La serie Netflix con cui Ilary Blasi è tornata sugli schermi si è conquistata la prima posizione in classifica nel giro di pochi giorni. Zero pietismo e fragilità romantiche: è un programma sfacciato, la cui protagonista ha capito che il format è lei stessa
Sembrava impossibile poterlo dire ad alta voce, ma il cinema d’autore italiano al momento è nelle mani di due registe, Alice Rohrwacher e Maura Delpero. L’aspetto interessante che le lega, oltre al fatto di aver abbondantemente sorpassato i confini nazionali, è il filo conduttore di un’estetica che definirei rural chic. Paesaggi rarefatti e deindustrializzati, linguaggi antichi, attori che sembrano raffigurazioni di mosaici etruschi o personaggi di fiabe. Storie delicate e al contempo intense che non necessitano di troppe parole, immagini che fanno da affresco di un tempo sospeso a metà tra la nostalgia per un mondo finito e la proiezione di un futuro che reinterpreta consapevolmente il passato.
Dall’altra parte dell’emisfero del rural chic c’è un’altra donna. C’è Ilary Blasi, la più fiera esponente del coatto chic.
Mentre i film dilatati e sognanti che raccontano montagne e antichità etrusche affascinano Hollywood e la critica, Ilary Blasi torna sugli schermi di Netflix conquistandosi la prima posizione in classifica nel giro di pochi giorni. Non è passato molto, poco più di un anno, da quel suo Unica che funse da lungo confessionale di rivincita; nel frattempo, ha cambiato tonalità di biondo, tornando al vecchio cenere che fu sfondo dei suoi esordi, e ha deciso di raccontarci come da tradizione kardashiana la sua quotidianità da quarantenne che si riappropria della vita, un po’ Mangia prega ama, un po’ tronista senza trono di Uomini e Donne, visto che corona, scettro e chiavi di Roma la ex first lady capitolina ce li ha già.
Un manifesto
Ilary, che come tutti i grandi della storia non ha bisogno del cognome per farci capire di chi stiamo parlando, è il manifesto del coatto chic romano, la rivincita delle divorziate che sfrecciano in Smart e fumano iQOS, quelle donne che infestano le palestre e sollevano mattoni a forza di pilates, orgogliose portatrici di filler che conoscono a memoria Venditti e stravedono per Biagio Antonacci. E del resto, della sua rivendicata coattaggine, Blasi non ha mai fatto mistero.
La figlia chiamata come una borsetta da undicimila euro – l’esterofilia familiare nell’anagrafica non è una novità, la sorella Melory, la secondogenita Isabel –, lo stile dichiaratamente esagerato e barocco: nelle sue conduzioni televisive, Ilary ha sfoggiato look che oscillavano tra una reinterpretazione sexy-circense di Moira Orfei e quella di Eva Kant, tra velluti scintillanti, parrucche, gioielli vistosi, tutine alla Kill Bill, trucco sfavillante, la massima architettonica di Mies van der Rohe Weniger ist mehr, meno è più, su di lei non trova terreno fertile.
L’opulenza sgargiante è stata anche oggetto della disputa con l’ex marito, il fu Capitano della Roma oggi eroe in pensione, tra Rolex e borse di lusso contese e sbandierate come oggetti di scambio nelle trattative in tribunale.
Insomma, Ilary, il cui cognome da nubile non solo è superfluo ai fini del riconoscimento ma è tacitamente sempre rimasto vivo a riprova della sua personalità – nessuno l’ha mai chiamata Ilary Totti –, non si preoccupa di apparire eccessiva. Al contrario, ne fa il fulcro della suo personalissimo storytelling, per usare un termine che richiama l’antica e mai conclusa faida con Fabrizio Corona, che proprio nelle prossime settimane pubblicherà un libro sull’epopea totti-blasiana dal titolo evocativo: La grande menzogna.
Senza pietismo
In Ilary non ci sono lacrime, se non qualche sbiadito flashback di tristezza. Non c’è il pietismo da letterina a sé stessa in stile Chiara Ferragni Unposted, al massimo la letterina la faceva lei a Passaparola, non ci sono fragilità romantiche da documentario su Taylor Swift, non c’è nessun tentativo di portare il piano del racconto sui termini del dolore, e questo, per i contenuti delle piattaforme che spesso indugiano nel sentimento della compassione, è un dettaglio piuttosto inedito. Ilary, al contrario, è talmente sfacciato che può risultare impudente, in perfetta sintonia con lo spirito coatto chic, nella celebrazione sfrontata del cafonal che si traduce in un imprescindibile topos contemporaneo, l’aperitivo con le amiche.
L’aperitivo con le amiche, ossia la metafora del tempo ritrovato, la stanza tutta per sé di cui parlava Virginia Woolf addobbata con salatini e spritz in questa versione di Sex And The City all’Eur, è un fulcro narrativo del presente, che nel caso di Ilary diventa una sorta di coro da tragedia greca.
Le amiche, lunghi capelli con boccoli freschi di Dyson, shatush e unghie perfette, si riuniscono per analizzare, scandire e ritmare il corso della storia della protagonista, presente, passato e futuro. La nuova Blasi, quella che si lancia con un paracadute, che fa terapia dell’abbraccio in un centro yoga di San Lorenzo, che vola in Giappone con il compagno Bastian – sorprendentemente più comunicativo e umano di come appariva dai suoi canali social –, quella che non rinuncia più a niente e dice di sì a tutto, lasciando intendere di essere uscita da una fase della sua vita in cui il sentimento era opposto, è il centro dell’analisi negli aperitivi con le amiche.
Incontri che, in alcuni casi, assumono anche un’atmosfera paranormale da romanzo primo novecentesco con sedute di tarocchi, spiritismi vari, e previsioni su un futuro in cui tutto ciò che conta, per dirla con una famosa citazione oraziana ormai più materia per tatuaggio che di studio, è il carpe diem.
Il vero format
Dunque, se Lady Diana aveva il suo revenge dress, Lady Trigoria ha la sua revenge serie. E se l’affaire Noemi Bocchi è ormai archiviato, il futuro è un racconto di cui lei è padrona, dal primo all’ultimo minuto plasmato con precisione su ciò che è giusto raccontare ai fini del suo rebranding, se così vogliamo definirlo, o semplice reinvenzione del sé, dalla patente della nonna Marcella sui colli romani – momento rohrwacheriano della serie – al rapporto viscerale con la colf Svetlana o con la storica agente Graziella Lopedota.
Ma per quanto entusiasmante o respingente possa essere il nuovo capitolo della vita di Blasi, l’aspetto interessante su cui focalizzarsi in una visione analitica del fenomeno Ilary, al netto della retorica coinvolgente della ritrovata serenità dopo il divorzio, collante universale di speranza, è la presenza di Michelle Hunziker.
Le due presentatrici, storici pezzi grossi della scuderia Mediaset, ora amiche e confidenti, si muovono a loro agio nella cornice mediatica della piattaforma. Ciò che un tempo consideravamo valore rivendicato della produzione parallela alla televisione generalista, l’offerta ricercata di Netflix e tutte le altre in coda, ora non lo è più; al contrario, la novità sta proprio nel furto di volti e nomi che associamo al caro vecchio palinsesto.
Red Carpet - Vip al tappeto, condotto su Prime Video da Alessia Marcuzzi, si gioca gli assi di bastone della prima serata italiana Cristiano Malgioglio e Valeria Marini, Ilary Blasi e Michelle Hunziker fanno da madrine della presentazione di Emily in Paris a Roma, mentre RaiPlay usa Alessandro Cattelan per la versione italiana del format Hot Ones, un contenuto che sarebbe potuto essere – e così è nella versione originale – un video su YouTube.
Insomma, le carte si stanno mescolando e persino la presenza certa di Sanremo su Rai1 diventa un interrogativo che angoscia via Mazzini. In questo interregno in cui Netflix insegue Canale 5 e la vecchia tv cerca di interpretare il caos che la circonda, troviamo al primo posto una serie che in altri tempi magari sarebbe stata una sitcom su Italia 1.
Ilary Blasi sembra aver intuito da che lato giri il vento della sopravvivenza mediatica: nel suo universo coatto chic non c’è bisogno di prime serate o di reality da condurre, perché il format, come ha ben capito, è lei stessa.
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