L’Equinozio – il momento astrale che celebra le nozze del giorno con la notte, in quell’esatto momento in cui sono di eguale durata  – è stato in celebrato in ogni cultura da danze e leccornie, in un’atmosfera di generale alleggerimento. Per meglio dire, di sollievo. Questo vale in particolare per l’Equinozio di Primavera. Il peso dell’inverno, il suo accoccolarsi caloroso ma anche faticoso, come un mantello di lana ispida e pesante.. i pomeriggi scuri. Ecco in questi giorni – il 20-21-22 marzo – quel tabarro ci viene tolto dalle spalle. Avverrà alla Triennale di Milano, dentro quella astronave del suono chiamata Voce.

E così ecco che ci potremo sentire di nuovo come corpi capaci di sollevarsi da terra.. Sbocceremo (si questo si parlerà con Antonio Perazzi e con Nicolò Porcelluzzi).

Metteremo foglioline.

L’idea 

L’idea – piccola - di riprendere a celebrare l’Equinozio arriva come un balsamo leggero che ti fa risvegliare il collo, le spalle. Con balli sofisticati e semplici insieme, conditi anche di campanelli alle caviglie e muse bellissime (li abbiamo affidati ai Voices from the Lake, ma anche a I Canzonieri, a Canvas 6 e Matteo).

Con parole, non sempre pronunciate con il corpo ma che comunque aleggeranno dentro la pancia della piccola balena del suono chiamata Voce alla Triennale di Milano.

Si tratta di mettere a lato per due giorni il senso generalizzato di demenza mista a risolutezza fuori controllo dentro il quale viviamo. Misto al sottile svuotamento dei tessuti abitati dall’umano, continue immagini (anche personali) di umani che escono da supermercati stupranti dato il folle costo della vita, la povertà percepita nel quotidiano per la prima volta, l’ulteriore terrore di altre inflazioni coi barili di petrolio a 130 dollari l’uno. Troppo.

A questo “troppo”, che è anche un grande vuoto, si affianca un senso mai provato da molti di possibile solitudine. L’idea – piccola – di riprendere a celebrare l’Equinozio arriva come un balsamo leggero che ti fa risvegliare il collo, le spalle. Con balli sofisticati e semplici insieme, conditi anche di campanelli alle caviglie e muse bellissime. Con parole, non sempre pronunciare con il corpo ma che comunque aleggiano dentro la pancia della piccola balena del suono chiamata Voce alla Triennale di Milano.

Pulsazioni cosmiche 

Parole che sono poesie-nutrimento provenienti dal bosco antistante al pratone abitato della Triennale (grazie alla voce recitante di Chandra Candiani), insieme al racconto di chi ben conosce questo risveglio digitale (ecco perché arriverà 700x100). Parole che sono le storie che si sono inventati gli uomini per sopravvivere al presente o castelli emotivi in aria che invece sono l’essenza-stessa (insieme all’immaginabile) dell’essere-amati, finalmente (Emanuele Coccia ne sa parecchio, ultimamente, è previsto per il tardo pomeriggio di domenica). Prospettive e pulsazioni cosmiche, allineamento non solo di pianeti ma del cuore stesso della materia, anch’essa in subbuglio vitale (fisici astro e quantici, Ersilia Vaudo e Tommaso Calarco e l’ascolto spazializzato dell’opera omonima di Stockhausen).

Di fatto si tratta di una sottile azione ricostituente, come ci dava il dottore giusto nel cambi di stagioni. Ogni cosa diventa – qualunque ne sia la sua sorgente – suono corroborante, richiamo all’azione (anche di pastori, coi Formantasma), pulsione per fortuna desiderante (le ninfe musicali di Industria Indipendente arrivano dalla leggendaria serata romana Merende per questo). Voce appunto che torna a dire la sua, magari tutti insieme visto che non se ne può più. In altre parole, salute.

E poi si tratta di fare persino un braccio di ferro simbolico: arriva Ariete, il primo segno dello Zodiaco, governato da Marte, il pianeta del coraggio e del sangue che ribolle. L’Ariete è l’impulso che ci spinge ad andare avanti, segno di fuoco, di trasformazione. La prima fiamma dell’alchimia che apre il cerchio dello Zodiaco. Il segno che inizia la primavera – appunto – e che ci invita a seguire la nostra forza rinnovata e ricorda che la saggezza nasce attraverso le sfide.

Per questo è anche il segno della guerra. Ci siamo in pieno, è così. Per questo, stavolta, quelle potrebbero sembrare metafore salterellino sono invece il racconto di una attenta resistenza all’esistente. E quelli dispiegati in campo- dentro questa confluenza- sono gli strumenti minimi e i rinforzi basilari per provare ad invertire la corsa più pazza che il mondo sta prendendo da un secolo in qua. E che va fatta rientrare alla velocità della luce (posto che si sia ancora in tempo) con tutti i mezzi necessari. Anche questi che si sono a grandi linee raccontati qui: sembrano piccoli, sottili sottili, ma sono molto potenti.


Carlo Antonelli è il curatore scientifico dello spazio Voce della Triennale di Milano. Ha ideato il festival Equinozio, alla sua prima edizione, da venerdì 20 a domenica 22, ogni giorno dalle 11:00 alle 24:00, qui il programma

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