Nel suo libro sostiene che la psicologia alla moda spesso peggiora le nostre malattie sociali. Come mai questo campo delle scienze sociali ha effettivamente avuto un impatto reale sul mondo e perché dovremmo preoccuparcene?

Mi concentro in particolare sulla psicologia sociale. La psicologia sociale è dappertutto; nell’educazione, fra i manager, nell’esercito. Abbiamo appena avuto questa fase, che probabilmente ha raggiunto il picco intorno al 2012 o al 2010, in cui idee ridicole venivano semplicemente gettate nel mainstream e prese sul serio.

Qual è un’idea che è stata presa sul serio nel mainstream e ha effettivamente prodotto danni?

Ho parlato di “posa di potere”, che è l’idea che se allunghi le braccia ti sentirai più potente. E l’affermazione era che questo avrebbe aiutato le donne a ottenere di più in ufficio e avrebbe aiutato a mediare la disuguaglianza di genere.

Anche questa idea relativamente innocua porta con sé tutta una serie di assunti sulla natura del divario di genere. Abbiamo una comprensione piuttosto sofisticata del divario di genere sul posto di lavoro. Spesso è la donna che deve lasciare il posto di lavoro e interrompere la sua carriera, e questo è un problema complicato da risolvere. Se invece ti viene detto, il problema è che le donne sentono di non avere abbastanza potere al lavoro, e puoi affrontarlo facendo sì che loro assumano pose di potere, questo fa sì che il pubblico veda il problema in un modo più semplicistico di quanto meriti.

Quando si parla del divario di genere, un grosso problema nel diritto, per esempio, è il percorso per arrivare ad alti livelli dirigenziali. C’è un numero molto limitato di anni, relativamente ad inizio carriera, che sono decisivi. E se le donne continuano a occuparsi dei bambini in misura maggiore rispetto agli uomini, e questo avviene proprio nel momento decisivo, ciò fa sì che con minore probabilità riusciranno a diventare dirigenti, e questo alla fine ha conseguenze notevoli dal punto di vista dei guadagni. Offrire ai dirigenti una formazione su come trattare le donne più giovani con più rispetto, probabilmente non risolverà questo problema. Lei parla anche di questo nel libro, in particolare del ruolo dei test di associazione implicita.

Sì, penso che questo e il disturbo da stress post-traumatico militare di cui parleremo siano i due più dannosi. Il test di associazione implicita misura il tempo di reazione a diversi stimoli. La versione breve è che se ti risulta più facile associare a concetti buoni le immagini di facce bianche, invece che immagini di facce nere, questo viene preso come prova del fatto che hai un pregiudizio implicito. E ciò è origine di tantissimi problemi. Uno è che questi test non sembrano avere alcuna correlazione significativa con il comportamento delle persone, anche in ambienti di laboratorio.

Se ottieni un punteggio alto nel test di associazione implicita – e quindi significa che hai un pregiudizio contro i neri – quel punteggio alto non dice in realtà nulla del tuo comportamento nel mondo reale. C’è una correlazione circa dell’1 per cento, o vale l’1 per cento della varianza sul comportamento negli studi di laboratorio. Questo è arrivato al punto in cui nel 2015 anche i creatori del test hanno ammesso che il test ha troppo rumore per prevedere il comportamento individuale.

Nell’esempio sul genere e sul diritto credo che la soluzione giusta sia quella di cambiare il percorso che porta alla dirigenza. È un cambiamento più difficile da ottenere, ma potrebbe effettivamente contribuire a trovare una soluzione reale.

Una cosa simile è successa a proposito della razza, dove si presume che tutte queste differenze nei risultati siano dovute a pregiudizi o a discriminazioni. Ogni volta che si apre una grande indagine su un dipartimento di polizia - a Ferguson o Chicago - trovano molti preconcetti espliciti. Ci sono poliziotti sinceramente razzisti; è parte della cosa. Ci sono anche studi sui curriculum. La mia lamentela è su come i modelli differenziati di assunzione, specialmente nelle istituzioni d’élite come studi legali o persino redazioni, siano presi come prova di discriminazione. Non c’è bisogno di singoli attori che prendono decisioni razziste lungo la loro carriera per ottenere quel risultato.

Il problema nel misurare gli atteggiamenti razzisti è che c’è ovviamente un pregiudizio di desiderabilità sociale. Nel 1960 si poteva domandare: “Hai un’avversione per gli afro-americani?” e effettivamente avresti ottenuto un’elevata percentuale della popolazione che rispondeva “sì”. Si potrebbe semplicemente fare una domandare in maniera diretta per vedere come questi atteggiamenti cambiano nel tempo, ma di certo sono estremamente diminuiti negli ultimi cinquant’anni.

Gli scienziati politici hanno così provato comprensibilmente a dire: “Bene, guarda, quello che invece servirebbe sono domande leggermente più indirette per far emergere quello che viene chiamato il risentimento razziale.” Ad esempio: “Gli immigrati irlandesi e italiani negli Stati Uniti ce l’hanno fatta senza alcun aiuto, dovrebbe essere lo stesso per gli afro-americani, no?” E se rispondi di sì a questa domanda vieni qualificato come portatore di risentimento razziale. C’è uno studio molto interessante di un paio di anni fa di alcuni scienziati politici di Harvard che hanno usato la stessa serie di domande, ma questa volta riferite a gruppi che non abbiamo ragione di pensare abbiano alcuna animosità nei confronti degli Stati Uniti. In realtà è emerso che gli americani hanno un grande risentimento razziale contro gli estoni, e quelle risposte sono correlate a tutta una serie di altre cose. C’è molta più probabilità che tu possa votare per Donald Trump se hai un risentimento razziale nei confronti degli estoni, che se lo hai nei confronti degli afro-americani.

È un grande esempio perché nessuno si è preoccupato di porre questa domanda molto semplice, che dice che ciò che guida queste risposte non è il razzismo contro i neri di per sé. I ricercatori hanno condotto uno studio basato sui curriculum nel mercato del lavoro di Chicago, in cui avevano “nomi bianchi” e “nomi neri”, e poi hanno creato una terza etnia falsa che suonava vagamente dell’est Europa. E hanno scoperto che le persone erano ugualmente prevenute, se vogliamo dirlo così, nei confronti dei nomi che suonano neri come lo erano contro questa falsa etnia. Penso che ci siano questi problemi di validità ovunque.

Il paper più diffuso che dice che il sostegno a Donald Trump è basato sul fatto che i suoi elettori con più probabilità avevano atteggiamenti razzisti, in realtà utilizzava metriche basate su criteri economici. Esaminava come viene percepito il commercio con la Cina, in uno studio che affermava esplicitamente di separare gli argomenti economici e quelli più razziali. Se pensavi che la Cina è una minaccia economica per gli Stati Uniti, questo veniva codificato come una forma di animosità razziale, e se le persone che avevano più fortemente questa visione avrebbero con più probabilità votato per Donald Trump, allora significava che gli elettori di Donald Trump erano motivati dal razzismo.

Sì, questo era lo studio di Diana Mutz, pubblicato negli Atti delle Accademie Nazionali delle scienze. Si basa su un gruppo di elettori repubblicani nel 2012 e nel 2016. Questo gruppo si aperto maggiormente nel corso di quel periodo a un percorso verso la cittadinanza per gli immigrati clandestini, in misura statisticamente significativa. Questo fatto, a mio avviso il più importante nel giudicare se gli appelli razzisti di Trump funzionano, è stato un po’ messo da parte. Se sei un americano con un lavoro esternalizzato, ci sono molte ragioni per sentirsi minacciati dalla Cina.

Perché quindi c’è motivo di essere preoccupati della crisi di riproducibilità?

Comprimo molta della storia recente qui, ma in sostanza queste organizzazioni sono state create per provare a replicare esperimenti che sono stati pubblicati in passato. Si è scoperto che il tasso di riproducibilità complessivo della scienza psicologica pubblicata è di circa il 50 per cento. Quindi prendendo una pubblicazione a caso dal 1996 e osservando tutti gli studi di psicologia sperimentale pubblicati in esso, probabilmente c’è una possibilità su due che uno di questi indichi un effetto reale, cosa che rappresenta una profonda minaccia per la ricerca.

Abbiamo citato il test di associazione implicita e la posa di potere. Nel suo libro parla di come i militari hanno affrontato il disturbo da stress post-traumatico. Ci parli di questo.

Nel 2008 era chiaro che l’esercito era in crisi riguardo al disturbo da stress post-traumatico. Molti soldati di diciotto, diciannove, vent’anni tornavano con problemi seri. L’esercito non sapeva cosa fare e assunse un tale di nome Martin Seligman che guidava una scuola di psicologia positiva presso l’Università della Pennsylvania. Disse che avrebbe potuto prendere un programma preesistente del Penn Positive Psychology Center, chiamato Penn Resilience Program, e che avrebbe potuto adattarlo all’esercito. Tante affermazioni qui sono logicamente discutibili. Innanzitutto nel 2009, proprio mentre questo programma militare stava prendendo piede, c’erano prove che il Penn Resilience Program non funzionava sulla popolazione osservata, che era di età compresa tra i 10 e i 14 anni in ambienti scolastici normali. Inutile dire che non c’è paragone tra questa situazione e il caso di chi potrebbe aver vissuto l’assedio di Fallujah.

In cosa consisteva questo programma?

Molto si basava su principi cognitivo-comportamentali. Ci sono prove abbastanza buone a sostegno della terapia cognitivo-comportamentale in contesti di terapia individuale. C’è una scuola di pensiero che esiste dalla metà del ventesimo secolo, secondo cui a volte i propri problemi sono aggravati dall’adozione di risposte disadattive al mondo. Quindi, se una persona mi lascia questo in pratica significa che sono impossibile da amare, oppure significa che l’amore è complicato? Di solito c’è una storia che possiamo raccontare a noi stessi che è si adatta meglio di quella su cui in genere ci basiamo, e la terapia cognitivo-comportamentale cerca di allenare le persone a farlo. Non ci sono mai state prove che il Penn Resilience Program si potesse adattare a un contesto militare e che avrebbe funzionato. E in effetti nessuna prova c’è mai stata.

Mi colpisce molto il suo giudizio sui corsi di formazione sulla diversità che vengono ora lanciati, specialmente secondo le modalità proposte da di persone come Ibram Kendi e Robin DiAngelo. Iniziano a partire dall’idea che non saremo mai uguali, per il modo profondo in cui la razza determina tutto.

Sembra che molti corsi di formazione sulla diversità al giorno d’oggi, di tutti i tipi, vadano contro qualsiasi concetto di universalismo. Se fai sì che ogni interazione sia sulla razza, e se rendi le differenze superficiali incredibilmente rilevanti, che è quello che fa DiAngelo, al punto da pensare a codici di comportamento diversi per i neri e i bianchi, penso che sia fuori fase. C’è un bel libro intitolato Race Experts (Esperti di razze), di Elisabeth Lasch-Quinn. Racconta di come negli anni ci sia stato questo allontanamento dai principi che animavano il movimento per i diritti civili verso la norma etica e la costruzione della coscienza. Trovo che quest’ultime non siano solo inutili, ma anche dannose.

Mi colpisce un piccolo dettaglio e cioè che DiAngelo crede che ogni volta che una persona bianca interrompe un nero, questo porti con sé tutto il peso della supremazia bianca. In ogni amicizia a volte ci si interrompe l’un l’altro. Questo è il cuore dell’amicizia. Ciò non significa che non ci siano degli ricorrenze nel modo in cui gli uomini interrompono le donne più di quanto le donne interrompano gli uomini, o che non ci possa essere una dinamica razziale. Ma dire che ogni volta che una persona bianca interrompe una persona di colore è una parte della supremazia bianca che si impone, in pratica è come dire che non sarà mai possibile un’amicizia alla pari tra un bianco e un nero.

Quando hai rapporti significativi con le persone, fai i complimenti per il loro aspetto, le interrompi, sei in disaccordo. Un’altra cosa che accade spesso in ambiti liberal sono queste strane norme di deferenza, in cui non puoi davvero non essere d’accordo con una persona di colore, che è una cosa strana perché le persone di colore sono furiosamente in disaccordo su questioni che riguardano la giustizia sociale. Parte dell’assimilazione è che le persone ti trattano nello stesso modo in cui trattano tutti gli altri.

Credo nell’enorme contributo che la scienza, inclusa la scienza sociale, possa dare al mondo. E allo stesso tempo, attraverso studi seri e metodo scientifico, abbiamo scoperto che molto di ciò che credevamo fosse scienza si è rivelato sbagliato. Dove siamo nei termini di rapporto con la scienza?

La mia più grande speranza sul libro è che offra ai lettori una serie di strumenti di base su come porre le domande giuste quando si tratta di idee scientifiche. E ha ragione, dovremmo dare valore alla scienza e dovremmo capire la differenza tra il metodo scientifico e altri metodi di conoscenza. E direi che non dovremmo mai pensare che la scienza sia infallibile, perché è una cosa nella società che fanno gli esseri umani, anche se gli ideali alla base di essa sono meno suscettibili a pregiudizi e così via.

Una delle cose che mi porto a casa è che bisogna sempre giudicare le cose che leggi e le cose per cui ti muovi. Questo non significa che devi fingere che solo le cose di senso comune siano effettivamente vere; molte cose che oggi sono di senso comune non sembravano certo tali quando furono originariamente scoperte. Significa però che dovremmo guardare a come una qualsiasi affermazione scientifica sembra effettivamente adattarsi al corpo complessivo della conoscenza scientifica, specialmente se l’affermazione è invitante.

Gli studi sugli elettori di Trump sono un ottimo esempio, perché tutte le volte che si ottiene una risposta così autocompiaciuta per me è un segnale d’allarme.


La versione originale di questo articolo è apparsa sulla testata online Persuasion. Traduzione di Monica Fava.

 

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