Quando si arriva a Cos, lo si va a trovare, prima o poi. È un platano pluricentenario, che allarga i suoi antichissimi rami in mezzo alla piazza che si chiama appunto piazza del platano, davanti al castello dei Cavalieri. Lo chiamano il platano di Ippocrate e favoleggiano che il padre della medicina radunasse qui sotto i suoi allievi per insegnare.

Non è vero; l’albero non ha 2500 anni, ma in un certo senso è dolce farsi ingannare da questa leggenda: con le sue foglie, quel platano dà un’impressione di saggia quiete e di protezione, sentimenti che possono adattarsi a chi pratica la medicina davvero, nell’antichità come oggi.

Ippocrate non fu il primo medico nella storia dell’umanità; ma fu quello a cui si deve l’origine della medicina occidentale, la sua etica e l’atteggiamento che ancora oggi accompagna ogni clinico, cioè l’osservazione dei sintomi e la cura del paziente, e si può dire anche l’amore per l’umanità. Ippocrate e i suoi discepoli curavano tutti, non solo gli amici, i ricchi e i potenti, e lo facevano alla luce delle loro osservazioni sulla natura: erano, e i migliori tra i medici lo sono ancora, gli eroi della salute, quelli che si chinano sulla fragilità del corpo umano e cercano di soccorrerlo con mezzi naturali; non promettono l’immortalità, ma cercano di aiutare un essere umano a vivere umanamente, non piegato sotto il peso della sofferenza.

Sanno che l’uomo è debole, sanno che fa parte della natura e non la domina; sanno che improvvisamente la natura da benigna si trasforma in nemica: in ogni momento i medici, in ogni tempo, si trovano di fronte al mistero della salute e della malattia e alla paura che attanaglia ogni essere umano davanti alla sofferenza e alla morte. Alcuni guariscono, altri muoiono – e prima o poi tutti.  

Pensiero scientifico e negazionismo

Ippocrate e i suoi discepoli cercavano di imporre una visione scientifica della malattia e della natura umana, e non è certo facile dare un ordine all’infinito caos dei mali che tormentano l’umanità. Alcuni secoli prima, Esiodo aveva formulato tutto questo in termini mitici: Zeus – dice nelle Opere e giorni – ha tolto la voce alle malattie, perché se queste parlassero, gli uomini si accorgerebbero che arrivano e fuggirebbero via.

Invece, le malattie arrivano, e nel contrarre il Covid, ad esempio, non sappiamo esattamente quando e come l’invisibile nemico si è infiltrato in noi; nel contrarre una malattia, che sia la peste o il raffreddore, noi conosciamo l’eziologia, ma non esattamente la traiettoria che un dato agente patogeno ha fatto per aggredirci, né l’istante in cui ci ha aggrediti. Sappiamo che ci si contagia in un certo modo, ma come mai di due persone esposte al contagio una s’ammali e l’altra no, questo non lo sappiamo. Senza la voce, arrivano e non ci avvertono.

All’epoca di Ippocrate (e perché non dire, anche oggi?) molti preferivano il soprannaturale. Praticavano quella speciale forma di negazionismo che consiste nel trovare spiegazioni irrazionali o mistiche davanti al fenomeno naturale: al rigore insicuro della scienza, preferivano la sicurezza ingannevole della superstizione. La malattia è soprannaturale? No, dice Ippocrate, è naturale perché l’uomo fa parte della natura. Se la malattia è divina, è perché anche la natura è divina. «Tutto è divino e tutto è umano» (si legge in un suo trattato).

Epidemie del passato

Ippocrate fu il primo di questa schiera. Di lui poco sappiamo storicamente, se non che visse nel V secolo a.C. e che a Cos ebbe la sua scuola. Lo chiamavano per consulti anche altrove: quanto ad Atene, nel 430 a.C., scoppiò un’epidemia, fu invitato a intervenire. Che cosa abbia potuto fare non lo sappiamo bene, se non prescrivere norme di igiene e registrare il decorso della malattia, come sempre faceva. Fu un’epidemia terribile, proprio nell’epoca della grandezza di Atene, quando sembrava che l’umanità fosse in costante progresso. Corsi e ricorsi della storia!  

Anche questa nostra epidemia è nata in un momento in cui, per così dire, buona parte dell’umanità viveva la febbrile illusione di essere invulnerabile, di dare o non dare leggi alla natura, e che nulla ormai si opponesse al trionfo della specie umana.

Si scriveva persino di progressi verso l’immortalità individuale. Come scrisse Sofocle, nell’Antigone, nella famosa ode al progresso, l’uomo ha trovato mille modi di domare la natura: ha soggiogato cavalli, ha costruito navi, ha inventato l’agricoltura, ha curato malattie. Ma solo di una cosa non ha trovato rimedio: la morte. Questo scriveva Sofocle, poco prima che la pestilenza devastasse Atene. Ebbe due ondate, e nella seconda morì Pericle.

Che malattia fosse non lo sappiamo bene; certamente non peste, alcuni pensano che fosse morbillo, o vaiolo. Probabilmente era un virus: si diffuse dall’Egitto e arrivò sulle navi fino ad Atene. Oggi molti pensano che fosse tifo o una febbre emorragica come l’ebola; poi il virus mutò o scomparve, perché dopo queste due ondate la malattia si esaurì. Come la Spagnola e come – Dio lo voglia – potrebbe fare il Covid.

Morirono in moltissimi, e Tucidide lascia la descrizione dell’epidemia – la più antica descrizione di un’epidemia nella storia della medicina occidentale. Più ancora, Tucidide parla degli effetti devastanti dell’epidemia sulla vita sociale di Atene: perché i terrori della malattia e la sensazione di precarietà non tirano fuori il meglio dell’uomo. Cercarono di curarla con sacrifici e preghiere, e con mezzi naturali, ma alla fine fu lasciata a sé stessa. C’era gente che abbandonava i familiari più vicini per terrore, c’erano malati e morti ammassati da ogni parte. Non si era visto niente di simile, prima.

Il pregiudizio

Troppo grande il male, anche per i medici. Ma torniamo al nostro Ippocrate. Poche pagine sono fondative del pensiero scientifico come quelle che egli (o un suo diretto discepolo) dedicò alla cosiddetta “malattia sacra”, cioè all’epilessia. In genere in questi casi la gente chiamava un guaritore: perché quando il malato cadeva a terra fuori di sé, con gli occhi strabuzzati e la bava alla bocca, si pensava popolarmente che fosse un posseduto, e che un demone si era impadronito del corpo della persona.

Allora come ora il primo nemico della medicina e in generale della scienza, è il pregiudizio. Gli antenati dei no-vax erano quelli che non credevano nella medicina laica e si affidavano a intrugli ed esorcismi. Per loro un epilettico era un indemoniato. E allora si chiamava un guaritore con il suo apparato di formule e di scongiuri per cacciare il demone: siccome l’epilessia è una malattia che procede per accessi, o prima o poi affermavano di avere cacciato il demone.

È contro questo bagaglio di superstizioni che Ippocrate si batte. «Questa malattia – dice – non è più divina delle altre».  E ancora «I primi ad avere sacralizzato questo morbo (scrive Ippocrate) fu una genia tale e quale se ne vedono anche ora: imbroglioni, maghi, esorcisti che si ammantarono del divino per nascondere la loro ignoranza». Non è un dio a essere responsabile di questo male: la malattia dipende dal cervello. E poi lo descrive, perché l’ha osservato in qualche dissezione: i due lobi, la vena cava che irrora il corpo sino ai talloni, tutto il sistema circolatorio.

Perché il cervello si ammalasse di questa malattia, Ippocrate non lo sapeva, né possedeva un microscopio né un laboratorio di analisi. Però fu lui il primo che aiutò l’umanità a intraprendere l’impervio e lunghissimo cammino verso la conoscenza del corpo umano. Non era un uomo a cui piacevano le formule e gli slogan tradizionali, e neppure mettersi in mostra od ostentare il suo sapere: ma quel personaggio curioso della natura e del corpo umano, che fantastichiamo tenesse lezioni sotto i rami di quel grande platano.

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Giulio Guidorizzi è autore del libro Sofocle, L’abisso di Edipo, edito da Il Mulino

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