È il quarto giovedì di novembre, negli Stati Uniti si celebrano nel 2021 i quattrocento anni dal primo giorno del Ringraziamento. Molte famiglie si radunano intorno a ricche tavole, mangiano un tacchino ripieno preparato con gesti esperti; non mancano la torta di zucca e le partite di football alla televisione.

Nativi e pellegrini

Le tradizioni non accadono, si costruiscono. Quella di Thanksgiving trova le sue origini nel racconto più o meno romanzato di quanto successo a Cape Cod (oggi Plymouth, Massachusetts) nel 1621.

Un gruppo di pionieri era arrivato lì un anno prima, salpati da Plymouth, in Inghilterra. Erano in gran parte inglesi – passeranno alla storia come “padri pellegrini” – e in minoranza olandesi, “stranieri”, imbarcatisi nell’autunno 1620 sul vascello Mayflower. Avevano attraversato l’Atlantico chi per fuggire da qualcosa o qualcuno, chi per trovare un luogo dove esprimere liberamente il proprio credo religioso.

Avrebbero dovuto partire molto prima, per avere il tempo di prepararsi al primo inverno nel Nuovo mondo, ma problemi organizzativi li avevano costretti a tardare. Aspettare dei mesi nell’inospitale Inghilterra pareva una soluzione peggiore del salpare le àncore.

La navigazione era riuscita bene, senza particolari incidenti e con la morte di un solo passeggero. Per il tempo un bilancio fortunato, destinato però a cambiare: nel corso dell’inverno 1620-1621 metà dei viaggiatori perse la vita. I sopravvissuti dovettero ringraziare, appunto, i nativi Wampanoag, che li aiutarono prima di tutto insegnando loro come coltivare la terra. Impararono, e l’autunno portò un buon raccolto.

William Bradford, governatore dei coloni, decise di celebrarlo; i Wampanoag non furono invitati, arrivarono dopo aver udito il rumore degli spari esplosi in allegria. Solo allora si chiese loro di rimanere; accettarono e contribuirono al banchetto. Eccolo qui, il primo Ringraziamento della storia americana.

In cerca di alleati

I nativi conoscevano gli europei già da un secolo, si erano verificati degli scontri. Qualche Wampanoag era persino già stato in Inghilterra, sappiamo di due uomini che avevano imparato l’inglese e (addirittura) conosciuto gli organizzatori della traversata del Mayflower.

Se il capo indigeno Ousamequin aveva deciso di aiutare i nuovi arrivati fu per interesse, non per un irrefrenabile afflato umanitario. La sua gente soffriva, decimata da un’epidemia; la pressione dei nemici Narragansetts si era fatta davvero pericolosa.

Ousamequin necessitava di alleati, e quella gente venuta da lontano aveva armi potenti e sapeva combattere. Per questo offrì il sostegno della propria tribù. In cambio chiedeva braccia e strumenti per guerreggiare.

Non tutti i Wampanoag la pensavano come lui, anzi. Ci furono discussioni accese sull’opportunità di stringere questa strana alleanza, alcuni credevano fosse meglio scendere a patti con i Narragansetts per fronteggiare il nuovo nemico e farlo divenire comune.

Si decise diversamente e la concordia durò poco più di cinquant’anni. Poi fu la guerra e la vinsero i “pellegrini”: degli stranieri, ormai, si era persa memoria. La storia raccontata dai vincitori parla della “Guerra di re Filippo” (1675-78), un’identità forzata: Filippo era in realtà il capo indigeno Metacomet, chiamato così dai nemici. La sconfitta avrebbe potuto condannare i Wampanoag all’oblio. 

Dal digiuno al tacchino

Torniamo al 1621. Nella cultura religiosa puritana le feste del ringraziamento esistevano e salutavano i raccolti fortunati, con il digiuno però. I cambiamenti nati dal confronto con il Nuovo Mondo furono rapidi: già nel 1623 il raccolto primaverile fu messo a rischio dalla siccità e i pellegrini reagirono pregando e digiunando.

Andò bene e piovve, ci fu per questo una grande festa (30 giugno 1623), nella quale i coloni salutarono lo scampato pericolo con la voglia di fare baldoria e persino di bersi un cicchetto. Nonostante i rigidi dettami della fede puritana, i pellegrini trovarono lo spazio e la giustificazione morale per mettere in piedi un birrificio e una taverna: anche i fermentati erano un dono divino.

Mentre la birra divenne presto un’abitudine nella vita d’oltremare, lo stesso non si può dire per Thanksgiving: per ritrovarne traccia servì aspettare più di un secolo. Sappiamo che nel 1769 i discendenti dei coloni arrivati sul Mayflower non erano più né gli unici, né i più autorevoli abitanti di origine europea nel New England.

Reagirono alla perdita di importanza costruendo un mito delle (proprie) origini. Lo fecero per darsi un tono, certo, ma anche per rendere i luoghi in cui abitavano degni di essere visitati: il turismo aveva già allora un rilevante peso economico.

L’idea fu quella di presentare i pellegrini come padri della patria e di rivangare quel lontano Thanksgiving quale momento fondativo, simbolo delle capacità di resistenza e adattamento. Dei Wampanoag si persero le tracce.

La Festa del Ringraziamento entrò a far parte di questa tradizione creata a tavolino, costruita secondo canoni formali simili a quelli di oggi: tacchino, torta di zucca, convivialità familiare, giochi (gli antenati del football) e liturgia.

Si dipingevano i primi schizzi di una non ancora ben definita età eroica, idee e nuove abitudini viaggiavano assieme alle carovane dei pionieri diretti verso il lontano ovest.

Costruire il mito

Nel 1789 la Camera dei rappresentanti del Massachusetts riconobbe Thanksgiving come «festa del popolo americano». Il 3 ottobre di quello stesso anno il presidente George Washington proclamò per giovedì 26 novembre l’osservanza di un giorno di ringraziamento e preghiera pubblica. Si stava delineando qualcosa di più complesso di quanto ideato dai puritani, ma serviva ancora qualche altro chef e qualche altro ingrediente.

Alexander Young pubblicò a Boston nel 1841 una Cronaca nella quale raccontava le gesta dei padri pellegrini sbarcati a Plymouth. Il libro piacque, molta gente lo lesse e lo raccontò.

Erano anni in cui la solidità della nazione cominciava a scricchiolare e qualche anno dopo Abraham Lincoln decise di fare un passo in più rispetto al predecessore Washington. In piena Guerra civile (1861-65), il presidente designò il giorno del Ringraziamento quale vera e propria festa nazionale. Era il 3 ottobre 1863.

Gli stati del nord salutavano così la vittoria di Gettysburg, del 1-3 luglio 1863, con un palese invito all’unità. L’occasione di fare memoria era diventata una ricorrenza, ma ancora mancavano i Wampanoag, dei quali nessuno probabilmente si ricordava più.

Tornarono di attualità quando le guerre indiane prima e la loro conclusione poi richiesero che nella costruzione del mito trovassero spazio un’idealizzata pacifica coabitazione e una virtuosa collaborazione tra i primi coloni e i nativi americani. 

Il tentativo di mettere tra parentesi la violenza con la quale gli indigeni erano stati annientati passava anche attraverso l’invenzione di tradizioni incruente e banchetti condivisi: gli adulti ne scrivevano sui giornali, si lavavano la coscienza e insegnavano come farlo ai bambini nelle scuole.

Nessun ringraziamento

Oggi i Wampanoag sono pochi, chi come David Silverman (autore di una loro storia pubblicata nel 2019) si è preoccupato di farne conoscere il punto di vista ci racconta del dolore e del disagio di quanti hanno osservato e continuano a osservare celebrazioni di avvenimenti che per la propria cultura sono la ricorrenza di un trauma.

Che fare? Forse suggerire che la festa del Ringraziamento debba essere abolita, la sua ideale statua buttata giù come quella del generale sudista Robert Lee? Non pare, a oggi, plausibile.

Thanksgiving ha una propria storia, costruita non quattrocento anni fa, ma più di recente. Se la si vuole celebrare, perché vietarlo? Sarebbe però fondamentale farlo acquisendo la piena consapevolezza di cosa si festeggia, evitando di coinvolgere chi non vuole e non ha mai voluto essere coinvolto.

Cercando magari di fare in modo che i discendenti dei Wampanoag guadagnino il rispetto che meritano e le giuste riparazioni, senza pretendere da loro alcun ringraziamento.

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