Una ragazzina mi affibbiò questo bizzarro volantino con su scritto nelle principali lingue straniere: “Casa museo dello scrittore Roberto Pezzulla”. Se ne stava proprio all’altezza della fermata dove i bus provenienti da Fiumicino scaricavano i turisti, e la pubblicità ne riusciva ad accalappiare diversi.

Io restai interdetto, anche perché non conoscevo lo scrittore in questione e anzi il nome non sembrava dirmi nulla, però fui vinto dalla curiosità. In fondo ero un appassionato di casa museo, e a Roma le avevo già visitate tutte, o quantomeno le principali – quelle di Keats e di De Chirico, di Balla e di Goethe, di Moravia e di Bellonci.

«Per la Casa Museo di Pezzulla?», chiesi risoluto alla ragazzina, la quale subito mi additò un portone situato proprio dinnanzi alla fermata di scarico dei bus.

«Segua il flusso dei turisti, quinto piano scala B», aggiunse prontamente.

Museo

E in effetti erano in diversi che, letto il volantino, avevano imboccato senza indugio il portone per la Casa museo. La maggior parte di quelli che visitano Roma subiscono il fascino della rovina. Davanti ai loro occhi tutto, immediatamente, può diventare un reperto: anche un accendino Bic o una bustina di Kleenex.

Se poi leggono da qualche parte la parola “museo”, subito si predispongono alla visita, con la smaniosa acriticità dei bambini che superano il cancello del parco giochi. Prendemmo l’ascensore a gruppetti, e io capitai con una comitiva di cinque americani che continuavano a discettare su Pezzulla, attribuendogli erroneamente le opere di altri suoi colleghi, come I promessi sposi o La divina commedia.

Tour guidato

Giunti al quinto piano della scala B ci ritrovammo su un pianerottolo che era stato adibito a biglietteria. Sopra un tavolino di legno c’erano infatti dei biglietti di cartoncino Bristol numerati, e una cassa che permetteva solo operazioni elementari.

Sopra il tavolino un cartello sempre tradotto nella principali lingue straniere avvertiva: “Pagamento solo in contanti”. Alla cassa un’altra ragazzina, poco più giovane di quella in strada, gestiva i pagamenti, dava i resti e formava le comitive.

«Entra una comitiva per volta, massimo quindici persone, gli altri possono attendere qui il loro turno», ammoniva, in italiano e in inglese. «Io stessa vi condurrò dentro e vi farò da guida».

Andai alla finestra del pianerottolo a fumarmi una sigaretta, tentando di fare mente locale sullo scrittore Roberto Pezzulla, cercando una qualche forma di ricordo o reminiscenza dei miei anni scolastici. Non era forse un verista adepto del Verga? Oppure un crepuscolare seguace del Gozzano?

Ma più probabilmente doveva essere stato vicino alla poetica di Ungaretti, un criptico su cui un mio caro compagno di scuola venne bocciato alla maturità…

«Prego, l’ultimo gruppo prima della chiusura può venire avanti», ci disse la ragazzina.

La Soprintendenza

Mentre i turisti si facevano i selfie nel vestibolo d’ingresso, io mi addentrai per il corridoio con un sentimento di stupore: la casa mi appariva totalmente anodina, un appartamento dentro uno stabile umbertino dei primi del Novecento che non aveva proprio l’aria di essere un museo. La passatoia logora, dopo aver girato un angolo a gomito, si fermava su un piccolo bugigattolo vuoto, dove erano sistemati soltanto degli armadi chiusi e una scarpiera, da cui fuoriusciva un inconfondibile odore di scarpe usate.

«Non si può entrare?» chiesi, timidamente.

La ragazzina scosse la testa. «Purtroppo no, stiamo aspettando il benestare della Soprintendenza, come immaginerà queste cose sono vincolate».

«Il mobilio però non sembra così datato», obiettai. «E anche l’odore della scarpiera…».

La ragazzina mi ignorò, e con un braccio fece affacciare quelli che volevano fare una fotografia.

Il pigiama a rombi

La passatoia logora portava nella camera da letto, dove l’ingresso era consentito. Circumnavigai il materasso, ricoperto da un piumone dalla foggia moderna, e sbirciai dentro un armadio che conteneva abiti femminili.

Suggestiva la scena», considerai. «Si tratta degli abiti della moglie di Pezzulla?».
«Esattamente», confermò la ragazzina.

Poi notai un pigiama che spuntava sotto uno dei cuscini. «Dettagliata questa ricostruzione, quasi iperrealista». 
«Sì, questo con i rombi è proprio uno dei pigiami originali di Pezzulla».

A quelle parole ci fu un batter di mani e una mitragliata di foto. Avrei voluto saperne di più della vita dello scrittore, per godermi appieno la visita, ma la ragazzina era di poche parole e si limitava a farci strada all’interno dell’appartamento. La passatoia logora superò una porta che era chiusa a chiave, da cui però fuoriusciva una serie di rumori.

«Qui che cosa c’è?», chiesi.
«Niente di rilevante», tagliò corto la ragazzina. «C’è il magazzino del museo».
Un marmocchio americano però non era dello stesso avviso e continuava a sbraitare: «There is a fucking PlayStation!».

Nel salotto si poté ammirare la biblioteca di Pezzulla, che a onor del vero ospitava volumi anche molto recenti, ma non conoscendo niente della sua biografia non feci nessuna osservazione. In bagno c’era un rasoio poggiato sul lavandino, e sul balcone la pompa dell’acqua che sgoccialova. Tutti erano molti ammirati da quella verosimiglianza, la casa era viva, pareva che i suoi inquilini l’avessero abitata fino a cinque minuti prima, o si fossero nascosti per uno scherzo.

Tableau vivant

«Ora siete pronti per l’ultima stanza», annunciò trionfante la ragazzina. «Sarà una vera sorpresa, potete andare da soli, uno alla volta, percorrendo l’ultima parte dello stretto corridoio».

Mi tenni volutamente in disparte per essere l’ultimo; una sensazione di turbamento mi aveva accompagno per l’intera visita, e adesso desideravo ammirare quell’ultima stanza in completa solitudine. Procedetti un passo alla volta, fino al vetro smerigliato di una stanza dalla quale si sentiva provenire il ticchettio inconfondibile di una macchina da scrivere.

Girai la maniglia e quel che vidi mi lasciò esterrefatto. A metà strada tra un tableau vivant e una statua delle cere di Madame Tussauds, un uomo stava chino a scrivere. Gli toccai d’impulso una spalla, e quell’essere si voltò verso di me.

«Ma quindi lei è vivo?», bisbigliai.

«Sono Roberto Pezzulla, buonasera e grazie per la visita».

«Lei vive nella sua casa museo?».

«Si capisce, ho avuto la sfortuna di diventare un classico prima di morire». 

Non ebbi la prontezza per aggiungere nient’altro, ero avvinto da impressioni ambivalenti: da una parte ero stupefatto; dall’altra mi sentivo derubato.

«Avrà conosciuto le mie figlie! Giù a fare volantinaggio c’è la più grande, la secondogenita invece è la guida», proseguì come se niente fosse Pezzulla. «Ho anche un maschio, ma quello è un perdigiorno, non fa altro che giocare alla PlayStation».

«Ma quindi lei abita qui?».

«Gliel’ho detto! Con la letteratura non si mangia, il museo invece va a gonfie vele!».

Rimasi ancora in silenzio, come sopraffatto.

Poi dalla cucina si levò il richiamo inconfondibile della moglie. «A Robbe’ esci dallo studio, i visitatori se ne sono annati, è pronto l’abbacchio!».

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