Il rapper napoletano usa una metafora un po’ abusata per raccontare smarrimenti e cadute. Sul palco dell’Ariston arriva una storia personale che attraversa ombre e possibilità di rinascita
Per il suo esordio a Sanremo, Luchè ha deciso di paragonare la sua vita all’immagine suggestiva di un labirinto, scegliendo un topos della letteratura. Dal mito del Minotauro a Jorge Luis Borges, è la stessa realtà a essere labirintica, attraverso una struttura che continua a moltiplicarsi. Ogni scelta che facciamo apre a nuovi percorsi, ogni interpretazione genera altre interpretazioni: in sostanza non esiste una via d’uscita, perché il labirinto coincide con il mondo.
Nel caso di Luchè sembra suggerire anche un rapporto contrastato con sé stesso e con la carriera di musicista: «Non conta l’ego contano i concetti / Nessuno l’ha capito competiamo con noi stessi / Forse più salgo in alto più non vedo i miei difetti / Quando non so chi sono / Me lo urlano ai concerti».
Alla fine del percorso esiste anche la luce, ma bisogna arrivarci: e bisogna accettare, intanto, di potersi sentire annullati, «come polvere sui mobili dentro una casa vuota».
Crescere
In fondo, il labirinto è in genere anche una metafora per indicare le difficoltà della crescita: con il tempo che si dilata, mentre si affronta il viaggio della vita. Può essere un labirinto pieno di terrore, come quello di Stephen King/Stanley Kubrick per Shining. O pieno di meraviglia come quello di Jim Henson/David Bowie.
Nel caso di Luchè, il labirinto sembra pieno di radici in cui inciampare. Sono quei micro-fallimenti di cui la vita è costellata, ma che a un animo sensibile – ha spiegato in alcune interviste – possono fare ancora più male.
È un concetto che probabilmente risuonerebbe come familiare anche a Gianluca Grignani, ospite nella serata dei duetti, venerdì, con “Falco a metà”.
Chi è Luchè
Luchè, all’anagrafe Luca Imprudente, nasce a Napoli nel 1981 e si fa conoscere all’inizio degli anni Duemila come membro dei Co’Sang, gruppo che ha avuto un ruolo importante nello sviluppo del rap napoletano contemporaneo, con uno stretto rapporto con la vita dei quartieri (che in fondo sono anche loro dei piccoli labirinti).
Dopo la fine dell’esperienza di gruppo avvia un percorso solista sempre più centrato sull’introspezione e sulla dimensione personale, pubblicando album come Malammore, Potere e Dove volano le aquile, che contribuiscono a costruire una nicchia di pubblico sempre più fedele.
A Sanremo, oltre alla sua musica, ha dichiarato di voler portare la sua storia. Chissà che non sia un bel modo per provare a uscire dal labirinto.
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