Un’inchiesta di Le Monde ha riaperto il dibattito. Anche in Francia si intensificano i segnali di un tramonto della “parentesi Gutenberg”. Il passaggio epocale dalla pagina stampata al display ubiquo (smartphone, pc, tablet, smartwatch) è stato una deflagrazione: ha modificato radicalmente il grado di attenzione e la profondità dell’immersione cognitiva
Era il 1958 quando Aldous Huxley, nel suo Ritorno al mondo nuovo, a differenza di George Orwell che nel suo 1984 paventava l’avvento di un brutale potere di censura che avrebbe vietato i libri, intuì che la minaccia più grave era invece l’apatia culturale, cioè che la verità finisse per annegare in un mare di irrilevanza, di intrattenimento e distrazioni, distruggendo il desiderio di cercare conoscenze. Da allora il declino o finanche la fine della “parentesi Gutenberg” sono stati profetizzati da più parti. E non esistevano ancora il web, gli smartphone né l’Ia.
Non lettori in aumento
Qualche settimana fa un’inchiesta di Le Monde ha riaperto il dibattito: anche in Francia si intensificano i segnali di un tramonto del libro e di tutto l’ecosistema che gli è connesso. Uno studio presentato a metà aprile dal Centre national du livre ha confermato un’«indebolita qualità di lettura» presso i giovani francesi.
Già nel 2024 la periodica ricerca Ocse-Piaac sulle competenze di literacy (nel gergo Ocse, la capacità di lettura e scrittura nella vita quotidiana) aveva indicato che il 28 per cento degli adulti francesi non supera il livello 1, corrispondente a «capire frasi brevi e semplici».
I non lettori – quelli che non leggono neanche un libro all’anno – sono in aumento: quasi un francese su tre. Per conseguenza, nel primo trimestre di quest’anno il fatturato dell’industria editoriale è calato del 6,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Quanto al prestito delle biblioteche, nel 2025 ha raggiunto il livello storico più basso.
La situazione non è diversa in altri Paesi. Negli Stati Uniti un’indagine YouGov del dicembre 2025 ha rilevato che il 40 per cento degli adulti non ha letto un solo libro in tutto l’anno – e tra loro c’è di certo il presidente Donald Trump, che secondo il giornalista Michael Wolff non legge libri da decenni, forse nemmeno quelli che portano la sua firma, scritti in realtà da ghostwriter, come ha confermato un altro suo biografo, Tim O’Brien.
Il caso italiano
E l’Italia? Nel 2024 l’indagine Ocse-Piaac menzionata prima collocava il 35 per cento degli adulti – più di un terzo della popolazione tra i 16 e i 65 anni – al livello 1 di literacy o al di sotto, contro una media Ocse del 26 per cento. Solo il 5 per cento degli adulti italiani raggiunge i livelli più alti di literacy, il 4 o il 5, contro una media Ocse del 12 per cento. Il punteggio medio italiano, 245 punti su una scala di 500, colloca il Paese al ventiseiesimo posto su trentuno partecipanti, e, dato che dovrebbe preoccupare ancora di più, lo descrive sostanzialmente immobile rispetto alla rilevazione del 2011-2012.
Quali possono essere le cause di questo crollo? Credo che il motivo sia proprio quello intuito da Huxley settant’anni fa. La vita contemporanea ha incorporato un elemento di accelerazione e di fretta, un fenomeno segnalato sin dagli albori della modernità. Georg Simmel, il più sensibile a questi mutamenti tra i filosofi tra i due secoli, fu tra i primi a cogliere questo tratto, in La metropoli e la vita dello spirito (1903). Quel che le metropoli inducono, a suo avviso, è «un’intensificazione della vita nervosa, prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori». Nel 1935, Paul Valéry nel saggio Il bilancio dell’intelligenza confermava che l’uomo moderno «si inebria di distrazioni, è incapace di sopportare la durata e di rendere feconda la noia».
Il passaggio al display
Il passaggio epocale dalla pagina stampata al display ubiquo (smartphone, pc, tablet, smartwatch ecc.) è stato una deflagrazione: ha modificato radicalmente il grado di attenzione e la profondità dell’immersione cognitiva. La rete, regno dell’interruzione e del vortice illimitato di stimoli e di simultaneità (testi, immagini, suoni, video, foto…), attira l’attenzione solo per disperderla e frammentarla.
Ognuno di noi lo avverte su sé stesso: un elemento di perpetua interruzione, l’impazienza di saltare da una applicazione all’altra fanno sì che il tempo lungo, il silenzio la relativa solitudine – condizioni indispensabili nella lettura classica – non esistano più.
La "lentezza” che Friedrich Nietzsche invocava come essenziale per leggere (e che Carlo Ginzburg ha spesso richiamato) è oggi impraticabile. Siamo quindi dinanzi a un paradosso senza soluzione: non si è mai letto (e scritto) tanto (e-mail, messaggi, tweet e contenuti online di ogni genere), ma la nostra non è più lettura. È qualcos’altro, che ancora non ha nome. È un guardare lo schermo senza fine e spesso senza fini, che polverizza la continuità.
Che cosa si è rotto? Si è modificato uno degli schemi della nostra intelligenza, che la pagina a stampa costringeva a esercitarsi in modo sequenziale. L’intelligenza sequenziale, oggi ininterrottamente disturbata dall’enorme quantità di salti, simultaneità e multitasking che la rete permette o impone, fatica a funzionare, e applicarla a letture distese e prolungate diventa via via più difficile.
Scrivere male
I riflessi di ciò sono numerosi e di ordine diverso. Il primo è che si va perdendo gradualmente il controllo dell’ortografia e della grammatica basica, perché chi legge poco e male scrive invariabilmente male. L’uso dei social ha imposto in tutte le lingue nuove regole ortografiche (abbreviazioni, acronimi), ha alterato la grafia di innumerevoli parole, ha creato una sua sintassi. Questo problema, ancora poco avvertito in Italia, è molto sentito in Francia, anche per la natura della lingua, in cui il rapporto tra grafia e pronuncia è particolarmente opaco, con suoni identici che possono corrispondere a grafie molto diverse. Messo in allarme dal degrado della qualità della scrittura soprattutto dei giovani, il ministero dell’Istruzione francese ha disposto qualche mese fa che nelle valutazioni del Bac (il loro equivalente della maturità) gli esaminatori tengano conto anche della qualità redazionale dei testi d’esame (ortografia, sintassi, grammatica, chiarezza e leggibilità).
L’ecologia del libro
Il secondo è la trasformazione dell’ecologia del libro. I lettori veri tendono a isolarsi in circoli di lettura, dove vige il patto del silenzio. L’abbondanza ormai straripante di festival culturali e saloni del libro, apparentemente amica della lettura, in parte serve invece a sostituirla: è più agevole ascoltare autori e autrici che leggere i loro libri. Anche la produzione libraria ne risente: gli editori hanno ormai interesse a pubblicare libri facili e leggeri, che non richiedano troppo impegno né preconoscenze elaborate.
C’è però un livello critico più alto. La lettura è un addestramento alla cittadinanza. Lo ha ricordato l’Associazione internazionale degli editori (riunisce editori di ottantaquattro Paesi), lanciando una campagna dal titolo eloquente, La democrazia passa dalla lettura, il cui assunto è che la capacità di affrontare testi lunghi e complessi resta uno strumento decisivo per resistere alle semplificazioni populiste e alla disinformazione. In un paese dove un adulto su tre fatica a orientarsi in un testo argomentativo, questa non è una metafora: è una precondizione della vita democratica, che incide sulla qualità del voto, sulla comprensione delle politiche pubbliche, sulla capacità di distinguere una notizia verificata da una manipolazione fake.
Intelligenza artificiale
Si aggiunge la diffusione di testi generati dall’Intelligenza artificiale, che rende incerto il confine tra un testo scritto da mano umana e uno generato da un’Ia, che diventa anche “lettrice”, capace com’è di sintetizzare in pochi secondi testi complessi. In altri termini, mentre si degrada la macchina cognitiva che permette di leggere e capire, anche i testi subiscono continue metamorfosi.
L’avvento di questo nuovo player invisibile rischia davvero di accelerare la deriva verso una società «post-alfabetica» – per riprendere il termine coniato da Marshall McLuhan sessant’anni fa – in cui il sapere collettivo torna a farsi orale, frammentato, di fonte ignota e di qualità incerta.
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