Raffaele Iosa (1952–2026) è stato una delle figure più autorevoli, lucide e appassionate della pedagogia e dell'inclusione scolastica in Italia. Scomparso a 74 anni alla fine di giugno 2026, ha dedicato la sua intera esistenza a difendere il diritto all'istruzione di tutti i bambini, in particolare di quelli con disabilità e in condizioni di marginalità sociale, guadagnandosi il titolo ideale di "tribuno dei bambini e delle bambine”
Fu il tribuno dei bambini e delle bambine. Raffaele Iosa, maestro, direttore didattico, ispettore ministeriale, coordinatore dell’Osservatorio sull’inclusione del ministero dell’Istruzione, ha incarnato con lo spirito e anche con il corpo, marciando più volte a Barbiana, quella preziosa dimensione civile e politica, oltre che pedagogica, della “generazione Don Milani”, degli irripetibili anni ‘70.
Gli insegnanti, le maestre, gli educatori, i parroci, i sindaci e tutte quelle persone che credevano che la scuola fosse non solo «meglio della merda», ma che fosse la via costituzionale all’emancipazione sociale degli sfruttati e dei marginali e all’affermazione dei diritti. Dobbiamo ora prendere nota, purtroppo, che questa generazione di impegno etico e civile pian piano sta estinguendosi, e ora anche Raffaele è andato.
Raffaele Iosa è sempre stato dalla parte dei bambini e delle bambine, con ogni situazione di abilità, provenienza, cultura. Ho tanti ricordi delle cose fatte assieme e la sua voce e il suo tono, inconfondibili, risuonano ancora in me. Quante volte Raffaele prese il microfono in mano e davanti alle migliaia di insegnanti dei convegni Erickson di Rimini sull’inclusione scolastica fu un grande tribuno dei diritti dei bambini e delle bambine, infiammando una platea che lo sommergeva di applausi perché sentiva che lui interpretava valori, motivazioni, emozioni, dolori, aspirazioni, frustrazioni...
Nessuno era più tribuno di lui e per questo va ricordato, per il suo coraggio e la sua generosità. Raffaele va ricordato anche per il suo leale servizio alle Istituzioni della Repubblica, per tutta la vita servì infatti con intelligenza e sensibilità pedagogica lo Stato, non certo i governi, e la scuola porta ancora oggi i segni del suo formidabile lavoro ministeriale e legislativo sull’autonomia scolastica, in cui ripose tante speranze, purtroppo oggi molto spesso deluse dalla scarsa visione, coraggio e creatività di molti dirigenti.
Lo ricordo molto consapevole dei rischi insiti nell’autonomia scolastica, consapevole che avrebbe potuto essere una condizione in cui la libertà e la creatività, la connessione col territorio, sarebbero potute diventare motori di competizione liberistica tra le scuole, che si offrono al mercato. Ma nessuno era più convinto di lui del valore pedagogico e politico dell’autonomia scolastica ed era ottimista.
Raffaele Iosa va ricordato anche, per gran parte della sua vita, per il suo lavoro culturale sulle tante facce dell’inclusione scolastica. Un suo tema profondamente vissuto era la critica alla medicalizzazione delle difficoltà degli alunni/e. Raffaele non perdeva un’occasione per esercitare una critica serrata, talvolta sopra le righe, alle pratiche delle diagnosi facili, della ricerca di un sintomo, una sindrome, un qualcosa che non va “dentro” al bambino/a, che discolpasse in questo modo gli adulti, l’insegnamento, la società…
Raffaele si muoveva con straordinaria energia sul piano culturale, antropologico, non certo scientifico, talvolta esagerando, nella sua vis polemica, ma era una lotta necessaria, e lo sarebbe ancor oggi, di fronte agli incrementi preoccupanti di diagnosi ad esempio di disturbi dell’attenzione ed iperattività. Una lotta impari, la sua, e ora i risultati di questo trend medicalizzante sono sotto gli occhi di tutti quelli che li vogliono vedere.
In realtà tutti vedono bene questo trend, che viene spesso strumentalizzato come argomento contro la scuola inclusiva, che non sarebbe in grado di rispondere in modo efficace a questa marea crescente di alunni/e “difettosi”. Il fenomeno esiste certamente ma è più difficile comprenderlo anche con riferimento a un’origine sociale ed economica ben più ampia di qualche difetto nel sistema nervoso dell’alunno/a.
Nessuno era più convinto di lui che questa medicalizzazione progressiva fosse uno dei lubrificanti più insidiosi del lento scivolamento della scuola italiana (e della società che la esprime) verso la perdita del suo valore inclusivo, delle sue prassi di accoglienza e della sua funzione emancipatrice.
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