È vero che vi fu una duplice refertazione sullo stato delle indagini condotte dal Ros sugli intrecci politico-mafiosi affaristici in materia di appalti. Non è vero che già all’epoca dell’informativa Mafia e appalti depositata il 20 febbraio 1991 ne esistesse una seconda copia o una seconda versione molto più ricca
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.
Deve altresì convenirsi sulla manifesta illogicità della conclusione cui lo stesso GIP perviene quando afferma che “non può ritenersi affatto provata la c.d. Tesi della doppia informativa”: conclusione che appare in netta contraddizione con le risultanze acquisite e illustrate nell’ordinanza a sua firma.
È lo stesso GIP a rassegnare come un dato di certezza processuale la circostanza che “il R.O.S. depositò presso la Procura, solamente nel 1992, alcune trascrizioni di conversazioni telefoniche effettuate sulle utenze SIRAP nel 1990 e contenenti espressi riferimenti ai menzionati uomini politici”.
Non si vede invero cos’altro serva per dimostrare che vi iii, in effetti, una duplice e diversa refertazione sullo stato delle indagini del R.O.S. in ordine alle ingerenze mafiose e a presunte collusioni politiche nella gestione degli appalti.
E la seconda refertazione, cioè quella consacrata nelle Informative STRAP e CARONE depositate più di un anno e mezzo dopo il primo rapporto “Mafia e Appalti”, non compendia soltanto le risultanze acquisite nel corso delle ulteriori investigazioni dei carabinieri, ma comprende anche risultanze ed elementi di prova o comunque significativi spunti investigativi a carico di noti esponenti politici che erano stati già acquisiti in precedenza, ma che non risultano essere stati mai segnalati all’A.G. prima di essere allegati alle informative depositate a settembre e ottobre del 1992.
Diverso è il giudizio conclusivo se si circoscrive l’assunto dell’infondatezza della tesi della “doppia informativa” all’ipotesi ricostruttiva secondo cui già all’epoca del rapporto “Mafia e Appalti” sarebbe esistita una seconda copia — o se si preferisce un secondo originale, cioè una diversa versione — del medesimo rapporto, molto più ricco anche perché integrato dagli atti che si riferivano alla vicenda SIRAP, incluse le intercettazioni che vennero allegate alle successive informative e che involgevano le posizioni degli esponenti politici mai menzionati prima (né nell’informativa del febbraio ‘91, ma neppure nelle precedenti informative del luglio-agosto i 990).
Tale ricostruzione, infatti, grazie alla pregevole opera di scavo del GIP LO FORTI, deve ritenersi fondata esclusivamente sulle ondivaghe, incerte e contraddittorie propalazioni di Angelo SIINO, che ha reso almeno quattro versioni diverse e contrastanti tra loro sulle circostanze e sulla fonte da cui egli avrebbe appreso del coinvolgimento nell’indagine lo riguardava direttamente anche dei vari LIMA, NICOLOSI e Calogero MANNINO.
Ma ha comunque finito per confermare che l’informativa del R.O.S. di cui ebbe modo di avere cognizione dopo il suo arresto, unitamente agli altri atti del procedimento penale a suo carico, corrispondeva a quella che gli era stata sottoposta in visione dall’on. LIMA e di cui aveva avuto contezza già diversi mesi prima del proprio arresto. E quindi, l’informativa che sarebbe circolata negli ambienti di Cosa Nostra e che allo stesso SIINO sarebbe pervenuta prima del suo arresto in tutto o in parte attraverso vari canali non era diversa e non conteneva risultanze ulteriori rispetto a quella depositata ufficialmente presso la Procura di Palermo il 20 febbraio 1991.
A conforto di tale esito depone la “testimonianza” di BRUSCA in questo processo. All’udienza dell’11.12.2013, esaminato sempre nella veste di teste assistito, egli ha sostanzialmente confermato quanto aveva dichiarato in precedenza circa il fatto che SIINO era venuto in possesso del dossier “Mafia e Appalti” diversi mesi prima di essere arrestato (luglio 1991).
Si erano incontrati, adesso non ricorda se uno o due mesi prima, a casa della cognata del SIINO, titolare di una nota distilleria a Partinico. E mentre si trovavano a parlare a quattr’occhi all’interno dell’auto. SIINO gli fece vedere un voluminoso rapporto (un malloppo così bello grosso) contenuto in una busta gialla e lo sfogliarono insieme. Si trattava del rapporto redatto dai carabinieri del R.O.S. sulle indagini a suo carico per l’illecita gestione degli appalti, e sulla rete di contatti e relazioni tessute con imprenditori e politici dallo stesso SIINO che sosteneva di avere ricevuto quella copia del rapporto, dietro pagamento di un compenso di 5 o 10 milioni di lire, da due marescialli dell’Arma che indicava nelle persone del M.llo CANALE e del M.llo LOMBARDO.
E grande fa la loro sorpresa, esaminando quel rapporto, nel constatare fin dall’inizio che esso appariva incompleto, come se mancasse una metà dell’indagine. Si parlava in quel rapporto degli incontri alla SIR.AP e dei contatti e dei collegamenti di SIINO con una precisa parte, politicamente parlando, ovvero un nutrito gruppo di imprenditori e politici vicini o riconducibili all’on. LIMA.
Ma nello stesso torno di tempo, e nello stesso contesto di affari, il SIINO aveva contatti e relazioni anche con altri imprenditori e politici che invece facevano capo ad altre correnti della Democrazia Cristiana, e segnatamente alle correnti della sinistra democristiana, facenti capo a MANNINO e NICOLOSI, che erano, dice BRUSCA manifestando una certa erudizione delle dinamiche politico partitiche dell’epoca, diverse dalla corrente di LIMA. Era come se, aggiunge il teste a mero titolo esemplificativo, dopo a’ere telefonato a LIMA, egli avesse telefonato per un medesimo affare a MICCICHÉ; e il rapporto dei carabinieri documentasse solo la prima telefonata e non la seconda.
Ma, aggiunge BRUSCA, nessuno dei due sapeva spiegarsi per quale ragione fosse stata escluso quel versante delle relazioni e dei collegamenti del SIINO.
In pratica, il rapporto appariva monco rispetto a risultanze che avrebbero dovuto figurarvi se SIINO era stato così attentamente monitorato e pedinato e intercettato; e tuttavia, in quella copia, l’unica in possesso del SIINO, non ve n’era traccia.
Ciò che risulta provato può dunque riassumersi come segue:
- è vero che vi fu una duplice refertazione sullo stato delle indagini condotte dal R.O.S. sugli intrecci politico-mafiosi affaristici in materia di appalti, essendo quella contenuta nelle Informative SIRAP e CARONTE comprensiva di risultanze e atti non allegati all’informativa che era stata depositata il 20 febbraio 1991;
- non è vero, o almeno non è provato che già all’epoca dell’informativa Mafia e Appalti depositata il 20 febbraio 1991 ne esistesse una seconda copia o una seconda versione molto più ricca perché comprensiva degli atti che vennero poi allegati alle successive Informative;
- è vero che alcuni degli atti che furono allegati alle informative SIRAP e CARONTE, e segnatamente quelli contenenti le intercettazioni più significative e compromettenti per i politici di maggiore rilievo (come LIMA, NICOLOSI e Calogero MANNINO), erano in possesso dei carabinieri del R.O.S. già prima che venisse depositata l’informativa Mafia e Appalti del febbraio 1991;
- non è vero, o almeno non è provato che quelle intercettazioni fossero state segnalate ai magistrati titolari dell’indagine su mafia e appalti già prima che venissero depositate le Informative SIRAP e CARONTE, a cui vennero allegate.
Ciò posto, sarebbe azzardato e per nulla provato inferire un atteggiamento di favore o di omertosa copertura dei carabinieri del R.O.S. nei riguardi dell’on. MANNINO.
La difesa non ha prodotto atti specifici, o informative o annotazioni di p.g. o anche deleghe d’indagine che attestino l’impegno profuso dal R.O.S. nelle indagini a carico dello stesso MANNINO, sfociate in numerosi procedimenti penali a suo carico; e non solo quello più noto, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (al di là della labiale affermazione che furono militari del R.O.S. ad eseguirne l’arresto nel febbraio del 1995), ma i molteplici procedimenti nei quali l’on. MANNINO era imputato in concorso con altri politici e imprenditori per illeciti commessi nell’aggiudicazione delle gare di appalto o nelle procedure e deliberazioni di finanziamento pubblico delle opere appaltate.
Ma, soprattutto per questi ultimi, sia la cit. Relazione dei magistrati della Procura di Palermo sulle modalità di svolgimento delle indagini su mafia e appalti, sia la sentenza che ha definitivamente assolto Calogero MANNINO dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, sia la copiosa documentazione prodotta dal Senatore DI PIETRO a margine della sua deposizione dinanzi a questa Corte — che è stata acquisita sull’accordo delle parti: v. infra — comprovano come gran parte dei guai giudiziari dell’on. MANNINO furono dovuti non tanto alte intercettazioni di cui s’è fin qui discusso, quanto, piuttosto, alle rivelazioni di nuovi collaboratori di giustizia e a imprenditori più o meno collusi divenuti a loro volta collaboratori di giustizia o sedicenti tali (a cominciare da Giuseppe LI PERA e Filippo SALAMONE, entrambi particolarmente attenzionati e valorizzati come fonti d’accusa dal Capitano DE DONNO) non pochi dei quali avevano iniziato a collaborare con la giustizia dopo essere stati arrestati nell’ambito di indagini del filone mafia e appalti delegate principalmente ai carabinieri del R.O.S., in anni in cui il Generale MORI ne fu prima vice comandante (fino a gennaio 1997) e poi comandante (dal gennaio 1997 a gennaio 1999).
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