Se l’obiettivo di Vittorio Sgarbi, neopresidente del Mart di Trento e Rovereto, era dare l’avvio al suo mandato con una mostra “sexy”, come egli stesso ha dichiarato, c’è riuscito. A rendere “sexy” la mostra Caravaggio Contemporaneo, dialogo con Burri e Pasolini è la presenza di uno dei dipinti più importanti del patrimonio culturale italiano, Il seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio (foto sotto), il cui prestito è stato oggetto di numerose polemiche.

Le tesi da cui muove la mostra sviluppano una narrazione che si basa su un’intuizione di Cesare Garboli, che nel 1970 scrisse sulle analogie tra la vita di Caravaggio e quella di Pier Paolo Pasolini degli anni romani, analogia che Federico Zeri rilevò anche nell’ultimo tragico atto delle vicende dei due artisti. Di queste intuizioni però, sviluppate negli anni anche da altri studiosi – Gabriella Sica, per esempio, ha affrontato l’argomento nel 2000 – curiosamente non si fa cenno nel testo introduttivo di Sgarbi, che invece trova importante soffermarsi sulle polemiche che tante incazzature hanno procurato all’ideatore della mostra (ideatore non curatore, come vedremo più avanti la mostra non ha un curatore ufficiale) e a una larga parte della cittadinanza di Siracusa che ha sentito il prestito come un esproprio e per questo fatta oggetto di dileggio.
 


Il catalogo

I cataloghi delle mostre nascono dall’esigenza di affrontare criticamente questioni legate alla teoria dell’arte per lasciare un documento utile agli studiosi. Dilungarsi in un testo che dovrebbe affrontare questioni legate alla teoria dell’arte per rimarcare invece che attorno al prestito «si sono levate ingiuste polemiche, con interventi rozzi e meschini» o per attaccare vecchi e nuovi nemici, come fa Sgarbi, è una caduta di stile che il Mart non merita. Quello di Rovereto è considerato uno dei musei italiani di arte moderna e contemporanea più importanti proprio grazie alla rigorosa direzione di Gabriella Belli e al lavoro dei direttori e curatori che si sono sin qui succeduti.  

Riuscire nella difficile impresa di esporre a Rovereto un dipinto il cui prestito è stato negato nel 2018 alla mostra che a Milano palazzo Reale ha dedicato al grande maestro barocco consente oggi a Sgarbi di sostenere che la sua nomina a presidente del Mart è stato un buon affare per la provincia di Trento. Mette così momentaneamente a tacere quanti hanno chiesto di revocare la sua nomina, compresi i 43 dipendenti del museo che a marzo avevano chiesto di continuare a lavorare «con un direttore e una programmazione certa, di medio e lungo periodo».

La protesta sottintendeva la preoccupazione che il museo si sarebbe trovato da lì a qualche mese privo di un direttore artistico e che quell’incarico sarebbe stato ricoperto da un burocrate, con la conseguenza che a fare le funzioni di direttore sarebbe stato lo stesso Sgarbi. Cosa di fatto accaduta.

Il consiglio di amministrazione del museo ha infatti individuato la figura del nuovo direttore in un amministrativo interno, il dottor Diego Ferretti. Nulla togliendo alle capacità manageriali del dottor Ferretti, basta dare una scorsa al suo curriculum per rendersi conto che il Mart ha di fatto rinunciato ad avere un direttore artistico, creando un precedente più che preoccupante.

È in questo clima di perplessità e preoccupazioni che non riguardano solo il Mart – immaginate un politico alla direzione di ogni museo e sarà facile capire la reale portata della questione – che ottenere in prestito il dipinto di Caravaggio è diventata per Sgarbi una battaglia da vincere a tutti i costi. La Sicilia, con la sua classe politica attuale, è stata una Bastiglia facile da espugnare.

LaPresse

Espugnare la Sicilia

Che l’opera di Caravaggio non appartenga giuridicamente alla città di Siracusa ma al Fec (Fondo edifici di culto) del ministero dell’Interno è un dato di fatto, come lo è che il prestito è stato ottenuto ottemperando a tutte le trafile istituzionali e burocratiche. Mettendo per un attimo da parte le polemiche, è bene soffermarsi sulle implicazioni politiche e culturali legate a questa mostra.

Sgarbi è stato nominato presidente del Mart all’indomani dell’insediamento dalla giunta provinciale leghista guidata da Maurizio Fugatti. Un incarico politico in piena regola, tant’è che sarà rimesso in discussione nel momento in cui l’attuale giunta dovesse essere sostituita da una di segno opposto. Non decade invece il direttore artistico del museo, che ha un incarico a termine.

Che il cda presieduto da Sgarbi non avrebbe riconfermato il direttore uscente era scontato, tanto che lo stesso direttore uscente, capito il clima, ha subito dichiarato di non essere interessato a rimanere a Rovereto. Il rispetto per la nostra cultura prevede che una istituzione museale pubblica sia gestita da attori diversi, ognuno con un ruolo e una responsabilità ben precisa.

Non la pensa evidentemente così Sgarbi, che fa saltare ogni regola e, subito dopo essersi insediato, dichiara spavaldamente ad Artribune che, essendo lui «il creativo», un direttore artistico al Mart non sarebbe servito. «La verità», ha detto, «è che qualsiasi direttore scelto da un concorso verrebbe “massacrato” da me sul piano del carisma». Questo spiega perché la mostra non è presentata come “curata da Sgarbi” ma nata “da un’idea di Sgarbi”. Si afferma così che la figura del direttore è inutile e quella del curatore secondaria, tanto da meritare l’anonimato o da essere derubricata al ruolo di assistente del presidente.

La strategia

La strategia che consente a Sgarbi di accumulare incarichi come critico d’arte è forzare le porte delle istituzioni culturali con le leve della politica. Da assessore prende possesso delle sedi espositive di competenza regionale o comunale, com’è avvento con palazzo Reale quando è stato assessore alla cultura di Milano, per poi decidere quali mostre finanziate da denaro pubblico curare personalmente. Il “metodo Sgarbi” prevede che il critico si presenti alle elezioni pur sapendo che non sarà eletto, per poi barattare il ritiro o l’appoggio a un candidato con la nomina di assessore alla cultura. Legittimo sospettare che risponda a questa logica la recente decisione di candidarsi a sindaco di Roma. Da quanto dichiara, sembra che questa volta abbia individuato in Carlo Calenda il suo cavallo di Troia.
 


Tornando alle polemiche sollevate attorno al prestito del dipinto di Caravaggio al Mart di Rovereto, al contrario di Sgarbi, non credo siano state stupide e pretestuose, bensì utili a garantire l’auspicabile ritorno del quadro alla sua sede originale, la chiesa di Santa Lucia fuori le mura.

Si spera infatti che le proteste abbiano spinto gli amministratori siciliani a far mettere nero su bianco la garanzia che tutto quello che è stato promesso dal critico in questi mesi (stanziamento di 350.000 euro per restauro e messa in sicurezza del quadro di Caravaggio e ritorno a Siracusa entro il 13 dicembre) sia rispettato. Il legittimo timore è che tutte le promesse fossero parte un piano ben architettato per ottenere il prestito di una delle opere più “sexy” del nostro patrimonio.

La perizia

Come si è già detto dal punto di vista giuridico il proprietario dell’opera è il Fec del ministero dell’Interno, che ha avuto l’ultima parola confortato dalla perizia dell’Istituto centrale del restauro.

La perizia, però, smonta il punto di forza della tesi inizialmente sostenuta da Sgarbi, cioè che il dipinto avesse assoluto bisogno di importanti interventi di restauro e di una teca climatizzata e blindata per la sua messa in sicurezza che solo i 350.000 euro stanziati dalla provincia di Trento avrebbero potuto assicurare.

A prestito approvato è però emerso che la teca non sarà realizzata perché ritenuta dannosa e che gli interventi di restauro del quadro, spacciati per indispensabili, si limitano in realtà a ritocchi. Paradossalmente, però, è proprio la relazione dell’Istituto centrale per il restauro del 15 settembre, che certifica che il dipinto è sostanzialmente in buone condizioni, ad aver permesso di far viaggiare il Caravaggio alla volta di Rovereto. In altre parole, il prestito è stato ottenuto bombardando l’opinione pubblica sulla necessità di intervenire con un importante restauro vitale per la sopravvivenza del quadro, poi risultato non essere più così indispensabile.

A Siracusa permane ora la preoccupazione che si possa trovare un pretesto perché i tempi di restituzione del quadro si allunghino ben oltre la data di chiusura della mostra di Rovereto. O peggio che intanto torni la copia “fedele” del dipinto realizzata con la moderna tecnologia di scansione 3D, copia che il MART ha promesso in dono alla città di Siracusa. A Siracusa si teme, infatti, che il 13 dicembre, data delle celebrazioni della santa patrona, non ci siano ancora le condizioni perché la Chiesa di Santa Lucia fuori le mura possa accogliere il quadro. In questo caso la responsabilità della mancata consegna sarebbe addebitata alla solita inadempienza degli amministratori locali.

Che i fragili capolavori del passato debbano muoversi, dopo aver appurato che la loro condizione lo consenta, è oggetto di discussione. Per fortuna permangono persone convinte che alla base del progresso del paese ci debba essere un civile dibattito. Siamo però abituati al fatto che Sgarbi non ammetta discussione su qualunque tesi ostacoli i suoi progetti, ingiuriando chi lo contraddice e lodando chi lo appoggia, al di là di ogni valutazione oggettiva.

Essere insultati da lui non è quindi un demerito, è semplicemente la sorte che tocca a tutti quelli che, come si dice in Sicilia, non “gli calano la testa”, tutte persone che possono essere riabilitate dopo aver fatto ammenda.

Succede così che l’assessore alla cultura del comune di Siracusa, Fabio Granata – che prima della conversione a sostenitore del progetto del Mart era stato accusato di essersi rivolto per scarsa competenza a un produttore di mostre con un metodo “opaco, goffo e ingenuo” – possa essere definito “valoroso” e lodato per la sua sensibilità culturale e che quello stesso produttore di mostre “opaco, goffo e ingenuo” possa sedere al tavolo della conferenza stampa di presentazione della mostra del Mart a Siracusa.

Se fossi nei panni della presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti e dell’assessore alla cultura, Mirko Bisesti, non starei tranquillo, considerato che gli amici di oggi saranno insultati non appena sorgerà un motivo di disaccordo. Ne sanno qualcosa Letizia Moratti, Giuliano Urbani e lo stesso presidente della regione Siciliana, Nello Musumeci, che in questa occasione, però, può nuovamente essere annoverato tra gli amici.

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