Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Brusca Giovanni. Il Brusca ha raccontato questi stessi fatti visti «dalla parte di là». Ha dichiarato che, verso la fine di marzo o gli inizi di aprile del 1992, mentre maturavano le decisioni sulla campagna stragista di quell’anno, Gioè Antonino, suo uomo di fiducia, gli disse che era stato contattato da tale Bellini, da lui conosciuto anni prima nel carcere di Sciacca, dove erano entrambi ristretti (Bellini sotto falso nome).

Il Bellini si era presentato a Gioè con una richiesta di aiuto in una attività di recupero crediti che aveva avviato; ben presto, però, introdusse altri argomenti e fece capire di essere in contatto con settori importanti dello Stato, attraverso cui avrebbe potuto procurare dei benefici (diceva che aveva agganci in Sud America; poteva avvicinare direttori di carceri; poteva procurare e guidare elicotteri, con cui trasferire all’estero eventuali latitanti; ecc.)

Sviluppò anche una serie di discorsi sul recupero delle opere d’arte. Gli fece capire che, ogniqualvolta c’era un recupero di opere siffatte da parte delle pubbliche Autorità, v’era, alla base, uno scambio di favori.

Così maturò in loro l’idea si proporre a Bellini uno scambio: opere d’arte contro benefici per i detenuti. In effetti, il Bellini si dichiarò disponibile a fare da intermediario in una eventuale trattativa. Egli si attivò allora per recuperare oggetti d’arte da offrire in contropartita e interessò della cosa Pietro Rampulla e Gioacchino La Barbera. Informò anche Riina dell’iniziativa in corso.

Fu lo stesso Bellini, però, su richiesta di Gioè, che fece avere loro le fotocopie di alcune opere d’arte, che interessavano ai suoi interlocutori della parte istituzionale. Queste fotocopie (non ha saputo riferirne l’oggetto) erano contenute in una busta gialla «con la dicitura di un maresciallo dei Carabinieri».Essi non riuscirono a trovare, però, le opere rappresentate nelle (fotocopie di) fotografie (sembra di capire che nemmeno ci provarono).

Contestualmente, però, Riina gli fece avere le fotografie di alcuni quadri, di cui sembrava avere la disponibilità. In cambio, chiedeva gli arresti domiciliari per Luciano Leggio, Giovan Battista Pullarà, Giuseppe Giacomo Gambino, Bernardo Brusca e Pippo Calò. Questi nomi erano segnati in un bigliettino che gli consegnò.

Egli fece avere le fotografie e il bigliettino a Gioè; questi li fece avere a Bellini.

Il Bellini ritornò dopo alcuni giorni e fece sapere che il discorso poteva essere portato avanti per due detenuti: Bernardo Brusca e Giuseppe Giacomo Gambino, ai quali avrebbero potuto essere concessi gli arresti ospedalieri in una struttura militare.

Riina, però, non volle saperne di questa limitazione («o tutti e cinque o niente»).

Circa l’epoca in cui si sviluppò questo discorso non è stato preciso. Infatti, in un primo momento ha detto che non c’era ancora stata la strage di Capaci; poi, che era già stata consumata la strage di via D’Amelio. Egli, allora, con l’autorizzazione di Riina, decise di muoversi da solo nell’interesse del padre (Bernardo Brusca). Si rivolse a Matteo Messina Denaro, il quale gli fece avere la foto di un cane, a cui mancava la testa. Inoltre, lo mise in contatto con un suo amico di Castelvetrano, col quale si incontrò nella gioielleria di Geraci Francesco.

Con questo amico di Messina Denaro parlò di un’anfora di notevole valore, di cui vide la fotografia. Non ricorda se gli fu data, anche di quest’opera d’arte, la fotografia.

Ricorda che fece avere la foto del cane a Bellini, tramite Gioè. Non ricorda se gli fece avere anche la foto dell’anfora. Anche questa trattativa, però, si arenò, non ricorda per quale motivo. Essa si sviluppò verso settembre-ottobre del 1992.

Ha precisato che, personalmente, non vide mai Bellini. Con lui si incontrò sempre Antonino Gioè, accompagnato, qualche volta, da Gioacchino La Barbera.

- Ha proseguito dicendo che, dopo l’introduzione dell’art. 41/bis nell’Ordinamento Penitenziario, i discorsi tra Gioè e Bellini cambiarono fisionomia, perché si cominciò a parlare anche di danneggiamenti. Infatti, parlarono degli effetti di un attentato alla Torre di Pisa; delle conseguenze sul turismo di una eventuale disseminazione di siringhe infette sulle spiagge di Rimini; della sottrazione di quadro da un museo importante; di altre iniziative criminali di minor conto.

Ha detto di non ricordare se con Bellini parlarono degli Uffizi di Firenze. In istruttoria, però, l’11-12-96, disse che parlarono di «mettere, che so, una bomba, fare trovare una bomba e rovinare gli Uffizi» (risponde di avere, forse, confuso gli Uffizi con la Torre di Pisa).

Questi discorsi si svolsero sempre tra Gioè e Bellini e furono a lui riferiti da Gioè.

Solo ad uno di questi discorsi assistette anche lui, all’insaputa di Bellini, nel corso di un incontro avvenuto ad Altofonte, nella casa paterna del Gioè.

Questo incontro si svolse, ha detto, prima della collaborazione di Marchese Giuseppe (1-9-92), perché da allora smise di frequentare Altofonte (in istruttoria aveva detto prima della strage di Capaci. A dibattimento ha corretto il tiro).

Nel corso di questo incontro i due commentarono gli effetti di possibili attentati, di cui (Gioè e Bellini) avevano già discusso in precedenza (Torre di Pisa; spiagge di Rimini; ecc.).

Circa l'atteggiamento tenuto da Bellini durante questi colloqui, ha detto: «Dottor Chelazzi, ripeto, io forse sarò poco felice a spiegarmi. Vorrei... le spiego, la risposta gliela do a modo mio, sperando che sia esauriente.

Se il Bellini è venuto come mandante, nel senso fate questo, fate quell'altro: nella maniera più categorica no.

Che il Bellini: 'vi sconsiglio di fare questo, come proposta, fate questo che ottenete questo'. No, gliel'ho sempre detto. I suggerimenti che a noi venivano dati, cioè, venivano poggiati su vassoio, cioè ce li dava come consigli di sua conoscenza: 'se fate questo succede questo'.

Non so se... Cioè, per me non è un mandante il Bellini, però, ripeto, come le ho detto in qualche volta, alla fine di tutto ci siamo sentiti giocati, cioè nel senso che Bellini è venuto in Sicilia per ottenere qualche cosa; involontariamente da parte nostra, cioè senza che lui mai ebbe a dire 'fate questo o fate quell'altro o fate questo crimine'. Però i consigli, cioè i suggerimenti che lui ci dava noi tiravamo le nostre conclusioni.

Che poi noi pensavamo, dietro questi fatti, lui ritornava, essendo che era come suol dire un discorso a intesa. Per dire se il quadro è questo, la situazione è questa non so quello che può succedere, ma automaticamente lo Stato deve intervenire. Ma, essendo che il canale era aperto con lui, automaticamente lui poteva dire a chi di competenza, per dire: io sono in condizione di poterlo fermare, o io so chi è stato, o io posso intervenire. Questa era la nostra interpretazione».

Quindi, dice, Bellini non consigliò mai loro di attuare un qualche attentato, ma fu sicuramente quello che suggerì le idee. Nel corso dei colloqui con Bellini ci fu anche un accenno alle stragi di Capaci e via D’Amelio, ma solo per dire che, eliminato un nemico, ne spuntava un altro.

Bellini fece capire loro che lo Stato era molto più sensibile verso il patrimonio artistico, che verso gli uomini («Perché il Bellini insieme a Gioè dice: se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un'altra. Se tu vai a eliminare un'opera d'arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l'interesse è molto più della persona fisica»).

I discorsi tra Bellini e Gioè furono oggetto spesso di commento tra lui (Brusca) e le persone che gli stavano intorno in quel periodo (Bagarella, La Barbera, lo stesso Gioè).

Frequentemente, infatti, parlarono tra loro di un attentato incendiario agli Uffizi, in via astratta e ipotetica. Parlarono di un possibile attentato alla Torre di Pisa e alle conseguenze per lo Stato Italiano, oltre che per la città interessata.

Non ricorda se di un attentato alla Torre di Pisa parlò mai con Riina. Sicuramente, ha detto, ne parlò con Bagarella (prima dell’arresto di Riina) e questi ne parlò poi a Riina.

- Ha anche detto che, nel corso della trattativa, diedero a Bellini due chili di cocaina, in due diverse occasioni.

Una volta Bellini portò due documenti da falsificare. Alla fine, Bellini regalò a Gioè un binocolo a raggi infrarossi, che dovrebbe essere stato ritrovato dalla polizia giudiziaria nel covo di contrada Giambascio.

Ha detto che, inizialmente, gli incontri tra Gioè e Bellini si svolsero ad Altofonte, anche presso il distributore di benzina gestito da Gioè. Poi, dopo l’inizio della collaborazione di Marchese Giuseppe, a Palermo o presso la cava Buttitta, sita a 4-5 km da Altofonte.

La Barbera Gioacchino. Questo collaboratore ha dichiarato di aver spesso sentito parlare, dopo la strage di Capaci, di Bellini Paolo. Gliene parlava spesso Gioè come di un personaggio «strano», conosciuto nel carcere di Sciacca, dove era detenuto sotto falso nome («non se erano documenti spagnoli»). Gliene parlava anche Brusca.

Bellini parlava spesso d’opere d’arte e chiese spesso a Gioè di attivarsi per recuperarne, dicendo che c’erano persone a Roma disposte a sborsare molti soldi per averle.

Portò anche delle foto d’opere d’arte che gli interessavano. Si trattava di foto di opere rubate in Sicilia.

A sentire questi discorsi, Brusca suggerì a Gioè di proporre a Bellini una scambio di opere d’arte contro benefici per i detenuti.

Bellini disse che «non c’erano problemi», perché aveva «un generale dei carabinieri» in grado di assicurare arresti ospedalieri ai detenuti.

Gioè gli fece allora il nome di Bernardo Brusca, di sua iniziativa, e Bellini fece sapere, dopo poco tempo, che c’era la possibilità di farlo andare all’Ospedale Militare di Pisa.

Giovanni Brusca ritenne non conveniente lo scambio, in quanto «al carcere di Pisa di stava male». Per questo la trattativa si arenò. Ha detto che, nel periodo di questi contatti, Bellini fece avere a Gioè un binocolo a raggi infrarossi. Questo binocolo fu dato da Gioè a Brusca.

Gioè fornì della cocaina a Bellini («qualche centinaio di grammi di cocaina»). Gioè contattava Bellini presso una pensione, o albergo, di Reggio Emilia, di cui aveva il numero.

Tutti sospettavano di Bellini come di un «infiltrato». Perciò i contatti con lui li teneva solo Gioè.

Ecco, comunque, il discorso di La Barbera su Bellini: «Bellini era una persona che il Gioè ha... non so se lo frequentava fin da prima, comunque dal mio ritorno, da maggio in poi, spesso sentivo parlare di questo Bellini. Paolo Bellini se non mi ricordo male.

Paolo Bellini era persona che era stato in carcera assieme al Gioè negli anni '80, adesso non ricordo... al carcere di Sciacca. E lui mi parlava di 'sta persona, persona... una persona strana.

Mi raccontava che era stato in carcere sotto falso nome e per un periodo è stato detenuto sotto un altro nome. Non so come è andata la cosa. Sto parlando della fine di maggio, giugno, cioè dopo la strage di Capaci.

Il Bellini lo cercava continuamente al Gioè, chiedendogli di recuperare opere d'arte - rubate penso in Sicilia - se aveva la possibilità di recuperare queste opere d'arte che, c'erano persone a Roma interessati alla... appunto al recupero di queste...Ritornando al discorso più volte, il Gioè ha portato il discorso al Brusca, dicendo che c'era 'sto Paolo Bellini che continuamente gli chiede se c'è la possibilità che in cambio si può fare insomma... 'soldi tutti quelli che volete' gli diceva allora a Nino Gioè.

E dopo questa volta, il Giovanni Brusca gli ha detto al Gioè di fargli una proposta a questo Paolo Bellini. Dice: 'se noi riusciamo...' Perché portava delle foto, portava delle scritture dove spiegava queste opere d'arte che voleva recuperate, il Brusca gli manda a dire tramite il Gioè se c'è la possibilità di intervenire su detenuti.

Paolo Bellini subito gli ha risposto che non ci sono problemi, dice: 'ditemi i nomi delle persone che volete'. Ché c'aveva un generale dei Carabinieri interessato che poteva fare qualcosa appunto per fare uscire 'sti detenuti anche con grave condanna; non uscire completamente ma avere la possibilità di farli andare in arresti ospedalieri.

Al momento in cui il Paolo Bellini gli ha chiesto al Gioè il nome di queste persone, ha tirato fuori: 'prova un attimo, con Bernardo Brusca se c'è la possibilità...'

Dopo un tempo lui porta la risposta. Dice: 'la possibilità c'è, ma c'è la possibilità di poterlo fare andare dal carcere all'ospedale militare di Pisa'.

Al che Brusca ha detto che il carcere non gli interessava per cui le cose poi si sono tralasciate. In quanto dice che al carcere di Pisa si stava male, al carcere, all'ospedale militare di Pisa si stava male, allora hanno rimandato, non hanno fatto più lo scambio».

Le valutazioni della Corte

L’esame del materiale probatorio passato in rassegna dimostra, in maniera inequivocabile, che per tutto il 1992 si sviluppò un rapporto tra Bellini Paolo e Gioè Antonino con diverse finalità soggettive. Oggettivamente, però, questo rapporto, travalicando i confini personali dei due protagonisti, ebbe l’effetto di focalizzare l’attenzione di Brusca, Bagarella, Riina (e delle altre persone che ruotavano intorno a costoro) sui beni del patrimonio artistico nazionale.

È questo il dato più saliente desumibile dalla complessa vicenda che è stata narrata (quasi sempre dai diretti interessati), giacché attiene proprio alla genesi della «idea» stragista (per come si è poi concretamente realizzata). Non è, però, l’unico dato che interessa. Altri aspetti di rilievo attengono alla valutazione della posizione di alcuni degli imputati di questo processo (soprattutto, Brusca e Bagarella).

Per Brusca, poi, la rilevanza investe sia il profilo della responsabilità che dell’attendibilità. Proprio perché i profili rilevanti sono quelli sopra enunciati, va anticipato che, anche in questo caso, non interessa né ricostruire minuziosamente gli sviluppi del rapporto tra Gioè e Bellini, né approfondire (ammesso che sia possibile) i motivi della condotta dei due, né individuare con sicurezza le finalità avute singolarmente di mira da costoro.

Si tratta di profili, infatti, che non sono idonei a portare al processo alcunché di significativo. Questo vale, innanzitutto, per i «motivi» che animarono la condotta dei due e li spinsero a «trattare» per così lungo tempo.

Non si vede, infatti, quale utilità possa avere per (questo) giudizio stabilire se Bellini sia entrato nella tana del lupo perché «disgustato» per le stragi di Capaci e via D’Amelio (come, a dire del mar. Tempesta, ebbe ad affermare), ovvero per ottenere dallo Stato soldi e abbuoni di pena (ammesso che qualcuno potesse soddisfare una simile richiesta), ovvero solo per il brivido del rischio.

Meno che mai rileva stabilire perché Gioè si espose verso l’organizzazione di appartenenza coltivando un rapporto con un personaggio sicuramente anomalo (dal punto di visto di «cosa nostra») come Bellini.

L’accertamento di questi motivi, infatti, anche ritenendo che si possa condurre con obiettività, può soddisfare qualche curiosità antropologica, ma nessuna curiosità relativa ai mandanti delle stragi.

Non interessa nemmeno stabilire, a ben vedere, quali fossero le finalità perseguite, specificamente e oggettivamente, da Bellini e da Gioè.

Infatti, se Bellini si sia portato in Sicilia col fine specifico di far insorgere o rafforzare un proposito criminoso, ovvero col fine di indicare gli obiettivi più idonei ad una campagna terroristica, rileverà in un eventuale giudizio a carico di Bellini, ma non toglie nulla, com’è evidente, alla responsabilità di chi accolse i suoi suggerimenti.

Parimenti, non ha nessun rilievo stabilire se, invece che muoversi da solo, Bellini sia stato mandato in Sicilia da qualcun altro per i fini sopra specificati.

Infatti, l’esistenza di mandanti avrebbe un enorme valore politico e storico (diverso a seconda della qualità del mandanti), ma, ancora una volta, non toccherebbe minimamente la posizione degli imputati di questo processo, dei quali occorrerebbe dire, in siffatta ipotesi, che non sono «autori», ma «coautori» delle stragi. L’esistenza di mandanti non toccherebbe nemmeno quella che è stata indicata come la «motivazione» delle stragi.

Essa significherebbe solo che, accanto alla motivazione già esplicitata (abrogazione del 41/bis, ecc.), ve n’è un’altra aggiuntiva da tener presente.

Per questo motivo non verranno spese molte parole per dissipare i sospetti avanzati intorno alla figura di Bellini: che sia un membro di chissà quali Servizi Segreti; che sia stato l’ideatore o lo strumento di chissà quali oscure trame.

Lo svelamento della sua identità può essere tranquillamente lasciato, infatti, all’iniziativa della parte processuale più solerte, ma in questa attività la Corte non intende impegnarsi (anche perché non dispone degli strumenti per portare a termine l’indagine).

Qui va solo aggiunto, se non altro per chiarezza, che di Bellini si sa troppo poco per poterlo in qualche modo qualificare (a parte che per la sua frequentazione, nel passato, di esponenti di Avanguardia Nazionale). L’unica cosa certa è che è stato implicato nel furto o nella ricettazione di mobili e oggetti d’antiquariato, reati per i quali fu condannato alla pena di anni cinque di reclusione dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze in data 17-6-91.

[La sentenza indicata nel testo è stata prodotta dal PM all’udienza del 23-1-98, faldone n. 32 delle prod. dib.]

Di Bellini ha parlato ampiamente il teste Gabrielli, per dire che assurse agli onori della cronaca tra settembre del 1976 e gennaio del 1977 per alcuni reati: tentato omicidio, porto e detenzione di armi, minacce ed altro.

Dal 1981 il Bellini si presentava all’esterno sotto diverso nome. Infatti, si faceva chiamare Roberto Da Silva, nato a Rio de Janeiro il 29 di marzo del 1953. Con queste generalità venne arrestato il 14 febbraio del 1981 a Pontassieve (FI) per un furto pluriaggravato di mobili antichi. Nella circostanza venne arrestato un altro personaggio, tale Fabbri Giuseppe.

Per questi reati fu detenuto, nel 1981, presso il carcere di Sciacca come Roberto Da Silva. L’8-1-82, il Bellini, sempre sotto il nome Da Silva, fu colpito da altro mandato di cattura del Giudice Istruttore del Tribunale di Reggio Emilia, per associazione a delinquere finalizzata, anche in questo caso, alla ricettazione di mobili antichi. Unitamente ad altre 11 persone. Nello stesso mese, il 18-1-82, in due accertamenti - uno di natura fotografica e l'altro di natura dattiloscopica- fu accertato che il Da Silva Roberto non era altri che Bellini Paolo.

Per effetto di questa vicenda furono arrestate 4 persone, tra cui un tenente colonnello dell'esercito del Distretto Militare di Modena, perché era stata asportata la cartella contenente le impronte digitali del Bellini, che poi servirono per la comparazione con le impronte digitali del Da Silva Roberto.

Il Bellini «fu attenzionato» dagli organi di investigazione di carattere politico con riferimento a vicende legate alla strage della Stazione di Bologna del 1980. Per questa strage fu indagato dalla Procura di Bologna perché era stata ravvisata una certa somiglianza fra l'identikit di uno degli attentatori e lo stesso Bellini.

Poi la sua posizione fu stralciata. Nel gennaio del 1988 fu sottoposto a fermo di Polizia Giudiziaria per l’omicidio di Fabbri Giuseppe, avvenuto l’8-1-88 (nel 1982 il Bellini era stato arrestato insieme al Fabbri).

Nel 1990 fu assolto da questa imputazione con formula piena. Il Bellini risulta, agli atti della Digos, aver frequentato alcuni esponenti dell’estrema destra (di Avanguardia Nazionale) operanti in territorio e toscano (Massa). Le vicende giudiziarie di Bellini, ha detto il test Gabrielli, furono ampiamente commentate sui mezzi di informazione dell’epoca. (Teste Gabrielli, udienza del 9-1-98, fasc.284)].

In verità, gli aspetti di questa vicenda che rilevano sono:

l’esistenza o meno di un contatto tra Bellini e Gioè nel 1992; se i loro discorsi ebbero, o meno, ad oggetto una trattativa in cui c’entravano beni artistici e se tra i due si parlò o meno di attentati al patrimonio storico e artistico della nazione.

Su questi aspetti la risposta deve essere sicuramente positiva. Invero, il rapporto tra Bellini e Gioè è confermato, innanzitutto, da vari elementi di contorno, che sono estremamente significativi.

È vero, infatti, che i due furono ristretti insieme nel carcere di Sciacca nel 1981; è vero che Bellini possedeva, segnati nella sua agenda, i numeri di telefono di Gioè; è vero che Bellini si recò varie volte in Sicilia tra la fine del 1991 e la fine del 1992; è vero che, come dichiarato da Bellini, Gioè gestiva un distributore di benzina ad Altofonte.

Infatti, sulla comune detenzione a Sciacca ha riferito il teste Gabrielli, che l’ha accertata per l’anno 1981.

Sul possesso, da parte di Bellini, dei numeri di telefono di Gioè Antonino hanno testimoniato i testi Gabrielli e Coglitore. Il primo ha riferito che in data 14-3-94 l’abitazione di Bellini, sita in Albinea di Reggio Emilia, fu sottoposta a perquisizione. Nel corso di questa perquisizione fu rinvenuta una rubrica telefonica tascabile, in uso chiaramente al Bellini, con un angolo strappato nella pagina contrassegnata dalla lettera «N».

Fu anche rinvenuto il lembo strappato della pagina suddetta, su cui erano manoscritti i numeri 091/4378… e 091/66403…

Il secondo (Coglitore) ha riferito che Gioè gestiva un distributore IP (proprio come detto da Bellini) sito in Altofonte, via Del Fante, presso cui era installata l’utenza n.091/66403**, intestata alla sorella (Gioè Anna).

Dal che si desume che, continuando la sequenza del numero segnato sull’agenda di Bellini con l’aggiunta dei numeri 5 e 4, si ottiene il numero telefonico di Gioè. Che il distributore fosse gestito da Gioè emerse dalle intercettazioni telefoniche disposte sull’utenza del Gioè tra la fine del 1992 e gli inizi del 1993.

Circa la frequentazione della Sicilia da parte di Bellini nel periodo che interessa ha deposto il teste Gabrielli. Da questi si è appreso che tra la fine del 1991 e la fine del 1992 risultano quantomeno quattro soggiorni alberghieri di Bellini in terra siciliana. Precisamente:

il 6-12-91 al Motel «Sicilia» di Enna, stanza n.112;

notte tra l’11 e il 12 luglio 1992 all’hotel «Kalura» di Cefalù, stanza n. 316;

6-8-92 al Motel Agip di Palermo, stanza n. 230;

30-12-92 al Motel Agip di Palermo, stanza n. 121.

Ma la frequentazione tra i due non si rileva solo da questi elementi indiretti (eppure molto significativi). Essa era nota, come si è visto, anche a La Barbera, che per primo ne parlò (il 4-12-93) e a Brusca.

Tralasciando, per il momento, Brusca, va detto che dei rapporti Gioè-Bellini parlarono lo stesso Bellini (il 31-3-94) e La Barbera quando entrambi erano detenuti, in carceri diversi (nel marzo 1994 Bellini era detenuto a Reggio Emilia).

La Barbera, dal canto suo, dette subito varie indicazioni estremamente significative: Gioè contattava Bellini presso un locale pubblico della provincia di Reggio Emilia (infatti, il suocero di Bellini gestiva un ristorante in questa provincia); Bellini e Gioè erano stati insieme nel carcere di Sciacca; Bellini era detenuto sotto falso nome; ecc. È chiaro che solo ipotizzando un filo diretto tra i due (di cui non v’è la minima ombra di prova) sarebbe possibile spiegare queste coincidenze.

Un’indicazione dello stesso tenore è venuta anche da un teste al di sopra di ogni sospetto: il commissario Messina. Questi, oltre a confermare un aspetto del racconto di Bellini (l’incontro a Piacenza a settembre del 1992), ha riferito che, nel corso di detto incontro, Bellini disse espressamente di essere in contatto con un uomo della famiglia di «Altofonte». È fuori discussione che Gioè appartenesse veramente alla «famiglia» suddetta.

Senza contare, infine, che di Bellini parla lo stesso Gioè, nella lettera rinvenuta all’interno della sua cella il 29-7-93.

Può dirsi certo, pertanto, che Bellini e Gioè si frequentarono per tutto l’anno 1992 e che svilupparono tra loro discorsi di vario tipo.

Circa il contenuto dei colloqui svoltisi tra i due, gli elementi a disposizione sono ugualmente significativi.

Tutti coloro che ne hanno parlato (Bellini, Tempesta, La Barbera, Brusca e, seppure più limitatamente, Messina) hanno fatto riferimento a vari momenti di una complessa trattativa, avente ad oggetto (quasi sempre) quadri contro benefici per i detenuti (indicati in esponenti del gotha mafioso), nonché a possibilità di aggressione del patrimonio artistico (tra cui, sempre ricorrente, la Torre di Pisa).

Per valutare l’attendibilità di queste dichiarazioni soccorre anche questa volta, in maniera, decisiva, il criterio cronologico: ne parlarono, in termini sostanzialmente convergenti, La Barbera e Bellini, quand’erano nelle condizioni personali sopra descritte (erano detenuti in carceri diversi).

Poco dopo, il 7-4-94, si aggiunse, a conferma, non un collaboratore, ma un teste qualificato: il mar. Tempesta. Questi fu, all’epoca, molto più esplicito di quanto sia stato a dibattimento, giacché parlò espressamente di «attentati a monumenti» (tra cui la Torre di Pisa) come di argomenti introdotti, concretamente, da Bellini nella loro conversazione.

Il Tempesta ha anche prodotto copia della documentazione (fotografie e fotocopie di fotografie) consegnatagli da Bellini il 12-8-92.

Infine, ne parlò Brusca, il 10-8-1996. Questi cominciò a parlarne quando erano già stati depositati gli atti di indagine, ma poco dopo essere stato arrestato (fu arrestato il 20-7-96, dopo lunghissima latitanza, e cominciò a rendere dichiarazioni agli inizi di agosto di quello stesso anno).

Pensare che possa essersi aggiornato sulla sua posizione processuale (anzi, sulle sue infinite posizioni processuali) in così poco tempo è semplicemente assurdo. Ancora più assurdo è pensare che abbia avuto il tempo di mettere gli occhi sulle dichiarazioni di Bellini, che, tra le tante che lo riguardavano, erano per lui le meno significative (se non altro perché, dalle stesse, non erano desumibili, concretamente, elementi di prova a suo carico per qualsivoglia reato).

Il contenuto dei discorsi tra Gioè e Bellini traspare, infine, dalla lettera lasciata da Gioè il 29-7-93. In essa si fa espresso riferimento all’opinione (non solo di Gioè, come s’è visto, ma anche di Brusca e Bagarella) che Bellini fosse un «infiltrato».

È chiaro che, per parlare di «infiltrazione», Bellini fu in qualche modo interessato ai progetti e alle attività di «cosa nostra» nel periodo in cui frequentò uno dei personaggi dell’organizzazione.

[Questo il contenuto esatto della lettera rinvenuta nella cella di Gioè alle ore 0,30 del 29-7-93, nella parte riguardante Bellini: «Dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell’andare a tentare di recuperare il credito ha consegnato al creditore una tessera dello stesso creditore il che adesso mi rendo conto che quest’ultimo fosse un infiltrato; mio fratello non lo ha incontrato ed il figlio gli ha detto che il padre era ricercato. Supponendo che il sig. Bellini fosse un infiltrato sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo. L’ultima volta che ho incontrato quest’uomo è stato presso la cava Buttitta solo per pura fatalità me lo sono fatto portare in quel posto dove ero andato per cercare di convincere il sig. Gaetano Buttitta a comprare del lubrificante da me…»]

Prima di tutti costoro ne aveva parlato, del resto, il dr. Messina nella sua relazione del 21-9-92. Anche questi sapeva che Bellini si muoveva per ottenere, come prima cosa, benefici carcerari per uno dei quattro mafiosi nominati da tutti i protagonisti di questa vicenda (Calò, Leggio, Gambino, Brusca).

Se ne deve concludere, quindi, alla stregua di tutte le considerazioni che precedono, che, anche sotto questo profilo contenutistico, i discorsi tra Gioè e Bellini sono stati riportati in modo sostanzialmente corretto dai collaboratori.

Non serve dire, per andare di contrario avviso, che vi sono alcune contraddizioni logiche nel racconto di Bellini e che vi sono contraddizioni tra il racconto suo e quello dei collaboratori.

Bisogna distinguere, infatti (e innanzitutto) tra contraddizioni e diversità di percezione soggettiva degli accadimenti. È evidente, infatti, che Bellini, La Barbera e Brusca non potevano conoscere alla stessa maniera ciò che stava accadendo, per l’ovvia ragione che Bellini ne era un protagonista diretto; La Barbera era uno che apprendeva, a spizzichi, ciò che gli riferiva Gioè (e non è detto che gli riferisse tutto con esattezza); Brusca stava dietro le quinte ed aveva, in certi casi, una conoscenza diretta degli eventi; in altri casi una conoscenza mediata da Gioè; il mar. Tempesta sapeva solo ciò che gli diceva Bellini.

Si spiega, quindi, perché La Barbera conosca (o ricordi) solo l’ultima parte della trattativa (quella avente ad oggetto Bernardo Brusca) e perché possa pensare che la trattativa si arenò per il disinteresse di Brusca Giovanni verso gli arresti ospedalieri per il padre (in realtà, Bellini aveva solo detto che, forse, qualcosa si poteva fare per Bernardo Brusca e un altro della rosa).

Bisogna considerare, poi, che tutte le persone esaminate hanno qualche motivo per dare una rappresentazione «soggettiva» degli eventi di quel periodo, giacché tutti hanno qualcosa da temere.

È inutile, infatti, chiedere a Bellini se ebbe a suggerire azioni «clamorose» contro il patrimonio artistico, ovvero se ricevette droga da Gioè nel corso della loro frequentazione. È chiaro che la risposta affermativa alla prima domanda l’avrebbe messo a fianco degli autori morali delle stragi; la risposta affermativa alla seconda l’avrebbe portato in carcere per traffico di stupefacenti. Bellini, che non è sprovveduto, queste cose le comprende benissimo.

Si spiega, quindi, perché, secondo Brusca, fu Bellini a mettere loro sotto gli occhi i beni del patrimonio artistico nazionale e «discusse» con loro le conseguenze dei possibili attentati (pur senza mai suggerire o consigliare azioni di questo tipo), mentre, a dire di Bellini, egli si limitò a registrare i discorsi che venivano fatti da Gioè e a riportarli al mar. Tempesta.

Quanto, poi, alle differenze di versione tra Bellini e collaboratori da una parte, testi dall’altra, circa la possibilità di concedere benefici carcerari a due detenuti (affermata dai primi; taciuta dai secondi), è difficile stabilire se sia imputabile a un ricordo difettoso dei protagonisti della trattativa o a un errore di interpretazione, da parte di Bellini, delle intenzioni dei suoi referenti; ovvero ancora, dal fatto che una proposta fu realmente avanzata (per motivi che non si conoscono).

Sta di fatto, però, che qualunque risposta si voglia dare al quesito, non ne viene influenzato nessuno degli aspetti della vicenda che si sono detti rilevanti. Anzi, il discorso sulla trattativa ne viene sostanzialmente confermato.

Non va sottaciuto, poi, che trattare di benefici per i detenuti nel contesto sopra rappresentato costituisce un fatto «discutibile» sotto vari punti di vista. Per questo, non è possibile prendere alla lettera nemmeno le parole degli ufficiali di PG che hanno deposto sull’argomento.

Quanto, infine, al contrasto tra la versione del mar. Tempesta e quella del gen. Mori sull’accenno, fatto o meno da Bellini, alla Torre di Pisa, va detto che, anche in questo caso, la Corte non dispone di elementi per stabilire chi dei due sia nel torto (evidentemente, anche per semplice dimenticanza).

Va aggiunto, però, che anche la sottovalutazione di un avvertimento così grave, per la «enormità» dell’oggetto, non verrebbe ammesso con tranquillità da nessuno; anzi, verrebbe subito rimossa. E questo potrebbe spiegare quest’unico disaccordo tra i due.

Nonostante tutto va ribadito, però, che la sequenza temporale e logica degli eventi è stata da tutti rappresentata alla stessa maniera: primo approccio di Bellini in Sicilia con la motivazione (o il pretesto, non importa) del recupero crediti; consegna di fotografie dei quadri della Pinacoteca di Modena da Tempesta a Bellini e da questi a Gioè, prima della strage di Capaci; successiva consegna da Gioè a Bellini di fotografie raffiguranti i quadri della villa Lanza-Berlinghieri, insieme al biglietto con i cinque nominativi, dopo la strage di via D’Amelio; subentro di una situazione di stasi a settembre del 1992.

C’è accordo, quindi, su quello che è veramente rilevante: esistenza e sviluppo temporale della trattativa; soggetti che la portarono avanti. Tutti gli altri passaggi (per giungere alle stragi) sono desumibili in via logica e non vanno cercati nelle parole di nessun teste o collaboratore.

Dall’interesse dello Stato a recuperare opere d’arte si passa, infatti, a quello di non perdere le opere possedute; dalla possibilità di ottenere benefici facendo recuperare un’opera si passa a quella di ottenere una contropartita minacciando la distruzione di altre; la minaccia diventa più credibile se si dimostra di essere disposti concretamente a fare danno.

Ci sono già tutte le condizioni perché l’avventura stragista abbia inizio, e non in una parte qualsiasi del territorio nazionale, ma proprio in Toscana, su cui avevano messo gli occhi i protagonisti di questa trattativa abortita. È proprio qui che cominceranno ad esplodere, infatti, le prime bombe del 1993.

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