Ho visto Maid, la serie Netflix tratta dal libro della ex donna delle pulizie Stephanie Land "Domestica: lavoro duro, paga bassa, e la voglia di sopravvivere di una madre" (tra parentesi, le due protagoniste Margaret Qualley e Andy MacDowell, sono madre e figlia nella serie e anche nella vita).

Al netto di un paio di difetti (gli occhi perennemente sgranati di Alex, la protagonista, e una puntata piuttosto brutta, quella dell'anfratto in cui si infila nella casa nel bosco come metafora dei suoi ricordi nascosti), Maid è un meraviglioso, struggente racconto di tante cose, dalla codipendenza affettiva all'abuso psicologico fino ad arrivare all'importanza dell'indipendenza economica per affrancarsi dagli aspetti nocivi e invalidanti della vita, per non condannarsi all'impossibilità di scegliere la libertà.

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La storia

Maid è la storia di una ragazza responsabilizzata in età precoce, figlia di una donna incapace di prendersi cura di sé, che l'ha resa probabilmente schiava del meccanismo stritolante dell'accudimento degli altri come missione.

Alex bada a sua madre, al suo compagno alcolizzato, a sua figlia di due anni. Non ha nessuno che si prenda cura di lei o che comprenda il suo disagio, anche perché il compagno non la picchia, ma esprime la sua violenza in maniera più subdola: le urla addosso gratuitamente, la priva di ogni pezzo di indipendenza (il lavoro, i soldi, perfino il cellulare), le riversa addosso l'aggressività verbale dell'alcolista.

Alex trova il coraggio di recidere il rapporto di codipendenza e va via di casa con sua figlia, un'adorabile creatura capace di sorridere sempre, anche quando l'unico giaciglio possibile è il pavimento di una sala attesa per i traghetti o il seggiolino dell'auto col pony rosa tra le mani. Non ha soldi, non ha amici, non ha un lavoro. Suo padre non le parla da anni, e poi si scoprirà il perché.

La strada per l'indipendenza economica è un climax di angoscia e mortificazioni. Alex non ha studiato e l'unica cosa che può fare sono le pulizie per una manciata di dollari, pulizie che le permetteranno di osservare le case dei ricchi, le abitudini, le pieghe di infelicità nascoste dietro alle splendenti vetrate sull'oceano. Non c'è retorica nelle due infelicità che si incontrano, quella di chi ha tutto e di chi non ha nulla.

Alex, nel respirare il dolore della sua datrice di lavoro più ricca, comprende che c'è sì, una felicità che non si può comprare, ma anche una vita che non si può svendere. Capisce che guarire dagli abusi, ritrovare autostima, concedersi il lusso di un futuro con sua figlia deve passare attraverso un inferno di "no” difficilissimi da pronunciare. Dirà no al suo ex, alle catene che la legano alla madre, a un uomo gentile che non può amare se non ama prima se stessa.

Passerà attraverso incidenti d'auto, muffa sulle pareti, depressione, ricadute e case-famiglia per donne abusate, porterà sua figlia all'asilo quando è malata, elemosinerà turni mal pagati e dignità dalla proprietaria della ditta delle pulizie per cui lavora, una donna spietata, forse emancipata e incattivita da una storia di povertà come quella di Alex.

Rabbia ed errori

Si arrabbia, Alex, quando scopre che la sua amica del centro per abusate è stata debole, è tornata dal suo ex e si stupisce quando l'accogliente responsabile del centro le spiega che è normale, che di solito, prima di liberarsi di una dipendenza affettiva, le ricadute sono mediamente sette. Non sa ancora che cederà anche lei, che dovrà inciampare ancora molto, che la vita le sta chiedendo quello che sembra un conto ingiusto, e invece è il prezzo salato e salvifico per la libertà.

Una scena della seria (Netflix)

Ripara, Alex. Ripara tanto, aggiusta, torna indietro sui suoi passi per recuperare gli errori, ritrova energia quando ogni slancio di sopravvivenza sembra perso, si trascina con i suoi pochi stracci lasciando camper e case fatiscenti alle sue spalle, con la figlia che non smette di amarla e di aggrapparsi al suo collo, nonostante la confusione di una vita slabbrata, pericolosa, incerta.

Trova un'idea felice – l'unica – nel desiderio di scrivere, di poter inseguire un sogno luminoso anziché una brutta paga, scrive dopo aver pulito bagni, svuotato case di accumulatori seriali e spolverato comodini che nascondono infelicità coniugali.

Si finisce per amare profondamente questa ragazza che resiste, che impara a riconoscere gli errori, che smette di assolvere chi non sa prendersi cura di sé, che abbandona con dolore i vampiri emotivi, che lascia andare sua madre al suo destino, perché comprende che se non si affranca, se non è egoista, quel destino inghiottirà anche lei.

Ed è in quel consiglio sbagliato della responsabile del centro abusi, consiglio che Alex, alla fine, non seguirà, che c'è lo scatto, l'emancipazione da una condanna certa all'infelicità di chi deve salvare gli altri, senza salvare se stesso. «Chi può prendersi cura di tua madre, se non te?», le chiede la responsabile della casa famiglia . Una donna anch'essa abusata in passato, che ora si occupa di donne abusate in un generoso e forse sinistro cerchio di nuovo accudimento degli altri.

Il finale

Alex ci prova a salvare sua madre. Prova a portarla via con sé, ad allontanarla dal suo destino di relazioni sbagliate, di manipolatori e approfittatori della sua confusione mentale. Di una vita senza un tetto sulla testa. E poi capisce che c'è chi non si salverà e viene il momento in cui bisogna lasciarlo andare, se si vuole salvare se stessi. Anche se quel qualcuno lo ami come Alex ama sua mamma, con la disperazione e lo struggimento di chi sa che certe volte l'amore non basta. Perché i genitori certe volte sono figli e che non si può invertire i ruoli per sempre, se si ha fame di futuro.

Alla fine, in una scena commovente che sa di ricostruzione, di vento benedetto sulla vetta di una collina che guarda la nuova città in cui Alex e sua figlia si sono trasferite, c'è il senso di tutto.

Una gigantesca M disegnata sull'erba, emme come Missoula, la città, ma anche come Maddy, la sua bambina, che avrà una collina in meno da scalare e tutto il mondo davanti a sé. Che non avrà un passato con cui fare i conti, come è stato per Alex, ma un presente da inventare, in cui i pony rosa li può finalmente comprare la mamma, al prezzo equo e sudato della libertà.

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