A Sanremo si canta d’amore e dell’indiscussa bellezza della vita, se abbiamo fortuna si ride, i temi impegnati contemplano sempre lo sfondo sociale. Le istruzioni di base sono queste e tutto sommato non ho niente in contrario. Sanremo mi piace moltissimo, mi piace anche quella patina di felicità inorganica che per una settimana all’anno riproduce i fasti di un qualsiasi boom economico.            

Un tempo, a ricordare la dimensione più biodegradabile dell’esistenza erano rimasti almeno i fiori agglomerati in decorazioni tamarre, adesso l’allestimento ci porta a bordo di un’astronave lanciata a bomba verso un pianeta meno usato di questo.

Eppure quest’anno neanche Sanremo ce la fa, neppure l’Ariston ha saputo chiudere le porte al senso di finitezza che tutti ci avvolge.

Ieri

Foto Matteo Rasero/LaPresse 04 Marzo 2021 Sanremo, Italia Spettacolo Festival di Sanremo 2021, terza serata Nella foto: Monica Guerritore Photo Matteo Rasero/LaPresse March 04, 2021 Sanremo, Italy Entertainment Sanremo music festival 2021, third evening In the photo: Monica Guerritore

A ben guardare non ci è mai veramente riuscito, ma i tentativi si sono sprecati. Nel 1968 Domenico Modugno prova a presentarsi con un pezzo che non viene accettato.

L’artista finisce dunque col portare un’altra canzone («Al posto tuo/Mi sei entrata nell’anima»), che non otterrà il successo di pubblico sperato e oltretutto finirà con l’essere scartata dalla giuria già dopo la prima serata.

Il pezzo che Modugno avrebbe voluto portare era l’arcinota Meraviglioso, appassionato inno alla vita il cui innesco narrativo parte però da un tentativo di suicidio.

Solo l’anno precedente Luigi Tenco si era tolto la vita nei giorni del Festival e questo, forse, ha contribuito alla scelta della direzione artistica. Con il passare degli anni (dei decenni) questo tema così complesso troverà però espressione in pezzi come Aria di Daniele Silvestri (1999) e Ti regalerò una rosa di Simone Cristicchi (2007).

Nel 1995 Gianluca Grignani si impone tra le nuove proposte con Destinazione paradiso. Lo fa impartendoci un’utile lezione, ovvero che per passare davanti alla direzione artistica tenendo sotto braccio una canzone che parla della morte di un amico e di quando lo raggiungeremo è molto importante munirsi di una chioma fluente e di molte metafore rassicuranti.

Lo stesso anno, tra i big, un intenso Giorgio Faletti porta un pezzo che sembra scritto pensando a Franco Battiato. Si intitola L’assurdo mestiere e, forse grazie alla sua (anche in questo caso rassicurante) allure di preghiera, può spingersi sino a nominare esplicitamente la falce della nera signora.

Chi invece non si è mai troppo preoccupata di rassicurarci è la regina Loredana Berté, che nel 1997 si esibisce al Festival con Luna, una delle sue canzoni più belle di sempre, dedicata alla morte della sorella Mia Martini avvenuta due anni prima.

È notevole che Luna faccia parte dell’album Un pettirosso da combattimento, in cui – su tappeto musicale – troviamo anche la poesia Buon compleanno papà, con versi dedicati all’eutanasia che in quegli anni nessuno avrebbe osato neanche pensare: «la legge dice che per legge dobbiamo vivere (…) la legge dice che solo la legge uccide ma sono tre anni che mio padre è morto e ancora non può morire». Il 1997 è l’anno in cui Loredana Berté arriva ultima, i Jalisse primi.

Sanremo è così e per questo lo amiamo, e per questo ce ne lamentiamo (e per questo amiamo il fatto di potercene lamentare). Cerca sempre di dirti che va tutto bene, come una balia amorosa e un poco democristiana pronta a perpetrare il male per il tuo bene. 

Questa attitudine diventa particolarmente lampante con la vicenda di Giuno Russo e della sua Morirò d’amore. La vicenda umana e artistica di Giuni Russo ha del mistico, lei poteva tutto, dalle sperimentazioni, alle parole dei santi fino ai tormentoni estivi.

La canzone Morirò d’amore nasce alla fine degli anni Ottanta e, a quell’epoca, viene rimbalzata dalla kermesse per la prima volta. Il secondo rifiuto si verifica nel 1997.

Nel 2002, quando è già gravemente malata di cancro e sa che sta per andarsene, va da Pippo Baudo in persona  e riesce così a partecipare a Sanremo 2003. Morirò d’amore, che contiene alcuni versi di San Giovanni della Croce, è un appassionato canto di congedo dalla vita scritto quindici anni prima della morte della sua autrice, avvenuta nel 2004.

Oggi

Foto Matteo Rasero/LaPresse 04 Marzo 2021 Sanremo, Italia Spettacolo Festival di Sanremo 2021, terza serata Nella foto: Malika Ayane Photo Matteo Rasero/LaPresse March 04, 2021 Sanremo, Italy Entertainment Sanremo music festival 2021, third evening In the photo: Malika Ayane

Il Festival di quest’anno è oggettivamente noioso e, forse, non è mai stato così autentico. Mi pare di osservare una di quelle situazioni in cui c’è il morto in casa e si cerca di distrarre i bambini con trovate del tipo “ti ho rubato il nasino”. Si possono trovare tutti i difetti di forma e di scrittura che desideriamo, ma continuerò a pensare che invece sia corretto così.

Quando c’è la morte in casa è normale che ci senta a disagio, è normale cercare di stringersi insieme attorno a quello che è rimasto, è normale cercare di alleggerire l’atmosfera e, soprattutto, è normale fallire in questo intento.

Per quanto riguarda testi e contenuti dopo un’attenta analisi è emerso che Lo stato sociale pronuncia una volta la parola “funerale” e i Måneskin pronunciano una volta la parola “lapide”, ma i veri alfieri della realtà non sono né loro né Willie Peyote, nonostante i riferimenti ai teatri chiusi in un pezzo che già canto al mattino con gli occhi ancora incrostati.

A questo giro di giostra, l’esistenza nel senso più ampio del termine sta nelle mani di una cantante di 19 anni, e di una band di rodatissimi suonatori di liscio accompagnati da uno storico esponente della scena indie con la faccia mascherata da un teschio.

Da un lato abbiamo Madame con Voce, che si è piazzata al centro di un bosco (“un bosco di me” per la precisione) e a un’età in cui le rughe d’espressione non sono neanche immaginabili si è messa a pensare a cosa sarà della sua voce quando lei non ci sarà più; sdoppiata, si ritrova, si abbraccia e non cesserà mai di avere nostalgia di quello che già è suo. Dall’altro abbiamo gli Extraliscio insieme a Davide Toffolo dei Tre allegri ragazzi morti, con Bianca luce nera. E io non lo so se quel pezzo alieno, con un’atmosfera da club che ospita una serata a tema balera, parli veramente d’amore. Mi interessa relativamente, anzi per nulla.

Mi basta guardare quel Toffolo che ha sempre iniziato i suoi concerti gridando «L’incredibile spetaculo de la vida, l’incredibile spetaculo de la muerte» stare di fronte a una platea di palloncini, a farci scoprire che nonostante settantun anni di sforzi per tenerla fuori dalla porta, la fine del mondo ha trovato posto anche all’Ariston.

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