Biennale d’arte 2026

Musica, rumore e rivelazioni: ecco i padiglioni che toccano le note più sorprendenti

Padiglione del Belgio, IT NEVER SSST , 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys (foto di Jacopo Salvi, courtesy: La Biennale di Venezia)
Padiglione del Belgio, IT NEVER SSST , 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys (foto di Jacopo Salvi, courtesy: La Biennale di Venezia)
Padiglione del Belgio, IT NEVER SSST , 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys (foto di Jacopo Salvi, courtesy: La Biennale di Venezia)

Il più riuscito per la seconda volta di fila è quello della Santa Sede, incentrato sulla benedettina Ildegarda di Bingen, mentre il Belgio ha presentato l’esatto opposto della contemplazione monastica, con un progetto pieno di energia, fisicità e rumore. In Spagna e Serbia regna l’accumulo di immagini, altrove torna molto il tema dell’acqua (compreso nel chiacchieratissimo padiglione austriaco). Quella del padiglione russo grande performance, ma solo mediatica

Spiace dirlo, ma anche no: per la seconda edizione di fila il padiglione più riuscito della Biennale di Venezia è quello della Santa Sede. Si dice che sia stato lo stesso Hans Ulrich Obrist, cardinale camerlengo del sacro collegio del sistema dell’arte, ad offrirsi per la curatela suggerendo che il riferimento fosse la monaca compositrice, mistica, scienziata del XII secolo tedesca Ildegarda di Bingen. Il cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione

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