Spesso mi incazzo. Accade sia per le faccende importanti, per le quali convenzionalmente è giusto che mi imbufalisca, sia per quelle irrilevanti, per le quali, invece, non dovrei adirarmi. Insomma, mi incollerisco troppo forte e troppo di frequente. Anche quando non sembra, viso e postura rilassati, capita che in realtà dentro stia morendo dalla voglia d’imbracciare un bazooka e aprire uno o due crateri. Anche quando sto chiacchierando con qualcuno, ho un bel sorriso sulla faccia e una postura rilassata e annuisco a tutto spiano, se sta dicendo vaccate capita che in realtà dentro stia morendo dalla voglia di dargli del cretino, di urlargli in faccia, di andarmene e lasciarlo piantato lì.

Ecco, il punto è che mi succede a ogni piè sospinto – o quasi.

In auto, quando qualcuno non rispetta uno stop o pigia sul clacson il nanosecondo dopo che il semaforo s’è fatto verde. In fila, alle poste o in banca o al bar o al supermercato, quando becco il furbetto, quello più intelligente e impegnato di me, che ha deciso di superarmi. Al telefono, in attesa di parlare con l’operatore di un call center, quando passo ore con il telefono all’orecchio e quella loro musichetta da tortura di guerra a trapanarmi la testa.

E poi, ancora. Quando discuto con un amico; e mi pare sempre che chi ho davanti voglia solo far polemica. Sul lavoro, quando vengo ignorato, preso per idiota; ho 26 anni e spesso sono l’ultimo arrivato, però: è giusto così. Nelle relazioni amorose, quando mi viene cacciata una balla, non sono tenuto in considerazione come vorrei; in quei casi divento un passivo aggressivo da battaglia.

Essere rabbiosi

In occasioni simili il sangue mi schizza alla testa, la vista mi si offusca, il cuore va al galoppo. Nonostante tutto, però, si tratta quasi sempre di rabbia destinata a non detonare. Faccio scintille, ed esplodo come un petardo. È raro che sbotti; pure se quando succede, mi duole ammetterlo, divento una bestia incontenibile: strepiti, improperi e tutto il corredo, un pazzo da catena. Nella maggior parte dei casi, infatti, ricaccio il fiele, scrocchio il collo e conto fino a dieci, cento, mille. Male che vada poi, finito tutto, tiro una o due o tre pedate al divano, uno o due o tre pugni al materasso, impreco tra i denti fino a sentire che tutta la rabbia, tra una parolaccia e l’altra, non è defluita dal corpo.

Da qui, la domanda: ho un problema di gestione della rabbia? La mia è una situazione seria, grave, patologica? Dovrei fare qualcosa, curarmi?

Me lo sono chiesto davvero, e per trovare una risposta, tra le altre cose, mi sono guardato attorno. E ho capito, non so se per fortuna o sfortuna, di non essere il solo a prendersela praticamente per tutto.

Quindi mi tocca riformulare: spesso ci incazziamo.

Il plurale lo uso perché sì, è così – ed è inutile negarlo. Siamo rabbiosi. Sempre sul chi va là e pronti a scattare. Paranoici. Insensibili al dolore altrui. Smaniosi di sopraffare, vincere, avere ragione. Nessuno escluso, mi sentirei di dire, ma per evitare di passare per il ragazzino che è convinto di aver capito tutto cercherò di ridimensionarmi. Dico, quindi: ho l’impressione che i miei coetanei siano rabbiosi. Così facendo non voglio scagionare i più grandi, per carità, ma circoscrivere il mio discorso a qualcosa che possa vedere da vicino.

Ecco. Riformulo, di nuovo: spesso io e i miei coetanei ci incazziamo.

Generazione bistrattata, disgraziata, mal interpretata, la mia; intendo i nati a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Privilegiata e insieme sfortunata. Dai contorni fumosi, caotica, liquida. Cresciuta in una zona grigia della storia. Presa a schiaffi dalla crisi economica, dalla politica e, perché privarcene, dalla climatica. Generazione complessa, quindi, va detto – ma quale generazione ha avuto vita facile? Nessuna, direi: ognuna ha avuto i suoi problemi, le sue gatte da pelare. Una complessità che, sia agli occhi degli adulti, sia pure ai nostri stessi, se non scandagliata a dovere sembra nient’altro che confusione. E più c’è confusione, più c’è rabbia. Così alla fine ho la sensazione di abitare in un mondo in cui tutti urlano ma nessuno sa perché o di che cosa stia strepitando.

È da questa confusione, credo, che deriva la rabbia. Ed è ovunque.

Nelle risse, a volte persino organizzate sui social; se n’è sentito parlare parecchio: centinaia di ragazzi che si radunano per legnarsi di santa ragione: a Roma, dicembre 2020, a Gallarate, gennaio 2021, a Busto Arsizio, marzo, e poi Venezia, Rialto, Gaeta. I pugni per un’occhiata in strada. Le coltellate fuori da una discoteca. I sassi lanciati da un cavalcavia. I pestaggi ai danni di una coppia omosessuale che si teneva per mano.

A tenerne il conto si rischia di perdere fiducia nell’umanità, e parrebbe quasi che la rabbia ci sia, punto e basta, che sia parte di noi, della nostra vita. Come fosse una nota di sottofondo che percorre l’esistenza di ciascuno. Ogni tanto è sovrastata dagli altri suoni, ogni tanto prende il sopravvento sull’intera melodia. Perché, però, non riusciamo a districarla, questa nota? Perché siamo così pronti allo scontro, smaniosi di prevaricare, incapaci di accettare d’avere torto, ciechi di fronte al dolore altrui?

C’è la necessità di avere un nemico, qualcuno su cui scaricare la colpa della propria infelicità. C’è l’impossibilità di controllare il futuro, che sfocia nel tentativo di possedere il presente con la prevaricazione sugli altri. C’è la spersonalizzazione altrui, una mancanza di empatia che ci concede di trattare gli altri come esseri inanimati. C’è il desiderio d’appartenere a un gruppo, che si traduce nel branco e nella sua violenza cieca. C’è la diversità, che è spesso avvertita non come ricchezza ma elemento divisivo.

C’è tutto questo, credo, e c’è molto altro.

Il ruolo della letteratura

C’è una cosa che un po’ mi consola, però. Ed è che la letteratura se ne sta occupando. C’è un gruppo di autori e autrici che, pur senza appartenere a una corrente, sta scrivendo della rabbia; tra le tante altre cose, s’intende. Nel tentativo di scarnificare una realtà carica di orpelli, questi scrittori e scrittrici scendono nelle profondità del caos contemporaneo e indagano. Raccontando di ragazzi e ragazze della mia età, o più piccoli, che paiono di carne e ossa.

Penso a Io sono la bestia, di Andrea Donaera. Rabbia autodistruttiva, quella di Mimì, vendicativa, cieca. Rabbia che genera violenza. Penso ad Ada brucia, di Anja Trevisan. Rabbia che nasce da quell’ossessione scambiata per amore ma che amore non è; non lo è neanche lontanamente. Penso a Zucchero e catrame, di Giacomo Cardaci. Rabbia che nasce dall’abbandono, dal rifiuto da parte del mondo di accettare i diversi, i ragazzi considerati strambi. Penso a L’acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito. Rabbia che è rumore di sottofondo, la nota di cui parlavo prima; un suono che scandisce la crescita di una giovane donna e che come lava incandescente fuoriesce d’improvviso.

Ognuno di questi romanzi è abitato da una forma diversa di violenza, ma tutte nascono dalla rabbia. Una rabbia che pure se non è protagonista, pure se non prende il sopravvento, è comunque una patina che riveste tutto.

La rabbia c’è. C’è nel quotidiano, nel reale. C’è in letteratura, nel vero.

I motivi non li conosco, sono solo un ventiseienne incazzato, in fin dei conti. E quel che penso, da ventiseienne incazzato, è che siamo tutti giocattoli difettosi mal riposti in un magazzino dimenticato dal proprietario. Incapaci di vedere le nostre pecche, ci accaniamo sugli altri per conquistare ogni pezzetto di questo postaccio; perché ci sembra che gli altri siano inanimati, e perché ci raccontano che se non sei lupo sei pecorella.

Dovremmo ricalibrarci, invece; in fondo, funzioniamo meglio assieme. Con ciò non intendo dire che la rabbia dovrebbe essere eliminata dalla vita di tutti. Che ci si incazzi pure, piuttosto. La rabbia può anche essere slancio vitale; basta saperla elaborare, indirizzare.

Quindi, ecco, riformulo un’ultima volta: spesso io e i miei coetanei ci incazziamo, e va bene così: l’importante, ragazzi, è non vivere da dinamitardi, non detonare in faccia agli altri, ma usare questo maledetto, benedetto C4 che ci portiamo dentro per salire sempre più su.

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