Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Il Sinacori ha iniziato il suo discorso sull’attentato a Costanzo parlando della riunione di Castelvetrano dell’autunno del 1991.

Riunione di Castelvetrano Dice il Sinacori che, verso il mese di settembre-ottobre del 1991, intervenne ad una riunione che si svolse a Castelvetrano, in una proprietà di campagna di Salvatore Riina, cui badava un “uomo d’onore” di Santa Ninfa, certo Pietro Gianbaldo.

A questa riunione parteciparono lui e Mariano Agate, nonché Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano e Salvatore Riina.

Mariano Agate era il “rappresentante” della sua “famiglia” (Mazara del Vallo) e anche il “capomandamento” di Mazara, che comprendeva le famiglie mafiose della stessa Mazara del Vallo, nonché di Marsala, Salemi e Vita. Fu l’Agate a condurlo a questa riunione.

Messina Matteo Denaro era figlio di Francesco Messina Denaro, “rappresentante” provinciale di Trapani. Matteo faceva però le veci del padre, il quale “aveva la sua età”. La famiglia mafiosa di riferimento di Matteo era Castelvetrano, che era anche sede di “mandamento”. Anche il mandamento, quindi, era nelle mani di Matteo.

Lo scopo di questa riunione è così sintetizzato dal Sinacori: «In questo incontro Totò Riina ci disse che dovevamo incominciare a pensare sia a Falcone che a Martelli. E quindi dovevamo partire, dovevamo organizzarci per andare a Roma.

E ci diede anche delle indicazioni sia per Falcone che se la poteva fare al ristorante L'Amatriciana, che poi successivamente vennero a sapere che non era L’Amatriciana ma era un altro ristorante. E se non trovavamo loro, dovevamo vedere se incontravamo o Costanzo o qualche giornalista di quelli che in quel periodo ci davano fastidio».

In questa riunione, dice Sinacori, non fu spiegato perché bisognava attentare alla vita di Falcone, Martelli o dei giornalisti, anche se lui ne comprese bene il motivo: «No, a quel momento non è stato spiegato. Però era automatico perché, Falcone era un obiettivo di Cosa Nostra già da parecchio tempo; e Costanzo poi venni a saper che era un obiettivo perché con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio; e Martelli venni a sapere dopo, perché prima si era venuto a prendere i voti in Sicilia e poi si era portato contro di noi».

Solo in un secondo tempo sentì le ragioni che avevano spinto alla decisione contro Costanzo. Era il fatto che faceva trasmissioni contro la mafia: «Sì, si parlò di una trasmissione che fece lui dove si parlava dei ricoveri facili all'ospedale e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d'onore. Questo fu una causa scatenante».

Dice il Sinacori che, all’epoca, conosceva bene Matteo Messina Denaro e Totò Riina. Non conosceva, invece, Giuseppe e Filippo Graviano, che gli furono presentati in quella occasione.

Alla riunione egli fu portato da Agate Mariano. Ad essa non partecipò il Gianbaldo, che era, comunque, presente in casa.

In questa riunione furono trattati sommariamente anche gli aspetti organizzativi degli attentati: «Sì, si parlò che dovevamo partire, dovevamo andare a Roma a girare per vedere se incontravamo queste persone. Se le incontravamo poi, dovevamo scendere giù. Dipende come dovevamo fare l'azione: se era, se ci dovevamo sparare, già eravamo preparati per spararci; se si doveva fare un attentato dovevamo scende... dovevamo avvertire Riina e poi lui ci dava delle indicazioni, quello che dovevamo fare». Fu deciso, infatti, che a Roma dovevano portare sia le armi che l’esplosivo.

Sempre in questa riunione fu indicato, come persona che avrebbe dovuto dare un appoggio logistico a Roma, tale Scarano, già conosciuto da Matteo Messina Denaro. Di lui parlò Riina, ma quello che lo conosceva era Matteo (in questa maniera Sinacori indica il suo capo Matteo Messina Denaro. In questo modo sarà indicato nel prosieguo del racconto di Sinacori).

Di questo Scarano fu detto che era una persona fidata, in quanto era già stato “provato”, avendo compiuto degli omicidi per conto dei partannesi.

Così si esprime su di lui il Sinacori: sempre nella riunione di Castelvetrrano «si parlò che a Roma c'era una persona, un calabrese che conosceva Matteo Messina Denaro, un certo Scarano, che poi io ho conosciuto, e che era una persona che si ci poteva fidare in quanto già loro l'avevano provato. Nel senso che aveva fatto degli omicidi per conto dei partannesi, credo».

Il Sinacori dice che di Scarano gli parlò anche Matteo, il quale l’aveva conosciuto tramite gli Accardo (di soprannome “Cannata”), famiglia mafiosa di Partanna. Degli Accardo, aggiunge il Sinacori, era uomo d’onore Francesco Accardo. Non lo era, invece, il fratello Stefano. Anche Matteo gli disse che degli omicidi erano stati commessi da Scarano per fare un favore ai partannesi.

Riunioni operative e preparazione delle armi. Presa la decisione di fare gli attentati, le riunioni operative vere e proprie si svolsero poi a Palermo nella casa di Mimmo Biondino, fratello di Salvatore Biondino. Se ne fecero quattro o cinque.

Ad esse parteciparono le stesse persone che a Castelvetrano, con l’aggiiunta di Salvatore Biondino e ad eccezione di Mariano Agate. Quindi: il Sinacori, Matteo Messina Denaro, Riina Salvatore, Salvatore Biondino e Giuseppe Graviano. Filippo Graviano partecipò alla prima riunione di Palermo (oltre che a quella di Castelvetrano); poi non si vide più.

Salvatore Biondino, dice Sinacori, era una persona di fiducia di Riina e quella a cui, a partire dal 1991, occorreva rivolgersi per avere un appuntamento col Riina.

Nel corso di queste riunioni Salvatore Riina incaricò Matteo Messina Denaro di procurare l’esplosivo tramite un Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, ed il Sinacori di contattare un autista per trasportare le armi e l’esplosivo a Roma.

In effetti, egli parlò con un certo Consiglio Giambattista, persona vicina alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, per i preparativi necessari. Il Consiglio mise a disposizione un camion, del tipo di quelli frigorifero, a cui fu realizzato una intercapedine tra la cabina e il cassone ad opera di Gino Calabrò, uomo d’onore di Castellammare del Golfo, che si portò appositamente in quel di Mazara. All’epoca, v’era Vincenzo Milazzo, capo mandamento di Alcamo. Fu il Milazzo a mettere il Calabrò a disposizione.

Dice il Sinacori che vide coi propri occhi il Calabrò realizzare l’intercapedine (che egli chiama “sottofondo”). Al Calabrò non fu detto a cosa dovesse servire l’intercapedine che andava a realizzare («Lui sicuramente avrà immaginato che ci serviva per...». Ma non gli fu detto nulla).

L’esplosivo fu procurato da Vincenzo Virga e concentrato a Mazara del Vallo, in un villino di pertinenza di quella famiglia mafiosa, ma intestato al Consiglio. Dice il Sinacori di non ricordare se anche Matteo portò, autonomamente, altro esplosivo («Io ricordo che Vincenzo Virga ci portò dell’esplosivo, però non ricordo se Matteo ne portò altro. Io ho ricordo di Vincenzo Virga che portò dell’esplosivo dalle cave di...Trapani»).

Nella villa di Mazara furono anche scelte le armi. Questa villa era intestata al Consiglio, ma era «di pertinenza della famiglia mafiosa».

Tra le armi c’erano mitra, kalashnikov, fucili, revolver, armi automatiche. Erano “abbastanza”, dice il Sinacori; sicuramente più di quindici pezzi. Solo i revolver erano cinque o sei e anche più.

Le armi furono scelte e provate, alla presenza, tra l’altro, del Cosiglio, nella campagana di Mazara, nei pressi della villa, da Sinacori, Matteo e Francesco Geraci.

Il Sinacori ha dichiarato che vide anche confezionare l’esplosivo in sacchi e cartoni prima della partenza, ma non lo vide caricare sul camion Ha detto che, secondo il suo ricordo, insieme all’esplosivo non v’erano detonatori.

Ha aggiunto che l’ultima riunione operativa si svolse a Palermo, a casa di Salvatore Biondino. A questa riunione non partecipò Totò Riina, ma intervennero tre persone nuove, che non erano state presenti alle riunioni precedenti. Erano Cannella Fifetto, Tinnirello Renzino e Geraci Francesco. Tinnirello e Cannella erano da lui sconosciuti: gli furono presentati come “uomini d’onore” in quella circostanza. Fu una presentazione rituale, col solo nome (Renzino e Fifetto). Poi, rivedendoli a Roma, apprese dei loro cognomi.

Queste due persone parteciparono alla riunione perché portate da Giuseppe Graviano, alla cui “famiglia” appartenevano. Il Geraci era, invece, da lui conosciuto già in precedenza, ma non come uomo d’onore. Egli aveva un deposito di oro a Castelvetrano. Insomma, si occupava di preziosi. Il Geraci fu portato a questa riunione da Matteo, il quale ne aveva sicuramente parlato prima con Riina («Perché non è che Matteo poteva prendere una persona e lo portava in una riunione senza che Riina ne sapeva niente. Specialmente per quello che dovevamo andare a fare»).

Il Geraci era persona di fiducia di Matteo Messina Denaro. Questo fatto fu riferito al Sinacori dal Matteo stesso. Quest’ultima riunione si svolse pochi giorni prima della partenza del gruppo per Roma. All’epoca, dice il Sinacori, avevano già scelto la armi ed avevano già procurato l’esplosivo.

Prima di quest’ultima riunione, dice il Sinacori, incontrò, a casa di Salvatore Biondino, Totò Riina. Era presente anche Agate Mariano, che aveva con sé le chiavi di un appartamento di Roma. Nell’occasione il Riina disse all’Agate di consegnare le chiavi a Sinacori. Cosa che quello immediatamente fece.

La scena è così descritta: Le chiavi dell’appartamento di Roma gli furono consegnate a casa di Biondino «il giorno prima che arrestassero nuovamente Mariano Agate. Perché ci trovavamo assieme a Palermo ad incontrare il signor Riina. Mentre mangiavamo, alla televisione parlavano che stavano riarrestando nuovamente le persone che erano uscite dal carcere, siccome lui era uscito, Riina gli consigliò di non andare a casa perché l'avrebbero arrestato. Lui disse che non si preoccupava perché già aveva fatto... la pena l'aveva quasi espletata. Quindi, non ci potevano fare niente. Riina a questo punto gli disse di dare... se lui aveva intenzione di andare a casa di prendere le chiavi e darmele a me. E così fece. Difatti l'indomani Agate Mariano l'arrestarono».

Questo racconto introduce quindi un punto di riferimento certo nella vicenda: l’arresto di Agate Mariano. Dopo due-tre gioni il gruppo partì per Roma. Alla fine fu caricato il camion col materiale da trasportare a Roma, ma egli non era presente («Però quando l’hanno messo là dentro non l’ho visto, perché poi se l’è sbrigata lui, il Consiglio, a sistemarsi il materiale dentro il camion»).

Il Sinacori dice anche che, nella fase preparatoria dell’attentato, accompagnò due persone a Palermo, nella zona di Bellolampo, in casa di una persona di cui non ricorda il nome, perché si incontrassero con Salvatore Riina. Le due persone erano Ciro Nuvoletta e tale Maurizio (non ricorda il cognome), entrambi di Marano, cittadina nei pressi di Napoli.

Dice il Sinacori che aveva già avuto, in precedenza, rapporti con la famiglia di Marano, allorché accompagnò in questo centro tale Messina Francesco, soprannominato “Mastro Ciccio”. Infatti, si ricorda e fa i nomi, come persone facenti parte della famiglia di Marano, di tali Maurizio, Angelo e Armando. “Mastro Ciccio” era una persona di fiducia di Riina, il suo “alter ego” nella provincia di Trapani, e molto probabilmente, dice il Sinacori, si recava a Marano per conto del suo capo. Fu “reggente” della famiglia di Mazara del Vallo dal 1982 (anno di arresto del rappresentante Agate Mariano) fino al 1991 (anno di scarcerazione dell’Agate).

Dice il Sinacori, quindi, che rintracciò i due napoletani tramite Mastro Ciccio. Essi si portarono a Palermo, dove li incontò dandosi appuntamento al Jolly Hotel, e li accompagnò da Riina. Giunti a Bellolampo i due (Ciro e Maurizio) conferirono separatamente con Riina. Nella casa in cui avvenne l’incontro erano presenti anche Salvatore Cancemi e Raffaele Ganci, ma né lui né costoro assistettero alla conversazione. Cancemi e Ganci, infatti, pensarono solo a cucinare.

Dopo aver parlato, da solo, coi due napoletani, Riina chiamò il Sinacori e disse ai due di «mettersi a disposizione» di quest’ultimo per ogni evenienza. Il Sinacori spiega così il significato di questa messa a disposizione: «Siccome noi, come ho detto poco fa, dovevamo partire per Costanzo, noi dovevamo, se avevamo bisogno, dovevamo andare a chiamare i napoletani per poterci sparare. Se avevamo la possibilità di sparare a Costanzo, andavo a chiamare i napoletani, in quanto loro, essendo di Napoli, vicino a Roma, potevano esser anche più pratici delle zone.

E essendo anche uomini d'onore, persone a cui noi potevamo dare la nostra vita - almeno - potevamo dare la nostra vita, ci riferivamo a loro. Anche se avevamo la base logistica di Scarano. Perché Scarano era soltanto come base logistica. Per quello che mi risulta a me, Scarano non è che sapeva per che cosa eravamo noi là. Poteva solo immaginare. Almeno che qualcuno non gliel'ha detto, ma io non gliel'ho mai detto per che cosa eravamo là. Non so se sono stato chiaro». In effetti, proprio in vista dei successivi contatti, i due gli lasciarono il loro recapito telefonico.

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