Pippo Baudo, Raffaella Carrà e Silvio Berlusconi brindano sorridenti in una sala stampa. Non è l’inizio di una barzelletta ma ciò che succede in una serie di foto scattate nel 1987, alla firma dei loro sontuosi contratti Fininvest.

Il rapporto tra Mediaset e i due presentatori che potremmo definire la mamma e il papà del servizio pubblico non durò molto, e quei reperti incriminati del loro fugace tradimento a mamma Rai rimangono una clamorosa eccezione nella storia. Erano altri tempi per la televisione italiana, stordita dagli scossoni del neonato duopolio e animata dallo spirito gaudente di Craxi. Niente a che vedere con la situazione attuale, ben distante dagli sfarzi del berlusconismo pre-politico, dove i passaggi di rete si configurano più come una fuga o una esplicita presa di posizione che come un fisiologico cedimento al richiamo edonista e inebriante del biscione.

L’ad Giampaolo Rossi, interpellato al festival del Foglio, si dichiara soddisfatto di aver smantellato il pericoloso covo bolscevico di Rai 3, quella che fu la temibile TeleKabul di Tonio Cartonio e dei cartoni animati sovietici, lasciando che La7 pascoli indisturbata nelle vaste praterie dell’opposizione mediatica, salvo qualche rara e preziosa eccezione di resistenza. Nel frattempo, mentre la storica giuria di Ballando con le stelle perde Selvaggia Lucarelli, promossa da opinionista a presentatrice di reality su Canale 5, e nei dintorni di Rai 2 si paventa la migrazione di Milo Infante verso i lidi di Cologno Monzese, continuano a cadere i tasselli del mosaico telemeloniano. Fabio Fazio, Corrado Augias, Bianca Berlinguer, Massimo Gramellini, Alessandro Cattelan, Max Giusti, Simona Ventura e Amadeus hanno già da tempo fatto le valigie, Sigfrido Ranucci traballa a ogni taglio. E il tutto senza nemmeno i fasti delle televisioni private di fine anni Ottanta.

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