Non che lo frequentassi, il mio vicino. Bastava che abbassasse gli avvolgibili di sera, e li tirasse su di mattina. La voce che usciva dalle finestre mi dava conforto. E anche una porzione di muro di non so quale stanza, che riuscivo a vedere quando ero sdraiato sul letto…

La sua compagna l’aveva mollato esattamente una settimana dopo che mia moglie se n’era andata. Eravamo stati piantati in asso nello stesso modo. Una scenata la nostra, una scenata la loro. Sette giorni precisi d’intervallo.

Mal comune mezzo gaudio

A volte lo incontravo per le scale. Era un perfetto sconosciuto eppure mi sembrava che non mi fosse rimasto nessun altro. Non glielo dicevo, certo. Parlavamo di niente. C’era un imbarazzo che m’impediva di trattarlo come volevo.

Sapevo che frequentava la palestra sotto casa. Che teneva accesa la radio fino a tardi, sempre la stessa stazione. Poco altro. Comunque mi consolava sapere che c’era. Qualcuno che mi abitava vicino. Qualcuno che provava a vivere. Avrei voluto che ci provasse anche per me, alle volte.

Inutile sottolineare che sapevamo entrambi: gli appartamenti erano sullo stesso pianerottolo. Avevamo alzato la voce, inveito e alla fine urlato. Tutt’e due. Tutt’e quattro. Adesso componevo il numero di mia moglie, e rimanevo in ascolto. Provavo a dedurre da quei silenzi insistiti le eventuali parole che ci saremmo potuti rivolgere. Se fossero belle o brutte. Ispirate o annoiate. Intelligenti o stupide.

Un giorno più triste degli altri suonai il campanello del mio vicino.
«Come stai?», gli chiesi.
«Male».

Non avrei apprezzato nessun’altra risposta. Il mio vicino mi fece accomodare in salotto. Mal comune mezzo gaudio, altroché. Ammise che anch’io, con la mia presenza invisibile, gli ero stato di conforto. Poi venne fuori che trovava insopportabile continuare a vivere in quell’appartamento.

Ogni cosa gli ricordava la sua compagna: le stoviglie, il colore delle mattonelle del bagno, i libri sugli scaffali. Esattamente quello che provavo io. Non so più neanche chi lo propose per primo. Lo volevamo entrambi.

«Scambiamo gli appartamenti?».
«Dici che servirà?».
«Abbiamo qualcosa da perdere?».
«Nulla».

Lo scambio

Il dolore nell’appartamento del mio vicino si alleggerì. Ci accordammo per non portare via niente, tranne qualche effetto personale. Usavamo le cose dell’altro, i tavoli, i divani, il letto.

Il trasloco era consistito nello scambio delle chiavi. Avevamo riso di gusto. Come darci torto? Il trasloco più rapido della storia. Che le stanze fossero disposte in maniera diversa mi fece stare subito meglio. Non avevo più la sensazione di vivere da solo in un posto che era per due. Quell’appartamento divenne un’avventura soltanto mia.

Ogni tanto io e il vicino mangiavamo insieme al ristorante. La cosa davvero strana è che non eravamo diventati affatto intimi. Nonostante lo scambio ci avesse catapultato nell’esistenza dell’altro, i nostri rapporti rimanevano distanti, sorvegliati. Mai un gesto, una parola di troppo.

Insieme il tempo scorreva più veloce, tutto qui. Di solito la conversazione languiva, o si concentrava su alcuni aspetti tecnici, per così dire.
«Ti ho rotto un bicchiere, l’altro giorno».
«Quale?».
«Uno di quelli col gambo lungo…».
«Fa niente… Ne ho altri cinque così. Una delle prese del tuo bagno non funziona, lo sapevi? Ho inserito la spina dell’asciugacapelli ma niente».

«Puoi farla riparare, se vuoi. Altrimenti lascia perdere. Posso prendere le federe azzurre?».
«Certo, perché me lo chiedi?».
«Le ho viste soltanto oggi. Erano in fondo al cassettone e allora non sapevo se…»
«Usale pure».

Per qualche tempo il fatto di abitare nell’appartamento del mio vicino mi distrasse. Andavo avanti e indietro per il corridoio, facevo capolino nelle stanze. Ci dovevano essere un sacco di ricordi là dentro, ricordi di cui per fortuna ignoravo l’esistenza, il coefficiente di malinconia.

Di mia moglie mi ero portato unicamente una vecchia foto stropicciata. Sapevo che non avrei dovuto farlo. Ma era stato così semplice. L’avevo infilata nella tasca posteriore dei pantaloni, sottratta dall’album rimasto nel mio appartamento, come tutto il resto.

Guardavo mia moglie in una delle sue espressioni migliori. Si sarebbe detto uno sguardo compassionevole. L’avevo giudicata sempre una donna buona, altruista, generosa. Dov’era andata adesso tutta quella pietà? Perché non era servita per rimanere insieme? Ed esisteva già qualcun altro che ne stava usufruendo al posto mio?

Non tornano tutti

Del tutto inaspettatamente il mio vicino scoppiò in lacrime. Eravamo al ristorante. Credevo che una cosa del genere sarebbe potuta accadere a me, prima o poi. E invece mi sono ritrovato a interpretare la parte del consolatore. Una parte in cui ovviamente non mi sentivo a mio agio. Il mio vicino insisteva a piangere. S’incaponiva.

«Sai cosa sono arrivato a fare?», mi disse.
«No».
«Non puoi neanche immaginartelo…».
«Cos’hai fatto?».
«Mi sono messo a pregare».

Il giorno dopo mi suonarono alla porta. Ero alle prese col mio dolore, e lasciai che suonassero due, tre volte. Non ne volevo sapere del mondo. Non avevo tempo per nessuno.

Allora sentii distintamente una voce femminile proferire da dietro la porta: «Devo usare le chiavi?». 

Scattai in piedi. Si trattava proprio della compagna del mio vicino. Non fece una piega, quando mi vide sulla soglia di quello che fino a poco tempo prima era stato anche il suo appartamento. Come se si fosse preparata a qualsiasi evenienza. Gli accennai brevemente allo scambio, gli porsi le mie scuse e lo indirizzai al campanello giusto.

Non volli informarmi, non chiesi niente di niente. Nei giorni seguenti però notai che il mio vicino tendeva a tagliare corto, e a distogliere lo sguardo. Il nostro rapporto, di per sé così misurato, si era ulteriormente assottigliato. Poi li vidi insieme.

Tornavano dal supermercato, avevano fatto la spesa. Ciascuno con una busta di plastica in mano. Erano di nuovo una coppia che viveva insieme, senza ombra di dubbio. Non riuscii a provare gioia per quella certezza. Al contrario, m’infastidì. L’equilibrio si era spezzato a mio sfavore.

Una grana da risolvere in fretta

Trascorsero giorni amari. I più amari da quando mia moglie s’era volatilizzata. Ricevetti una telefonata anonima sul telefono di casa. Suoni confusi, forse sospiri. Rimasi alla cornetta come un adolescente innamorato.

Pronunciai il nome di mia moglie. Ancora e ancora. Attaccarono e per qualche minuto mi rimase il dubbio, la speranza. Poi mi resi conto che non ero nel mio appartamento. Che mia moglie non avrebbe mai potuto conoscere quel numero, che quella telefonata misteriosa non era rivolta a me. Che stupido! E di là quei due ridevano, scherzavano.

Una volta li ascoltai parlare mentre aspettavano l’ascensore: «No che non torna, mica possono tornare sempre tutti». Strappai la foto di mia moglie che tenevo nella tasca posteriore dei pantaloni.

Fu come un secondo abbandono. Cercai di ricomporla pezzo per pezzo. Una sorta di puzzle, un passatempo masochista. La composi al rovescio. L’occhio destro al posto del sinistro, l’angolo della bocca sinistro al posto del destro, e così via. L’espressione cambiò completamente. Venne fuori un’aria spietata che non conoscevo. Questa, e non l’altra, era davvero mia moglie?

Cominciò un’agonia che non ero attrezzato a fronteggiare. Pregai nel cuore della notte. Magari avrebbe funzionato anche per me. Diligente, facevo il segno della croce prima e dopo la mia richiesta. Sempre la stessa, sempre più disperata. Suonai al campanello del mio appartamento. Vennero ad aprirmi.

«Non è passata per caso?», domandai.
«No».
«Se passa dovete avvertirmi».
«Certo».

Il mio vicino stette per aggiungere qualcosa, poi si fermò. Sapevo perfettamente cosa avrebbe voluto dire. L’avevo fatta franca, ma non sarebbe durata. Me l’avrebbe detto la prossima volta. Con discrezione, magari con gentilezza. Ma fermamente.

Qualcosa che sarebbe stato facile scambiare per crudeltà. La sua compagna mi squadrava dall’alto in basso, come se fossi stato un usurpatore, o una grana da risolvere in fretta, se possibile.

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