in semifinale avevano battuto ai rigori una squadra più forte; Donnarumma poteva parare i rigori.

– Papà vinciamo? – mi chiese la bambina, ora smaniosa di una conferma da parte mia, di una rassicurazione.

Mia moglie mi guardò di sottecchi, incitandomi a non deluderla.

Sospirai. – Credo che vincerà l’Italia, sì.

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Uscire a festeggiare

Qualche minuto dopo, mentre in televisione sfilavano le immagini di giubilo italiano (che già rimbalzavano come impazzite e rivisitate sui social network: Chiesa che chiama la mamma con Siri, Bonucci e gli sfottò agli inglesi con «Ne dovete ancora mangiare di pastasciutta», le mutande di Immobile, l’abbraccio liberatorio tra Mancini e Vialli, Spinazzola a cavalcioni di Jorginho), mi preparai per portare la bambina in giro a festeggiare.

Con la morte nel cuore, la vidi infilarsi con frenesia il casco e impugnare fiera l’asta del tricolore. Levai dal cavalletto lo scooter, girai la chiave, detti gas. Sapevo che ogni tanto dovevo mettermi a berciare e suonare il clacson cercando un ritmo simile a Seven Nation Army dei White Stripes. Cercavo di mimetizzarmi coi gaudenti, speravo che il mio dolore passasse inosservato.

A un semaforo rosso motorini e macchine si scambiarono colpi di clacson e sorrisi. Negli sguardi di molti c’era come una paura gigantesca, quella di stare festeggiando il niente, quella di essere il niente, seppur bardato di azzurro e bandiere. Ma forse sono io che distruggo i momenti, sono io che voglio a tutti i costi fare il guastafeste, vedere lucidità dove c’è solo smania. In un modo o nell’altro io e la bambina arrivammo sul Gianicolo. Smontammo per vedere il colpo d’occhio della capitale festante nella notte in cui, appunto, “The Football's coming Rome”. Accadde più velocemente di un rigore parato da Donnarumma. La bambina mi cinse la vita.

– Non me ne frega nulla del calcio, – mi disse. – Andiamo a casa.

La guardai, avrei voluto ringraziarla.

– Io tifavo per l’Italia, – le dissi. – Ho sempre tifato per l’Italia, e continuerò per sempre a tifare per l’Italia.

Mi strinse la vita più forte. – Lo so, papà. Io lo so.

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