«La guerra è ormai entrata nel nostro quotidiano. Ora più che mai è il momento di resistere, come diceva Calamandrei. Ognuno a modo suo, io lo faccio con la musica e con le parole» Piotta ha scelto proprio il 25 aprile per iniziare - dopo le anteprime (sold out) di Roma e Milano durante “Suoni Resistenti” di Nomi (Trento), il tour del suo ultimo album, Si riparano ricordi. Un lavoro, anticipato dal singolo Ecchime, realizzato con Davide Toffolo e dedicato a Pasolini, intriso di poesia e nato in aperta continuità con il precedente ’Na notte infame, dove il rap è sempre più ponte con il cantautorato, la musica si fa cura e la scrittura urgenza necessaria nell’elaborazione di un evento doloroso come quello della morte del fratello maggiore, il poeta e scrittore Fabio Zanello. «Una figura di riferimento per me anche a livello intellettuale», dice Piotta, «sin da bambino è stato lui a guidarmi nella lettura, a farmi scoprire nuovi poeti. Attraverso i suoi occhi ho vissuto gli anni ‘70, scoperto i centri sociali come il Forte Prenestino, dove, liceale, ho scritto le prime strofe. È stato lui a farmi innamorare dei luoghi di Roma dall’Esquilino fino alla Torpignattara dove abitava e che è diventata la mia sede creativa».

La voce e le rime di Fabio attraversano tutto l’album, in un colloquio continuo con la voce e la scrittura dello stesso Piotta. «Cerco sempre di citarlo in ogni canzone, di partire da una sua rima, tenere viva la sua voce. È un modo di tenerlo vivo dentro di me, ma anche di farlo conoscere a chi non ha mai letto i suoi libri e le sue poesie». Si riparano ricordi è anche un album di prime volte per Piotta, di collaborazioni inedite, come quella con Simone Cristicchi, il campione del mondo di slam poetry Giuliano Logo, la tromba di Fabrizio Bosso, «non li ho scelti per un calcolo di streaming, ma per affinità emotiva».

Come si riparano i ricordi dopo aver perso una persona così cara?
Ripararli è un modo per rimanere a galla, per cercare di elaborare il lutto tanto da farlo diventare una crescita. Questi miei ultimi due dischi sono fratelli come stile e così diversi da altre cose che ho fatto perché il Tommaso di prima non è più il Tommaso di oggi, soprattutto a livello di scrittura dei testi. Sono molto cambiato negli anni, in molti dischi ho mischiato il rap con altri generi, quest’ultima fase ha un suono cantato molto chiaro che cerco di proporre con il mio stile. L’assenza di Fabio ha tirato fuori cose che tenevo ben custodite in me e che distillavo in poche canzoni. Ora è tutto l’album a essere concepito così, dalla scrittura alla parte di arrangiamento e composizione con Francesco Battaglia.

Cosa vuol dire fare da colonna sonora alla propria vita?
Nel diario della mia vita oltre alle parole ci sono le canzoni, dove le parole si sommano alla musica. A 20 anni avevo un aspetto più goliardico che mi permetteva di sfidare la timidezza e andare sul palco in una chiave hip hop più fumettistica, colorata, da punchline provocatoria. Ora provo a mettermi a nudo anche sul palco. Dovevo imparare a farlo a livello tecnico, ma anche trovare il coraggio e la maturità per scriverlo prima a me stesso. Durante i concerti vedo che si è creata una nuova comunità, perché tutti stiamo crescendo insieme a questi due dischi. Questa formula tra rap e cantautorato sta piacendo perché c’è tanta umanità dentro, non ci si nasconde più. Siamo tutti fragili, dobbiamo aiutarci in questa catastrofe che sta vivendo l’umanità.

L’assenza è un tema che attraversa tutto l’album. Non solo quella di suo fratello, ma anche quella di Primo a cui torna a dedicare un brano. Stavolta ha scelto di non cantarlo da solo, perché?

È un brano malinconico, in cui cerco di recuperare il passato, gli anni Novanta, quel primo hip, hop. Avevo già parlato di alcune figure di quel periodo a cui sono molto legato, Simone Danno, Ice One, i Cor Veleno. Con Tormento e Frankie hi-nrg siamo amici da tantissimo tempo e non avevamo ancora fatto neanche un featuring insieme. E mi faceva piacere ricordare quelle prime notti così poetiche, così libere da schemi, con chi era con me e con chi c’era anche un po' prima di me.

Quant’è diversa la Roma che canta nel brano dedicato a Remotti con Verdone, Silvestri, Barbarossa, Carl Brave, Ditonellapiaga, Emanuela Fanelli, Mastandrea a quella di ora?
Non è poi così diversa. A Roma c'è questa magia, apparentemente è diversissima dal passato, ma in realtà è così simile. Magari cambia l'insegna di un negozio, una viabilità, sicuramente ora è molto più multietnica. Ma questa romanità invade tutto ed è madre adottiva di tutti, anche di chi viene da lontanissimo. Il tempo passa, ma per alcuni aspetti sembra non passare mai, complice anche lo skyline e i suoi monumenti storici, la rendono immutata nel tempo. Se guardi l’acquedotto a Torpignattara finisci negli anni ‘50 di Remo Remotti e Pasolini.

Non c’è più l’Amerika, con la voce Piero Ciampi, è la traccia più rap dove ha condensato anche la critica contro questo presente fatto di guerra. Cosa c’è dietro quel «Me Gaza es tu Gaza»?

Quando ho ascoltato la versione inedita di Non c’è più l’America di Ciampi e deciso di campionare quella frase lì, gridata con tutto il suo carisma, e di usarla alla vecchia maniera hip hop, erano i giorni delle manifestazioni per la Palestina. Dietro quel «Mi Gaza es tu Gaza» c’è l'appropriarsi ingiustamente della terra altrui, cacciando le persone dalle proprie radici, in deroga a ogni legge, calpestando il diritto internazionale. Lo scenario di guerra è amplificato su più continenti, ogni giorno si rischia di aprire il giornale e scoprire di essere arrivati all’ennesimo punto di non ritorno. Il leader di un paese, che era considerato simbolo dell’Occidente, è arrivato a minacciare di distruggere una civiltà con un post sui social, non so cosa ci possa essere di più depravato.

Sulla Palestina è come se, a un certo punto, ci fosse stato uno scossone ed è rinata anche la mobilitazione degli artisti. Prima c’era paura di prendere posizione?

Non so se sia paura, è che sta avvenendo davvero di tutto. Ormai non c’è più neanche la speranza. E non parlo solo degli artisti. Si scende in piazza, si fanno cose e sembra che nessuno ci ascolti. Ma c’è anche un impoverimento di contenuti. Sono stato criticato da alcuni miei follower perché ho parlato di pace e sono contro il riarmo. Prendo atto che la pace non va più di moda e che il riarmo è in bocca a tante persone, dal benzinaio a certi intellettuali. Questa violenza ormai è nel linguaggio, nel quotidiano. Si è persa umanità, non c'è più ascolto, c'è solo voglia di prevaricare. Non so se è colpa di questi leader o se loro siano un’espressione di questo impoverimento. E se questo impoverimento sia dovuto a un ciclo e riciclo della storia o se sia frutto dei social presenti in maniera così pervasiva: è solo like o dislike, non c’è dialogo. Fai così? Io ti bombardo.

Oggi è 25 aprile, che senso ha parlare di Resistenza e di antifascismo come pratiche vive in questo presente fatto di guerre e di repressione?

Ha più senso che mai. Al di là del periodo storico italiano, c’è un fascismo transnazionale, un’idea esasperata e populista dei nazionalismi che ci sta facendo vivere in un clima di guerra continuo. Eravamo abituati che se ne parlasse solo in luoghi specifici nel mondo, spesso lontani, mentre ora è entrata nel nostro quotidiano. Ora più che mai è il momento di resistere, per citare Calamandrei. Ognuno a suo modo, io lo faccio con le parole e con la musica, sempre in forma pacifica. Se fosse il ‘77 sarei stato uno degli indiani metropolitani, situazionisti, giocosi, provocando usando le parole.

La Russa ha detto che il 25 aprile vorrebbe omaggiare sia i partigiani sia i caduti della Repubblica di Salò. Non se ne esce?

Ognuno ha il suo percorso storico, ognuno ricorda chi meglio crede. Io sono friulano e da me si sono sempre ricordati anche i morti delle foibe. Però sappiamo tutti quello che è successo. Quindi ricordiamo pure tutti i morti, ma ricordiamo anche da che parte stavano, non è una questione di classifiche, ma è un fatto di oggettività storica. Sappiamo chi ha liberato l'Italia da chi l'ha oppressa, repressa e trasformata in una dittatura totalitaria che ha generato leggi discriminatorie e razziali. Ho letto che secondo Vannacci i partigiani volevano: «Un’Italia soggiogata da una dittatura comunista», dovrebbe però ricordarsi che fra i partigiani c'erano anche cattolici, sacerdoti, ex militari, anarchici. Uomini e donne che si erano stufati di un regime che gli aveva portato via ogni libertà.

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