L’attentato a Maurizio è stato raccontato, fondamentalmente, da tre collaboratori: Scarano, Sinacori e Geraci. Il loro è partito da lontano. Praticamente da settembre del 1991, quando Salvatore Riina comunicò, in una riunione, la decisione di uccidere il giornalista
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
L’attentato a Costanzo Maurizio è stato raccontato, fondamentalmente, da tre collaboratori: Scarano, Sinacori e Geraci. Il racconto di costoro è partito da lontano. Praticamente, da settembre del 1991, allorché Riina Salvatore comunicò, in una riunione, la decisione di uccidere il giornalista.
A questa riunione seguì un primo tentativo, svoltosi tra il 24-2-92 e il 5-3-92, di uccidere Costanzo. Intervenne poi una pausa molto lunga, nel corso della quale fu commesso un altro reato non collegato ai fatti per cui è processo, ma estremamente significativo per comprendere in che modo i vari protagonisti di questo processo strinsero i legami tra loro (un traffico di hascisch posto in essere ad aprile del 1993, a cui partecipò anche Carra Pietro).
La pausa si concluse con la ripresa dell’iniziativa contro Costanzo, a maggio del 1993. Prima di lasciare la parola ai protagonisti di questa vicenda conviene dare alcune coordinate “primarie” sui collaboratori sopra nominati (anche se su di loro si ritornerà nel prosieguo).
Scarano Antonio è originario di Dinami, in provincia di Catanzaro, ed ha lavorato in Germania per vari anni. Nel 1973 si trasferì a Roma e qui visse di reati vari: usure, spaccio degli stupefacenti. Alla fine degli anni ’80 entrò in contatto, come egli stesso dirà (vedi parte quarta), con Messina Denaro Matteo, autorevole esponente della mafia trapanese (era il “rappresentante” provinciale di “cosa nostra”) e commise, agli inizi degli anni ’90, due omicidi per conto di costui. Dopodicché fu coinvolto, come dirà, nei fatti per cui è processo. Fu arrestato il 3-6-94 e prese a collaborare l’1-2-96.
Sinacori Vincenzo ruotava nell’orbita della mafia di Mazara del Vallo (in provincia di Trapani) a partire dagli inizi degli anni ’80. Poi fu fatto “capomandamento” di Mazara del Vallo nel 1992, dopo l’arresto di Mariano Agate, il suo capomandamento. Fu arrestato nel luglio del 1996 e prese a collaborare a settembre dello stesso anno.
Geraci Francesco gestiva una gioielleria a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Alla fine degli anni ’80 si avvicinò a Messina Denaro Matteo e da allora prese a ruotare intorno a costui. Attraverso il Messina Denaro fu coinvolto nei fatti per cui è processo. Fu arrestato il 29-6-94 e prese a collaborare il 6-9-96.
Carra Pietro è un autotrasportatore, figlio e fratello di altri autotrasportatori, quasi certamente inseriti nella mafia di Brancaccio, un quartiere di Palermo. Fino al mese di aprile del 1993 egli era vissuto ai margini del mondo mafioso che l’attorniava, pur essendosi prestato, in qualche occasione, a effettuare trasporti illeciti. Prese ad effettuare trasporti importanti per conto dei mafiosi di Brancaccio proprio ad aprile del 1993 (con un carico di hascisch). Subito dopo divenne l’autotrasportatore che scaricò in varie città italiane l’esplosivo per le stragi. Fu arrestato il 6-7-95 e prese a collaborare il 31-8-95.
Il racconto di Scarano, che abbraccia un lungo periodo (dagli inizi del 1992 al mese di maggio del 1993), verrà diviso in tre parti, per rispettare la successione cronologica degli avvenimenti.
Scarano Antonio (I parte). Dice lo Scarano che, agli inizi del 1992, mentre si trovava a casa sua, a Roma, ricevette una telefonata da una persona che diceva di chiamare a nome di Enzo Pandolfo, da lui conosciuto tempo prima. Questa persona gli disse di portarsi in Sicilia, all’uscita dell’autostrada di Castelvetrano, dove v’era un distributore di benzina. In effetti, egli ci andò con la sua auto, una Audi a gasolio, ma non ricorda se fece il viaggio interamente per terra o anche, in parte, per mare.
Giunto all’area di servizio di Castelvetrano fu avvicinato da certo Beppe Garamella (o Sgaramella), che egli non aveva mai visto o sentito prima. Questa persona gli disse di lasciare l’auto sul posto o lo portò, con la sua, a Castelvetrano. Beppe viaggiava con un’Alfa 164.
A Castelvetrano fu portato nella gioielleria dei fratelli Ierace (si tratta, in realtà, dei fratelli Geraci, ma lo Scarano non è mai preciso sui nomi, probabilmente per una scarsa attenzione agli stessi), dove trovò Messina Denaro Matteo. Dopo cinque minuti giunse anche il Pandolfo, che gli disse di essere latitante.
Ci fu una conversazione tra Pandolfo, Scarano e Messina Denaro, nel retrobottega, a cui non parteciparono né assistettero il Garamella, né i fratelli Geraci. Il Pandolfo gli chiese di impegnarsi per tutto quanto Matteo poteva aver bisogno sulla piazza di Roma.
In effetti, gli chiesero di impegnarsi per trovare un appartamento da affittare a Roma. Allorché si lasciarono, Matteo gli diede l’indirizzo di una agenzia ai Parioli (a Roma) e 20 milioni, che gli furono consegnati da uno dei fratelli Geraci (su ordine di Matteo). L’indirizzo dell’agenzia era segnato su un foglio che gli diede Matteo. L’appartamento doveva essere trovato in zona Parioli.
In ordine al luogo dell’incontro, dice lo Scarano che, fuori della gioielleria, v’erano telecamere che controllavano tutta la strada. Capì anche che c’era una parete girevole che consentiva la fuga in giardino, in caso di necessità. In effetti, il giorno successivo, tornato a Roma, si portò nell’agenzia che gli era stata indicata e concluse un regolare contratto di commissione. L’agenzia, però, non fu in grado di procurargli alcunché.
Allora, egli si portò a Triscina per rendere edotto il Messina Denaro dell’esito della missione. Questi gli disse di lasciar perdere tutto. Senonché, dopo qualche tempo, ma sempre agli inizi del 1992, una sera si portarono a casa sua il solito Beppe Garamella insieme a tale Massimino Alfio, compare del Garamella, i quali lo condussero presso un centro commerciale di Roma (il centro commerciale “Le Torri”), dove Alfio lavorava. Ciò avvenne verso le ore 22:00.
In questo centro lo Scarano incontrò Matteo Messina Denaro, il quale gli chiese nuovamente di attivarsi per trovare un appartamento (il discorso avvenne solo tra lui e Messina Denaro). Questo incontro avvenne nell’ufficio di Alfio Massimino.
Egli parlò allora con un suo amico, tale Giacomino Croce (o Santa Croce o Gesù Cristo. Siamo alle solite: si tratta in realtà di Gesù Giacomino), che abitava nella sua stessa zona (a Torremaura), il quale gli disse che aveva per le mani l’appartamento della madre, che si era recata in Abruzzo in quel periodo, e gliene offrì la disponibilità per una quindicina di giorni. Al Giacomino disse che si trattava di amici suoi in trasferta a Roma.
Questo appartamento si trovava nella stessa strada e nello stesso stabile in cui abitava il Giacomino, nei pressi del bar di Torremaura. Fece presente la cosa a Messina Denaro, che la trovò interessante e confacente ai suoi bisogni. Precisa che aveva già conosciuto l’Alfio, tramite Beppe Garamella.
Avuta la disponibilità dell’appartamento, Messina Denaro tornò dopo alcuni giorni dalla Sicilia, con un camion, insieme a tale Enzo Sinacori, che egli non conosceva. Enzo aveva i capelli ricci, statura normale, età sui 35-38 anni ed era trapanese o palermitano. Aveva comunque lo stesso accento di Matteo. Guidava una Y10 di colore bianco, targata Roma. Sul camion c’erano l’autista e il figlio.
Tutti si portarono direttamente a casa sua, di cui avevano l’indirizzo. Questa la prima dichiarazione di Scarano, resa all’udienza dell11-3-97. Successivamente, però, in un lampo di memoria, lo Scarano ha ripreso il discorso ed ha dichiarato che egli, insieme a Sinacori e Messina Denaro, si fece incontro al camion sul raccordo anulare di Roma.
Questo, infatti, il suo discorso: «Ecco. Io adesso ho ricordato che il Messina Denaro con Enzo Sinacori son arrivati la mattina verso le 10.00-10.30 a casa mia. Hanno pranzato a casa mia. Nel pomeriggio verso le tre e mezza-le quattro siamo andati sull'accordo anulare all'uscita della Roma-Napoli e siamo andati a prendere questo camion. Questo camion con l'esplosivo e le armi.
...Siamo andati vicino casa mia a scaricare dietro casa mia, è stato scaricato tutto dentro la Y10. Si è fatto il giro del fabbricato, dell'isolato e con la Y10 carica, la Y10 quando siamo arrivati al portone dove io abito, siccome sopra c'è una mensola, una mensolina di cemento non si vede, la macchina è andata quasi dentro vicino al gradino della porta, non si vedeva niente di fuori…
... e abbiamo scaricato questa macchina. Proprio perché non... e l'abbiamo portata giù in cantina. Comunque il camion non è venuto direttamente a casa mia, bensì siamo andati a prenderlo sull'accordo anulare, all'uscita della Roma-Napoli. Questo volevo dire».
Il camion fu quindi scaricato dietro casa dello Scarano. Scaricarono un sacco di stoffa militare, che si chiudeva tirando una cordicella, pieno di armi militari, e due-tre-quattro sacchetti di esplosivo, di circa 30-40 kg ciascuno. Il sacco delle armi era «bello grosso», il che significa che ce n’erano parecchie. Lo Scarano non vide di che armi si trattava, perché il sacco rimase sempre chiuso; ma dall’esterno, toccandolo, si capiva che erano armi.
Lo stesso Messina Denaro, comunque, gli confermò che si trattava di armi ed esplosivo. Il tutto fu caricato sulla Y10, fu portato a casa dello Scarano e sistemato nella cantina comune del condominio, sotto materiale e cianfrusaglie varie (brande, vecchie porte, ecc.). Detto locale era adibito, un tempo, a lavanderia, ma da tempo nessuno lo frequentava più.
Lo Scarano descrive così il camion utilizzato per il trasporto: «Era un camion normale, incassonato. Però secondo me ci stava dietro la cabina tipo un doppio fondo. che il figlio dell'autista praticamente è andato sul camion, e quasi non si vedeva dove è sceso sul cassone.... ho visto che c'era qualcosa tipo un armadio, non lo so com'era fatto... C'erano fuori 'ste armi con 'sti sacchetti diciamo, di esplosivo. Ed ero io, Matteo, questo Enzo e il proprietario del camion e il padre. Perché erano padre e figlio». Il «doppio fondo», dice Scarano, era appoggiato al retro della cabina. In sede di controesame ha precisato che il camion era targato, probabilmente, Trapani.
Sistemato il materiale, accompagnò i due (Messina Denaro e Sinacori) nell’appartamento di Gesù Giacomino, in cui portò (o aveva portato. Lo Scarano non è preciso sul punto) anche una branda e un materasso. L’indomani tornò in detto appartamento e vi trovò, oltre alle solite persone, anche due napoletani (capì che si trattava di napoletani dalla parlata).
Mentre si trovava lì sentì dire da Messina Denaro ad uno di essi, che si stava vestendo: «Nuvoletta, guarda, non andare su, lascia stare, perché oggi è giovedì». Il pm gli ha contestato di avere invece dichiarato, in altro interrogatorio: «È inutile che vai oggi fuori, oggi è giovedì e la trasmissione non c’è», ottenendo la seguente risposta: «Esatto. Esatto… Ricordo benissimo, ci ha detto: non ti vestire, tanto oggi è giovedì e la trasmissione non c’è». In questo appartamento non tornò più, perché Messina Denaro gli ingiunse di non metterci più piede. In caso di necessità l’avrebbe contattato lui.
In effetti, egli non si fece più vedere. Dopo alcuni giorni apprese da Gesù Giacomino che se n’erano andati, senza avvertire e senza salutare. Tutto ciò si svolse, ha detto Scarano, nei primi mesi del 1992 (quindi, nel periodo di gennaio-marzo 1992). Per sdebitarsi con Giacomino gli regalò un po' di droga («Io gli ho regalato un po' di cocaina. Perché gli ho detto se voleva soldi, mi ha detto di no. Ho comprato 50 grammi, 100 grammi non mi ricordo adesso. E gliel’ho regalata, sapendo che lui faceva uso, non lo so, la vendeva»).
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