Catastrofe epica? Ma quando mai. Megalopolis diventerà il più faraonico cult trash di tutti i tempi. È come vedere i Monty Python che sberleffano un film di Coppola girato dal suo gemello schizzato: semplicemente sublime. È il travolgente delirio naif di un bambino di 85 anni che gioca col suo pongo da 120 milioni di dollari, ricavati ipotecando i suoi preziosi vigneti della Napa Valley. In quel bambino si è reincarnato un mitico cineasta della New Hollywood che da mezzo secolo vede nero nei destini del proprio paese.

Se ti acciacchi cadendo da un gradino di casa sei solo distratto. Se cadi a picco dall’Everest sei un eroe. Tema: l’America sarà travolta come Roma dall’assurda fame di potere di pochi. Svolgimento: il declino dell’Impero Romano riassunto per gli alunni di terza elementare con le toghe, i triclini, i gladiatori-wrestler al Colosseo del “panem et circenses”, le vestali, una puntata alle terme, il latino-per-tutti e una spolverata di Marc’Aurelio che va sempre bene. Per me è un capolavoro kitsch fantasmagorico e inarrivabile.

L’attesa

Nasce leggenda, per svariate ragioni. Ventisei film, cinque Oscar (più uno onorario) – mai però per Apocalypse Now – tornato a Cannes in concorso fuori limiti d’età come i principianti e non, come logica e gloria vorrebbero, con l’aureola super partes dell’evento speciale, Francis Ford Coppola era atteso con l’aureola del santo. I rumors riferivano già di riprese epiche, di sostituzione in corsa di squadre di ripresa, di un montaggio di durata epocale, di scenari distrutti accidentalmente.

Anche Apocalypse Now era stato perseguitato da piaghe bibliche. Le riprese dovevano durare sei settimane ma finirono per impegnare 16 mesi. Harvey Keitel, protagonista designato, fu silurato in corsa e rimpiazzato da Martin Sheen, che fu colpito da infarto. Dulcis in fundo, un tifone spazzò via mezzo set. Coppola fu vittima di una bad press denigratoria senza precedenti: un vero tiro al bersaglio.

Il miracolo poteva ripetersi, anche se Megalopolis non ha ancora trovato un distributore negli Usa, e nonostante un velenoso report di The Guardian che riferiva di un set caotico, di defezioni nel cast, ma quel che è peggio di scorrettezze da old-school manner da parte di membri della troupe nei confronti delle comparse femmine. Cattiverie invidiose? In America questo è un sospetto che non si perdona. Per puro affetto avremmo tutti sognato un happy ending che smentisse le malelingue e ribaltasse i pronostici, esattamente come quarantacinque anni fa. Avremmo tutti sognato una terza Palma d’oro per il creatore de Il Padrino, per l’uomo che ha estratto dal Joseph Conrad di Cuore di tenebra uno dei più lancinanti capolavori del cinema di tutti i tempi. La realtà è ancora meglio: l’apoteosi di un temerario senza paracadute.

Il day after

«È sempre triste perdere qualcuno che ami»: è la più gentile tra le stroncature ciclopiche che dilagano sulla stampa. Ma Francis Ford non è mai stato più Coppola di così, grandioso nel bene e nel male, altro che vieux monsieur dépassé. Quando non lascia il set in mano al suo gemello schizzato regala ancora folgorazioni visive da brivido. Il resto del tempo hai l’impressione che sia rimasto nel camper a cucinare pasta per tutti. Il suo cast a cinque stelle gesticola e gigioneggia con una grossolanità da avanspettacolo, e stiamo parlando di Adam Driver, Dustin Hoffman, Giancarlo Esposito, Jon Voight, Shia LaBoeuf, Laurence Fishburn, Nathalie Emmanuel, non di bruscolini. Quale gigante è mai stato capace di sperperarli con tanta disinvoltura?

In bilico sulla cima del Chrysler Building come Cesare Catilina (Driver) nella prima inquadratura del film, Coppola fa il contrario del suo eroe: si tuffa a capofitto nel gorgo caotico della sua delirante creatura. Per questo, merita devozione. Ma il bello è che se ti rilassi lo spasso è infinito. Cesare è un architetto e un ingegnere geniale. Vuole trasformare New Roma, cioè New York, nel Giardino dell’Eden, perché ha inventato un materiale fantastico e inalterabile, il Megalon (vedi titolo). Pazienza se dovrà demolire le case di tutti. Che male c’è a creare un esercito temporaneo di senzatetto? Bisogna pur pagare qualche modesto prezzo per l’Utopia.

Abbastanza sensatamente, il sindaco Frank Cicero (Esposito) e il suo compare Dustin Hoffman gli fanno la guerra. Però non sanno a memoria, gli incolti, il monologo di Amleto. Cesare snocciola “Essere o non essere” per intero e il suo carisma li frega. Lo odia anche suo cugino Shia LaBoeuf, che è il figlio di Crassus (Voight), magnate super della metropoli. I cattivi vogliono trasformare Downtown in un gigantesco Casinò, altro che «un giardino privato per ogni abitante», come promette l’architetto, che comunque va spesso in trip lisergico da sostanze e alcol. Per lo spettatore prosaico, ecco spiegata l’origine di tanto progetto.

Ma poi la figlia bonissima del sindaco, Julia (Emmanuel), si mette con Cesare, la sua ex, famosa anchorwoman, va a nozze con Crassus, e il party nuziale occupa un Colosseo farcito di triclini, gladiatori e vestali canterine, rockstar in dubbio di verginità e corsa con le bighe alla Ben Hur. È un genio, Coppola: sul più bello un tizio in carne e ossa, in sala, dialoga con Cesare sullo schermo. È nel copione. Il subdolo Shia LaBoeuf cavalca da capopopolo le comprensibili rivolte degli sfrattati e l’assalto a Capitol Hill è chiaramente in orecchio. Questa è a City on sale, come proclama Laboeuf, e quindi avanti chi può.

Nel ping-pong di aforismi, Cesare replica con Rousseau: «La civilizzazione è il peggiore nemico dell’umanità». La storia patria di presenticidi docet: mandano un baby killer a sforacchiare la testa di Driver, ma il magico Megalon può reincollarla. Senza contare che il genio dispone di superpoteri: può fermare il tempo a piacere, tra altre amenità. Più potente ancora del Megalon, il bebè sfornato da Julia salverà capra e cavoli, perché un nonno sempre nonno è. C’è tutto e di più: il sosia di Elvis che canta l’inno americano, un melodramma segreto di Cesare degno di Matarazzo, i “sandaloni” dei peplum da tempi d’oro di Cinecittà. Al prezzo modico di un biglietto. Ai turisti costa molto di più un selfie con i centurioni del Colosseo.

Memorie

Coppola lo ha riscritto, questo kolossal lisergico, trecento volte nell’arco di quarant’anni. Lo ha congelato dopo il fatidico 9/11 spartiacque dell’attacco alle Twin Towers. Poi è arrivata la pandemia. È un monumento all’ostinazione di un tizio sbarcato a Cannes, con la stessa barba e gli stessi occhiali, a 28 anni, con il suo filmino di laurea alla UCLA.

Nel 1967 arrivò perfino a sperare da outsider che il suo secondo film, Big Boy, potesse aspirare alla Palma per la regia. Nel 1974 in concorso c’è La conversazione, gioiello raro liquidato da Bill Friedkin, che pure era un produttore associato, come «incomprensibile, ridicolo e detestabile». Contro ogni pronostico, La conversazione è Palma d’oro, la sua prima. Nel 1979 Coppola farà fuoco e fiamme quando Apocalypse Now, presentato al Festival ancora praticamente in copia-lavoro, dovrà dividere la Palma ex aequo con Il tamburo di latta di Volker Schlondorff.

Non si può non simpatizzare con la sua sfuriata di allora contro una feroce campagna di stampa: «Perché io, il primo ad affrontare un film sul Vietnam, un film morale, sono tanto attaccato per i suoi costi, quando si spende altrettanto per un film su un gorilla (King Kong) o su un cretino che vola (Superman)?».

Nel 2001, quando la versione lunga del film tornò a Cannes con cinquanta minuti in più e il titolo Apocalypse Now Redux, c’ero anch’io. E non so rendere l’emozione di sentirsi raccontare da F. F. Coppola di come spesso, girando, accantonava la sceneggiatura per estrarre di tasca l’inseparabile libro di Conrad. Megalopolis sarà Catastrophe Now giusto il tempo di uno sbadiglio. Per i posteri, consacrerà il mito di un matto ispirato che ha sempre rischiato di suo.

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