Era il 1976 e usciva il disco consacrazione, con cui il cantautore smetteva di essere “per pochi”. Nella sua “Bolognhattan” i giovani non indossano più l’eskimo: ma quelle idee ed emozioni per loro sono vivissime
- Francesco Guccini è morto il 6 agosto 2026, aveva 86 anni
«Si tratta di un disco autobiografico, forse il più maturo del cantautore. Via Paolo Fabbri 43 è l’indirizzo di Francesco e dà lo spunto al cantante per iniziare un discorso autobiografico che parte da quando rincasa alle prime ore dell’alba, dopo aver vissuto la sua semplice e splendida vita di provincia, e prosegue lungo la giornata con relative considerazioni sul mondo che lo circonda. Nelle altre composizioni Guccini dice il suo punto di vista, sempre originale e mai banale, sui critici di cui si diceva, sugli intellettuali finti, sugli amici parolai, sull’aborto e su altri problemi, piccoli e grossi […] Ed ecco venire fuori il Guccini amico solidale degli emarginati, il cantautore delle minoranze […] Insomma, tra tanti album che ho ascoltato in questi ultimi tempi, quello di Dalla e questo di Guccini mi sembrano le uniche cose importanti e le uniche voci originali e “diverse” che ho sentito». Parola di Renzo Arbore. “La Cassazione” degli artisti scriveva così, cinquant’anni fa, dalle pagine de Il Monello.
Era l’estate del 1976 e Via Paolo Fabbri 43 era al sesto posto della classifica dei dischi più venduti in Italia. Dopo mezzo secolo, è al 29esimo posto nella classifica della rivista Rolling Stone fra i cento dischi italiani più belli di sempre.
Popolare
Qualche anno fa, seduto al tavolo della cucina del Maestro, nella sua casa di Pavana, fra gatti bukowskiani e un tiro di meriniana sigaretta, si parlava di quel disco e di generazioni: «Ero amico di Giorgio Gaber. Quando veniva a Bologna, dopo lo spettacolo andavamo a mangiare in una trattoria vicino casa. E una delle ultime cose che ha fatto è “La mia generazione ha perso”. Stava male, mi è dispiaciuto non poter discuterne con lui perché volevo dirgli che la mia generazione non ha perso. Forse ha perso la generazione di mio padre, che è vissuta sotto il fascismo e ha dovuto affrontare due guerre. Una generazione che si è trovata, verso i 40 anni, una vita con sei o sette anni distrutti, senza poter fare, anche se, dopo finita la seconda guerra mondiale, c’è stato uno slancio, una spinta. Ma la mia generazione non ha perso. Forse qualche sconfitta c’è stata, per questo dico che questa generazione, tutto sommato, qualche cosa ha fatto, ha detto, ha scritto».
E soprattutto qualcosa ha cantato, e quelle canzoni suonano ancora oggi nelle case degli studenti di Bologna. Certo, non indossano più l’eskimo, magari un moderno parka comprato usato al banco nostalgia, ma quella idea di libertà, di poesia, di giustizia sociale con la sua affabulazione, il graffio, l’ironia, la denuncia, il coraggio, l’amarezza, l’intelligenza e la commozione che si vive, si sente, si indossa ascoltando quel disco è la stessa.
Con le sei canzoni di Via Paolo Fabbri 43 Guccini smise di essere un cantautore per pochi e divenne popolare, perché popolare e folk era la sua musica politica, intima, esistenziale, sociale, filosofica, sociologica, letteraria e civile. Grazie a questo album e grazie a Guccini, lo snobismo della critica nei confronti degli artisti impegnati si frantumò dinanzi a quel fenomeno di massa giovanile di una stagione irripetibile che abbiamo ereditato.
Politica e invettive
Il disco si apre con Piccola storia ignobile, una ballata folk acustica dalla narrazione serrata e dal ritmo epico. Il diritto all’aborto non era ancora legge e Guccini racconta la storia di una ragazza con il suo coraggio e la sua solitudine a combattere contro moralismo e coscienza, fra rimorsi e sensi di colpa, fra silenzi e pudore, senza cedere al ricatto religioso, politico e patriarcale del dovere inflitto alle madri: «Ma che piccola storia ignobile sei venuta a raccontarmi, non vedo proprio cosa posso fare. Dirti qualche frase usata per provare a consolarti o dirti: “è fatta ormai, non ci pensare”. È una cosa che non serve a una canzone di successo, non vale due colonne su un giornale, se tu te la sei voluta cosa vuoi mai farci adesso e i politici han ben altro a cui pensare”.
Cinematografica Canzone di notte n. 2. Quasi un monologo alla Woody Allen, musica dalle intime tinte etniche, ipnotiche e circolari che si mettono al servizio della voce teatrale, guida e mantra delle parole anticonformiste che nascono da una lunga notte di vino fino alla bottiglia vuota di una fumosa “Bolognhattan”: «Gli anarchici li han sempre bastonati e il libertario è sempre controllato dal clero, dallo Stato: non scampa, fra chi veste da parata, chi veste una risata... O forse non è qui il problema e ognuno vive dentro ai suoi egoismi vestiti di sofismi e ognuno costruisce il suo sistema di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali, scordando che poi infine tutti avremo due metri di terreno».
La terza canzone del primo lato del disco è la cruda, crudele, corsara e bukowskiana L’Avvelenata. Sfrontato, violentemente etico, il dissing di Guccini: «Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni, voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni... Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate».
L’invettiva vendetta-sfogo di Guccini dalla ritmica quasi ossessiva della chitarra acustica va contro il giovane giornalista musicale Riccardo Bertoncelli, che un anno prima aveva criticato Stanze di vita quotidiana accusandolo di essersi venduto al successo, di essere passato da artista d’élite ad artista commerciale.
E alla fine del combattimento è Guccini a restare in piedi sul ring: «ho tante cose ancor da raccontare per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto». E così è stato per altri cinquant’anni.
Scrivere d’amore
Tuttavia, è una canzone che oggi Guccini non considera molto, nonostante sia diventata un inno generazionale, al contrario de Il Pensionato, ispirata da un suo vicino della casa di Via Paolo Fabbri. Una lamentazione orfica, una marcia lenta, struggente, che spacca il cuore nella sua forza poetica di cogliere lo stesso dolore esistenziale del tempo nella solitudine giovanile e nella solitudine della vecchiaia: «Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo: non posso o non so dir per niente se peggiore sia, a conti fatti, la sua solitudine o la mia».
Amiamo il Guccini civile, ma quando il Maestro scrive d’amore o “quasi”, allora si torna bambini anche con l’intenzione di giocare, complice una chitarra quasi barocca. Canzone quasi d’amore, nonostante non sia una vera canzone d’amore, è un altro monologo sul tempo con i versi: «Non posso farci niente e tu puoi fare meno, sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno e di questa parola io quasi mi vergogno, ma c’è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno».
Via Paolo Fabbri 43 è l’autobiografia di Guccini: un blues country per questo poema vitale e rabbioso. Un manifesto onesto di un pezzo di vita privata, un pezzo di specchio rotto dove parlare a se stesso: «Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte di parlar personalmente col “persiano”, ma il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempi, forse avrò un posto da usciere o da scrivano: dovrò lucidare i suoi specchi, trascriver quartine a Kayyam, ma un lauro da genio minore per me, sul suo onore, non mancherà. Se avessi coraggio, se aprissi del tutto le porte, farei fuochi greci e girandole per la tua fronte, ma sai cosa io pensi del tempo e lui cosa pensa di me: sii saggia com’io son contento qui in via Paolo Fabbri 43».
Sì, ha ragione Francesco Guccini, la sua generazione non ha perso. Qualcosa ha scritto.
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