«Possiamo continuare a fare dei giri in tangenziale per non smettere di ascoltarlo?». Stiamo per imboccare la nostra uscita in autostrada dopo un viaggio di quasi tre ore e il mio fidanzato - fatto piuttosto inedito - non ha fiatato lungo tutto il tragitto. Alla partenza l’avevo convinto ad ascoltare una puntata de “Il dito di Dio”, il podcast di Pablo Trincia e Debora Campanella prodotto da Spotify e Choramedia sul naufragio della Costa Concordia (io ero già arrivata alla quarta puntata) e aveva accettato con una certa svogliatezza. Alla fine non era più riuscito a smettere.

Avrebbe continuato a viaggiare non per il viaggio, che era finito, ma per l’ascolto. È l’effetto che fa Il dito di Dio, la ricostruzione avvincente e penosa della notte del 13 gennaio 2012, quando un’incredibile sequela di errori- alcuni incomprensibili, altri imperdonabili- e di presunzione che appanna la ragione, decideranno la sorte di un gigante d’acciaio, di chi si è salvato, di chi è stato inghiottito nel suo ventre. 

I dettagli

LaPresse

Pablo Trincia è uno che ama i dettagli e le partenze da lontano. Ti accompagna nella storia tra rumori di stoviglie, coltelli che battono sul tagliere, il garrito dei gabbiani. E poi il brusio meravigliato di chi sale a bordo, persone che non hanno viaggiato, altre che hanno viaggiato solo sulle navi da crociera, che possiedono con fierezza la tessera punti come al supermercato.

E poi coppie che festeggiano l’anniversario di nozze, la luna di miele, signore che si sono regalate la crociera per il compleanno, nonni che con i soldi della pensione hanno regalato il viaggio a figli e nipoti, anziani disabili che possono percorrere migliaia di km solcando i mari.

Migliaia di uomini, donne, bambini che vivono per la prima volta l’emozione del lusso, dell’opulenza, del cibo che riempie le tavole, della riverenza dei camerieri. Persone semplici che si sentono improvvisamente agiate, ossequiate. E i camerieri, appunto, assieme al resto della manovalanza delle navi da crociera (più di mille dipendenti ) che ne Il dito di Dio sono pezzi di un ingranaggio famelico e spietato prima e angeli risolutori dopo, quando le stesse mani che tagliavano tonnellate di pollo e macedonia saranno quelle che caleranno le corde delle scialuppe di salvataggio. O che prendono per mano passeggeri disorientati, ragazze con i tacchi alti e uomini con i piedi tagliati dalle stoviglie rotte.

Si sorride, all’inizio, quando alcuni dei superstiti più giovani raccontano l’esperienza ingenua di chi non scendeva neppure nei porti per vedere la città, perché in fondo la vera attrazione era quel parco giochi galleggiante con le piscine, i teatri, gli animatori che facevano innamorare le ragazze. Ci si commuove quando si ascolta chi racconta di viaggi che hanno il sapore della malinconia, coppie ormai anziane, lui che ha lavorato tutta la vita nelle miniere del Sulcis e regala un’ultima crociera alla moglie, che si sta ammalando di Alzheimer.

La storia degli uomini

©Fabiopalli

“Il dito di Dio” non è solo la storia di una nave che affonda. È la storia degli uomini - tutti gli uomini - che scoprono di essere qualcosa che non sanno, di fronte alla paura. L’impatto sullo scoglio, le luci che si spengono, la nave che si inclina e l’incognita del coraggio e della vigliaccheria. C’è un comandante che governava i flutti e si ritrova incapace di accettare l’errore, piegato su uno scoglio, con la camicia asciutta e la coscienza fradicia, paralizzato dalla codardia che non è quella di chi non vuole morire.

È quella di chi non vuole fare i conti con la sua fallibilità. Di chi si aggrappa all’impossibile (il momento in cui chiede che un’imbarcazione di 27 metri traini la nave da crociera in porto è l’emblema della paralisi della razionalità). E poi c’è chi si scopre insolitamente calmo, perché nella negazione della realtà trova un giaciglio caldo (Maria Grazia che invita sua figlia Stefania a finire la seppia con i piselli, mentre la nave ha già iniziato a imbarcare acqua).

C’è la drammatica ed esilarante registrazione della papà sardo che mentre i figli urlano terrorizzati “la nave è rotta” dice che vuole finire il vino, che glielo rimborseranno. E la moglie che lo minaccia, quando lui fa cenno di volerli lasciare soli per andare a recuperare la bottiglia.

Finché a un certo punto il destino è ormai chiaro a tutti- la nave affonderà- e allora si prega, si calpestano gli altri per salire sulle scialuppe, ci si lancia in acqua, si sgrana il rosario. Le famiglia si dividono, ci si perde sperando di ritrovarsi a terra, si telefona e il telefono muto è una sentenza di morte, si chiamano i carabinieri e “aiuto, aiutatemi, ho due bambini!”. Si piange, ascoltando lo strazio di quelle telefonate da una nave che affonda a una caserma sulla terra ferma, con i carabinieri sprovvisti di parole, increduli, incapaci di confortare, forse di capire.

I ricordi

Infine, i ricordi dei sommozzatori, le loro pinne nere, le ricerche nella pancia della nave tra lenzuola e tende che fluttuano nel buio come fantasmi, cercando corpi negli anfratti angoscianti di una città sommersa, popolata da morti che galleggiano addossati ai soffitti, con i loro giubbetti di salvataggio ancora allacciati. E poi i morti che non si trovano, scivolati nel labirinto dei corridoi freddi di una nave morta anch’essa, tra i suoni sinistri dell’acciaio che si piega.

Il dito di Dio racconta quello che della Costa Concordia non si è mai raccontato. O che è stato dimenticato. Troppo presi, tutti, dal narrare le colpe dell’anti-eroe Schettino, ci siamo dimenticati negli anni dei piccoli eroi indiani, filippini, sudamericani che quella notte furono il motore della salvezza, quando i motori d’acciaio erano spenti. Quando la nave “era persa”.

Ci siamo dimenticati del personale che piangeva nel retro dei bar, delle storie familiari, dello strazio di quelle morti sciatte ed evitabili, dei corpi che hanno continuato a fluttuare per mesi e anni, di Macedonia Man, di una papà con la sua  bambina, di Maria Grazia che aveva combattuto contro la malattia e della sua amica del cuore Luisa. Ed è strano pensare a quanto poco si sia documentato a bordo della nave in quei momenti. Erano solo dieci anni fa, ma i telefonini avevano funzioni più elementari, i social erano pochi, sembra passata un’era geologica.

L’ascolto de Il dito di Dio, a tratti, diventa difficile. Capita di piangere, di singhiozzare. Di chiedersi cosa, chi saremmo stati, noi quella notte. La parrucchiera che rinuncia al suo posto sulla scialuppa per far salire i bambini o il passeggero nel panico che passa sopra alla donna sulla sedia a rotelle? Di chiedersi quanto sappiamo dell’invisibile, di ciò che accade sotto la linea di galleggiamento, di ciò che muove ciò che sta sopra. Su una nave da 110 000 tonnellate. Nelle nostre vite, finché non è la paura a rivelarcelo.

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