Dico subito a Raffaele Costantino aka dj Khalab che gli sono debitore. La sera prima, al Jazz:Re:Found, mi sono messo davanti alle casse accanto alla sua consolle e dopo tanto, tanto, tanto, tanto, tanto, tanto tempo ho risentito i bassi dentro la mia cassa toracica. «Ehi, ma esiste ancora questa roba!», mi son detto zompettando distanziato, fuori forma e ubbidiente.

Glielo ripeto ora non appena ci sediamo. Lui, il dj saggio, mi risponde veloce «beh certo il tuo corpo non se lo dimentica». Certo, rispondo, come andare in bicicletta – lo diceva la nonna – o anche come fare l’amore. Diciamo più la seconda che ho detto, no? «Sì», fa lui. E in effetti sono giorni piuttosto belli, good vibrations nonostante controlli e distanziamenti eccetera mamma mia, mamma mia, un festival musicale, sembra impossibile ma ci si è riusciti, si balla, si ascoltano concerti, si parla, ci si incontra. Son venuto quasi alla cieca e ho trovato cose molto interessanti. Comincio da qui.

Non mi ero messo a cercare i pezzi di quelli che avrebbero suonato e ho scoperto dei ventenni ultra underground che suonano da Dio - mi viene in mente Ze in the Clouds, solo per fare un esempio…

Questo festival è l’espressione di un movimento di controcultura che esiste in Italia da tanto tempo. Io ne faccio parte sia dal punto di vista musicale sia culturale; dalla radio ai giornali ma certo soprattutto con la musica che faccio, con l’approccio di ricerca – nella mia musica c’è sempre un lavoro sulle radici ritmiche, che fatalmente poi portano sempre all’Africa e a tutto quello che dall’Africa è stato contaminato con meccanismi violenti come la schiavitù e il colonialismo e altre volte con “sincretismi travestiti” – penso a quelli della religione che a volte paradossalmente è stata uno strumento di riconoscimento reciproco. Penso ai neri in America che attraverso il gospel sono arrivati nelle chiese e attraverso esse hanno incontrato la classe media bianca che li ha riconosciuti come loro pari proprio perché pregavano, trovando in questo ciò che avevano in comune. Allo stesso modo noi continuiamo a seguire la musica africana che è sempre più eurocentrica soprattutto grazie all’Inghilterra e a tutti quei movimenti che dall’Africa sono diventati il blues, il soul, il funk, il jazz e vengono poi mischiati alla componente elettronica. Questo è Jazz Re:Found, è una comunità di persone appassionate a questi temi sia da un punto di vista musicale sia culturale.

Eppure nonostante possa sembrare una “cosa di nicchia” ho apprezzato il superamento del tribalismo musicale e l’idea che si possa a un certo punto anche mettere una cassa dritta… tu ieri sera l’hai messa, poi la toglievi prendendoci per il culo e facendo un gesto tipo “vi piacerebbe eh?”.

Sì. L’idea è: sappiate che abbiamo una serie di codici che contraddistinguono il nostro modo di stare insieme, io ne sono padrone come voi e quindi ci accomunano. La cassa dritta è uno di quei codici, è un entrare/uscire dallo stereotipo e dalla retorica che in senso positivo ci contraddistingue. Sai cos’è importante per far capire che se si vuole si può fare anche quello? La credibilità all’interno del movimento. Credo che ci sia stato per un periodo uno snobismo musicale, l’ho avuto anch’io da giovane, una presa di posizione quasi politica sulla qualità di un genere piuttosto che un altro. Crescendo mi sono reso conto che c’è solo una visione soggettiva, un mondo fantastico nel quale ci si può riconoscere rimanendo aperti. Perché è così che funziona: quando le tue idee sopravvivono al confronto vuol dire che sono abbastanza strutturate per essere portate avanti.

Il tema è come riuscire a comunicare la complessità senza banalizzarla; temo che sia dai tempi degli antichi greci che è un argomento cruciale.

Gli antichi greci erano molto bravi nel farlo, non so cosa sia successo poi nell’involuzione dei tempi…

Parliamo del tuo di tempo, andando a rebours. L’ultima cosa che hai fatto è il tuo disco XY che ha permesso anche a chi era a digiuno di musica africana di cominciare ad ascoltarla, comprenderla e a divertircisi come se tu fossi una specie di mediatore artistico.

Il progetto è stato fatto anche per questo. Tutto quello che faccio è sintetizzare linguaggi differenti per creare di nuovi, la semplice sovrapposizione non crea niente di nuovo – al massimo una cassa dritta con sopra un campione di voce africana, che è esattamente quello che io non voglio. Un giorno parlando con il capo della comunicazione di InterSos, una Ong con cui collaboro per fare arrivare le loro istanze anche al pubblico della musica che è particolarmente sensibile rispetto a questi temi, mi ha raccontato di un campo profughi in Mauritania con 50mila tuareg del Mali; reclamano l’indipendenza dallo stato centrale che naturalmente non li riconosce e ciò ha portato a una lunghissima guerra intestina con infiltrazioni anche di gruppi vicini al fondamentalismo islamico. Quindi si sono rifugiati in questo campo profughi in Mauritania nel quale la visione intelligente e umanistica di InterSos li ha portati a dare spazio e voce alla loro cultura. Così hanno realizzato un centro culturale. In un campo profughi! Un luogo nel quale queste persone si incontrano, scambiano idee, suonano, fanno piccole rappresentazioni teatrali della loro tradizione orale, raccontano storie che vengono tramandate di generazione in generazione senza mai venire scritte.

Cosa che fa naturalmente venire in mente il blues, le piantagioni; certamente non c’erano spartiti…

Assolutamente! Anche perché era un modo per comunicare senza farsi comprendere dagli schiavisti: è stato un formidabile mezzo di resistenza.

A me viene in mente una frase di Beckett meravigliosa, che dice “Quando sei nella merda fino al collo…

…non ti resta che cantare!” Bellissima, sì. Ho sùbito pensato di andare a visitare questo campo profughi, nonostante fosse pericoloso e dopo sei mesi di organizzazione li ho raggiunti e ho trovato una comunità di una ventina di musicisti. Ho iniziato a registrare con un approccio molto ruvido, anche a livello tecnologico, perché volevo che si mantenesse quell’aspetto timbrico originalissimo: le corde delle loro chitarre elettriche sono fatte con i cavi dei freni dei motorini, ciò fa sì che il suono sia molto più distorto, violento e aggressivo, diventando così una caratteristica timbrica unica e non replicabile.

Mi viene in mente la scena industrial degli anni Ottanta, una tradizione che sembra lontanissima, penso agli Einsturzende Neubauten che suonavano pezzi di ferro in un covo ritagliato sotto la Schnellbahn a Berlino, così come il chitarrista maliano usa il cavo della frizione.

Certo, la creatività si sviluppa tantissimo in assenza di mezzi. A me interessava raccogliere i suoni proprio come li sentivo lì. C’erano telefonini che squillavano e io non ho interrotto la registrazione, per il significato di quel suono: per un profugo il telefonino è la valigia di cartone, c’è dentro tutto quello che non possono portarsi via da casa quando ci sono i guerriglieri che sparano alla porta. Quando suonano e non spengono i telefonini io non posso chiedergli di farlo, perché è la loro connessione che avviene però in modo estremamente poetico, a un livello di prossimità molto stretto. Loro comunicano attraverso il Bluetooth, non con il il Wi-Fi. Siamo vicini e ti passo la mia canzone o una mia foto poi tu quando sei vicino a qualcun altro la passerai a tua volta attraverso il Bluetooth. Trovo che questa sia una cosa davvero pazzesca.

Il tuo afro-centrismo non è solo ciò che fai, è anche un punto di vista teorico su cosa sia la musica.

Io ho iniziato ad appassionarmi di questi temi lavorando in un negozio di dischi di Roma che si chiamava Electric Sound, per mantenermi gli studi all’accademia della critica e del giornalismo musicale. La sera facevo il dj nei locali, così, come una cameriera, per 50mila lire…

Che poi naturalmente spendevi nel negozio di dischi nel quale lavoravi…

Ovviamente sì, ma poi ho avuto la fortuna di lavorare con gente come Riccardo Petitti, Luciana Biondi, che mi hanno fatto scoprire quello che succedeva nel mondo. Ero già appassionato di jazz e di hip-hop ma per me voleva semplicemente dire che ascoltavo Miles Davis o Thelonious Monk senza sapere che dagli anni Sessanta erano usciti migliaia di dischi jazz dalla Nigeria al Kentucky.

L’inevitabile sindrome che mi coglie ogni volta che finisco un bel libro: accanto alla soddisfazione c’è la consapevolezza che ce ne sono migliaia di altri che non riuscirò mai leggere. Ogni volta che facciamo una scelta dovremmo renderci conto che stiamo rinunciando a un sacco di altre cose.

Assolutamente sì. Io parlo spesso di verticalità. Io mi occupo di playlist, faccio da 12 anni un programma in radio basato su questo, lavoro con Gilles Peterson alla Bbc. La playlist è una cosa fondamentale, è una storia che parte da A e finisce a Z, e in quella storia dovrai tralasciare la maggior parte di quello che vorresti metterci. È un lavoro di esclusione e non di inclusione, a differenza del pop nel quale si cerca di includere il più possibile. Nel mio caso c’è una specificità, che è quella, non lo so, di un andrologo…

Ahahahah. Ma come un andrologo?

Così, mi piace l’idea di essere l’andrologo della musica.

Un andrologo di fama internazionale… a quest’ultimo tuo progetto è stata rivolta grande attenzione da parte di media autorevoli: il Guardian la Bbc, il Financial Times, il tuo disco precedente è stato il disco dell’anno per Bbc6.

Era un disco registrato usando i field recordings del Royal Museum di Bruxelles che mi ha dato accesso al suo pazzesco archivio di vinili registrati negli anni Quaranta e Cinquanta, all’epoca del colonialismo in centrafrica. Sei riconosciuto da tutti quelli a cui tu vuoi arrivare. Se nel contesto pop decidi di fare cose più complesse arriverai a persone intelligenti, e sai meglio di me che sono meno di quelle che non hanno avuto gli strumenti per decodificare la complessità della musica. È quello che nel marketing viene chiamato long tail: ci sono decine di dischi che vendono milioni di copie e milioni di dischi che vendono decine di copie. Io ho da una parte un canale internazionale e dall’altra ho il canale di divulgazione come Raffaele Costantino, perché sono riconosciuto come un rappresentante di questo movimento. Sono cose diverse che danno soddisfazioni diverse sia a livello internazionale sia in Italia. Il punto è dare a questa comunità un tono di voce riconoscibile. Se fai parte di questa energia hai anche gli strumenti per decodificarne le origini dal punto di vista culturale. Così non solo apprezzi musicalmente ma puoi essere una persona migliore, creare una società migliore, non sentire più la frustrazione di vivere in un paese non mescolato. Perché l’Inghilterra è il punto centrale nevralgico da cui parte tutto questo? Perché è fatta di diverse culture: ci sono i nigeriani, gli indiani, i giamaicani…

Che poi vuol dire sostanzialmente che sono stati dei colonialisti più efficaci di noi..

Certo, e purtroppo noi siamo ancora un popolo “puro”. È orrendo, no? Quando tra vent’anni l’amica cinese di mia figlia avrà 25 anni vedrai che diventeremo come l’Inghilterra. Se noi oggi facciamo questo tipo di divulgazione, se diciamo all’amica cinese di mia figlia che c’è un dj cinese che fa una cosa jazz si sentirà rappresentata. Dobbiamo frammentare, trovare rappresentanti diversi da noi che possano raccontare quello che facciamo anche nell’ambiente mainstream. A me interessa quasi più il tuo punto di vista, che può essere critico, rispetto a quello di un nerd di vent’anni che sa tutto di quello che è successo nell’ultimo mese in un certo ambiente; perché magari tu hai ascoltato tanti dischi ma soprattutto hai anche letto tanti libri! Quando la Siae mi ha chiesto di aiutarli a creare un progetto di diffusione della musica italiana all’estero dando fondi agli artisti per andare a suonare all’estero io ho invece proposto borse di studio per musicisti dai 20 ai 25 anni per andare un anno a studiare all’estero…

Ieri ho incontrato una giovane cantautrice, Marta Del Grandi, che mi raccontava di essere andata a Katmandu a fare uno stage musicale…

…certo la conosco benissimo, hai capito cosa intendo? È così che si aprono le menti.

Un tema interessante e dibattuto è quello dell’autenticità. Ricordo il saggio Musica di plastica che pubblicai da editore, nel quale ci si chiedeva come i Nirvana – la definizione di autenticità, per una intera generazione – potessero fare poi delle cover, su Mtv, di pezzi di Leadbelly, un bluesman nero che al tempo veniva portato in giro come una scimmietta da impresari bianchi… discorso complesso, lo so. Aggiungo la frase con la quale Lomax padre (che con suo figlio registrò dal vivo tutta la musica nera che poté sentire negli anni Trenta, creando un archivio di fondamentale importanza), apre la sua autobiografia: «Appartengo alla crema della “feccia bianca”»…

A me non interessa la verità; se mi interessasse la verità farei il documentarista. Io sono un artista, mi interessa raccontare il mio modo di vedere le cose, di come la realtà potrebbe essere migliore in futuro, dare una visione del mondo attraverso le mie opere. Vado lì, registro insieme a loro, suono, gli racconto delle cose e loro mi raccontano di loro, torno, e creo una sintesi sincretica, un unione di flussi che convergono in qualcosa di immaginifico. È fiction per me, il concetto di verità mi interessa poco. Per quanto riguarda l’autenticità e il discorso sull’appropriazione culturale è un tema che mi tocca poco, essendo puro di cuore. Io sono aperto sia in entrata che in uscita. Io voglio poter fare il cazzo che mi pare delle tradizioni degli altri come voglio che gli altri possono fare il cazzo che gli pare delle mie tradizioni, soprattutto quando sono di carattere religioso. Io voglio un mondo nel quale si possa sbeffeggiare la credenza dell’altro: con i miei amici neri afroamericani o africani prendo per il culo le loro tradizioni spiegando che nel momento in cui una società abbandona la zavorra delle tradizioni si evolve, perché altrimenti io andrei in chiesa tutte le domeniche invece di andare a vedere una mostra. Dobbiamo essere abbastanza laici per avere questo tipo di cinismo intellettuale ed essere al tempo stesso abbastanza consapevoli da rispettare le dinamiche dell’altro: io non vado su YouTube a campionare la musica africana per farci un disco di roba contaminata! Io vado in Africa con loro, racconto loro le mie intenzioni, creiamo una band e firmiamo il disco insieme, quando si vende una copia i soldi vanno tutti a InterSos, in modo che possano continuare il loro progetto. Ti ripeto: credo in un laicismo che ci faccia dire vaffanculo alle tradizioni e alle religioni e dall’altra parte coltivare la capacità di essere credibili dal punto di vista artistico e fare le cose insieme agli altri. È chiaro che se tu vai a fotterti la musica di qualcuno senza che lo sappia sei una merda.

Siamo arrivati alla fine del percorso A rebours e quindi mi tocca chiederti cosa facevi da adolescente, dimmi della qualità del tuo soffrire e della qualità del tuo godere.

Io vengo da un paesino di 5mila abitanti nelle montagne della pre-Sila catanzarese. Immagina un ragazzino di 14 anni appassionato di musica e di cultura, passioni che mi sono arrivate indirettamente dalla mia famiglia – mio padre era appassionato di musica. A casa non c’era una collezione di dischi ma lui era abbonato a Rolling Stone America, dalla Calabria! Ma la musica l’ho scoperta grazie alla mia cugina più grande. Però quell’humus c’era e a 16 anni ho aperto una specie di club nel garage di una casa in costruzione, nel quale la domenica pomeriggio facevamo delle feste alle quali venivano 3 o 400 persone pagando 3.000 lire a testa. A diciott’anni me ne sono andato a Roma, ho iniziato a lavorare al negozio di dischi, a studiare all’università e a ragionare molto più consapevolmente. E mi sono detto: «Ok ho capito che tipo di dj voglio essere. Io non voglio essere il dj che fa ballare le persone, voglio fare il dj che ti fa scoprire le cose e anche ballare».

 

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