Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Sinacori Vincenzo (Entrato in «cosa nostra» nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996 – Collaborante sa settembre 1996).

Questo collaboratore ha parlato, come è noto, di un incontro avvenuto a Castelvetrano verso il mese di settembre-ottobre del 1991, a cui parteciparono lui (Sinacori), Riina, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano e Mariano Agate.

Nel corso di questo incontro Riina comunicò che occorreva attrezzarsi per colpire alcuni possibili obiettivi: il ministro Martelli; il giudice Falcone; il giornalista Costanzo.

In questa riunione, dice Sinacori, non fu spiegato perché bisognava attentare alla vita di Falcone, Martelli o dei giornalisti, anche se lui ne comprese bene il motivo: «No, a quel momento non è stato spiegato. Però era automatico perché, Falcone era un obiettivo di Cosa Nostra già da parecchio tempo; e Costanzo poi venni a saper che era un obiettivo perché con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio; e Martelli venni a sapere dopo, perché prima si era venuto a prendere i voti in Sicilia e poi si era portato contro di noi».

Solo in un secondo tempo sentì le ragioni che avevano spinto alla decisione contro Costanzo. Era il fatto che faceva trasmissioni contro la mafia: «Sì, si parlò di una trasmissione che fece lui dove si parlava dei ricoveri facili all'ospedale e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d'onore. Questo fu una causa scatenante».

Ha detto che a questa riunione furono presenti solo le persone sopra nominate perché Riina, conscio del pericolo rappresentato dal pentitismo, pensò di «chiudere» ancora di più i discorsi: fare in modo, cioè, che «i discorsi» venissero conosciuti da un numero ristretto di persone. Questo gruppo doveva rappresentare, a dire di Riina, una «super-cosa»; cioè, una «cosa nostra dentro la cosa nostra».

Il Sinacori ha quindi descritto tutta l’attività rivolta alla preparazione dei mezzi per attuare la trasferta romana del febbraio-marzo 1992, di cui si è parlato nella parte terza di questa sentenza.

Qui occorre solo ricordare che la trasferta suddetta fu preceduta da quattro-cinque riunioni operative a Palermo, a cui parteciparono lui (Sinacori), Matteo Messina Denaro, Riina Salvatore, Salvatore Biondino e Giuseppe Graviano. Filippo Graviano partecipò alla prima riunione di Palermo (oltre che a quella di Castelvetrano); poi non si vide più.

Ha poi spiegato che, a suo avviso, la decisione di Riina di attuare, sul finire del 1991, le azioni delittuose in argomento (in particolare, quelle contro Falcone e Martelli) era ricollegabile al cosiddetto maxiprocesso.

Infatti, questo era opera principale del giudice Falcone. Inoltre, sia il giudice Falcone che l’allora ministro Martelli esercitavano, per quel che allora si diceva in «cosa nostra», pressioni sulla Corte di Cassazione, prima della chiusura del (maxi) processo, affinché questo si chiudesse in modo sfavorevole a Cosa Nostra.

Il ministro Martelli, inoltre, era colpevole di aver voluto il giudice Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia e di aver voltato le spalle a Cosa Nostra dopo aver beneficiato del sostegno elettorale dell’organizzazione.

Per questi motivi, avendo compreso che il processo che li riguardava sarebbe finito male, Riina, giocando d’anticipo (onde evitare che, in seno all’organizzazione, la sequela di azioni delittuose programmate fosse immediatamente rapportata alla sua personale condizione) prese la decisione di intraprendere azioni violente nei confronti dei nemici di Cosa Nostra, degli amici che le avevano voltato le spalle e di quelli che l’avevano servita male.

Questo, in particolare, il suo discorso:

«Ex 210 Sinacori: Sì, è tutto ricollegabile al maxiprocesso. E Falcone è stato quello che lo ha istruito e che si diceva che era stato lui a fare pressioni in Cassazione per poi... Questo, successivo, però è stato lui che lo aveva istruito.

Poi io posso fare anche delle supposizioni mie, se è possibile.

Pubblico ministero: Vediamo, se sono semplici supposizioni, no.

Ex 210 Sinacori: No, supposizioni, nel senso che...

Pubblico ministero: Lasciamo perdere le questioni terminologiche.

Presidente: Facciamo soltanto un racconto di fatti. Le supposizioni sono un argomento troppo pericoloso.

Ex 210 Sinacori: Va bene. Cioè, io... Falcone perché era stato una persona che aveva... Intanto perché era da parecchio che si parlava di Falcone. E poi non si era più fatto Falcone, nel senso non si era più pensato di uccidere Falcone, perché si aspettava l'esito del maxiprocesso in Cassazione. In quel periodo si cercava di fare meno rumore possibile. E Martelli per come ho detto, perché si diceva che prima si era venuto a prendere i voti in Sicilia e poi si era voltato contro di noi, nel senso che si era alleato con Falcone perché aveva voluto Falcone al Ministero e avevano fatto -si diceva sempre all'interno di Cosa Nostra - che erano stati loro a fare il maxiprocesso e a fare pressione. Si diceva che, successivamente a questo fatto, si diceva che erano stati loro a fare pressione per la sentenza del maxiprocesso in Cassazione. Loro, sia Falcone, che Martelli.

Pubblico ministero: Ecco, abbia pazienza, lei sta richiamando un dato che è storicamente indiscutibile. E cioè che, alla fine del '91, quando si prospetta da parte di Riina l'intendimento di compiere questi obiettivi, il maxiprocesso però ancora non è chiuso.

Ex 210 Sinacori: Sì.

Pubblico ministero: Perché il maxiprocesso si chiude solamente alla fine del gennaio del '92. La Cassazione pronunzia la sua sentenza il 30 gennaio del '92.

Ex 210 Sinacori: Sì.

Pubblico ministero: Ecco. E allora cosa voleva, se lei ha saputo...

Ex 210 Sinacori: No, io quello che stavo dicendo poco fa, secondo me Riina aveva fatto già delle... aveva cercato di fare pressione in Cassazione per vedere, sull'esito del maxiprocesso.

Siccome Riina allo Stato... cioè, non voleva personalizzare l'attentato a Falcone o a Martelli come se era una cosa sua personale. Ma lui diceva che era una cosa, siccome il maxiprocesso andava sicuramente male, prima che finiva il maxiprocesso si doveva incominciare, o prima, o anche successivamente, si doveva incominciare ognuno a togliersi i propri sassolini dalle scarpe.

Cioè, nel senso che, innanzitutto si incominciava con gli artefici principali del maxiprocesso, che per lui erano Falcone e Martelli; e poi giù, ognuno nel suo paese, nel suo mandamento, ognuno, se aveva qualcosa da fare, di incominciarlo a fare».

Su questo argomento il Sinacori è tornato in sede di contoesame per dire che Riina, nel tentativo di far annullare il maxi-processo, cercò in tutti i modi contatti con la Cassazione, anche attraverso l’avv. Gaito. Tanto gli fu riferito da Messina Francesco, detto «Mastro Ciccio».

Quando divenne definitiva la sentenza sul maxi-processo Riina «impazzì» e diede il via a tutte le azioni delittuose che erano in predicato. Dice infatti: «Quindi la reazione, lui per così dire impazzisce dopo la sentenza della Cassazione, nel senso di dire: 'andiamo avanti, andiamo avanti, dobbiamo fare le nostre cose'.

Avvocato Ammannato: Quindi quello che lei ha già detto stamani "togliersi i sassolini dalle scarpe"...

Ex 210 Sinacori: Esattamente.

Avvocato Ammannato: ... diciamo era la strategia di colpire persone fisiche, di far fuori... appunto, l'obiettivo era uccidere persone fisiche. Ha fatto il nome, appunto Martelli, Falcone.

Ex 210 Sinacori: Sì».

A quelli di Mazara (di cui faceva parte anche il Sinacori), infatti, fu detto di «pensare» al dirigente della Squadra Mobile di Mazara del Vallo, dr. Germanà. In effetti, all’attentato contro il dr. Germanà egli partecipò insieme a Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Francesco Geraci, Messina Francesco (detto «Mastro Ciccio») e Diego Burzotta.

Anche l’omicidio di Ignazio Salvo e di Salvo Lima furono fatti per questi stessi motivi: «So per certo, perché mi è stato pure detto a me, che l'omicidio di Ignazio Salvo rientra in questa strategia; penso che quello di Lima rientri in questa strategia, però non lo so direttamente.

È tutto... è tutta una strategia, insomma, per non personalizzare il fatto come se era una cosa che interessava solo Riina.

Cioè, lui, avendo toccato il già duro in Cassazione, nel senso che lui già aveva capito che in Cassazione non c'era niente da fare, voleva prendere prima, per dire che era una cosa per tutti».

Cancemi Salvatore (Entrato in cosa nostra nel 1976 – Reggente di Porta Nuova dal 1985 – Costituitosi il 22-7-93 – Collaborante dal 22-7-93).

Il Cancemi ha dichiarato di essere entrato in «cosa nostra» nel 1976, nella famiglia di Portanuova, di cui divenne reggente nel 1985 con l’arresto di Pippo Calò. Ha detto di aver conosciuto Salvatore Riina nel 1983, in una tenuta di campagna di Bernardo Brusca, e di aver avuto, da allora, rapporti frequenti con lui.

Conobbe e frequentò anche moltissimi mafiosi «di livello», dal momento che, come reggente di Portanuova, entrò a far parte della «Commissione».

Ha aggiunto di aver partecipato, nel 1992, alla deliberazione e alla esecuzione di vari fatti di sangue. Infatti, agli inizi del 1992, in un incontro che ebbe con Riina, Ganci Raffaele, Biondino Salvatore (all’epoca il capo di quest’ultimo, Gambino, era detenuto) e, forse, Michelangelo La Barbera, discussero l’uccisione di Salvo Lima (effettivamente eseguita nel mese di marzo-aprile 1992). Circa i motivi per cui fu ucciso Lima ha detto:

«Ma io ho saputo che Lima aveva preso degli impegni, degli impegni precisi. E non l'ha mantenuti questi impegni, perché aveva preso impegni per annullare la sentenza del Maxi-1 in Cassazione. Quindi il motivo principale, diciamo, della morte, è stato questo qua".

Sempre nel 1992 partecipò ad una riunione con Riina, Ganci Raffaele, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera, in cui si discusse di un attentato al giudice Falcone.

In fase esecutiva vi fu poi una riunione in una villetta di Capaci, cui parteciparono anche La Barbera Gioacchino, Bagarella Leoluca, Biondino Salvatore, Ferrante Giovanbattista, Brusca Giovanni.

Nell’esecuzione vera e propria dell’attentato furono presenti anche Di Matteo Mario Santo e due figli di Ganci Raffaele: Calogero e Domenico. Seppe da Riina, pochi giorni prima del 19-7-92, che sarebbe stato ucciso il dr. Borsellino (non dice se vi partecipò).

L’iniziativa di queste azioni di sangue, come di tutte le iniziative di un certo rilievo, era, ha detto, sempre di Riina. Questi, ha aggiunto, era ossessionato, nel 1992, dai collaboratori di giustizia e, poi, dal «carcere duro». Spessissimo assistette a «tirate» di Riina contro questi due istituti.

Ha detto anche di aver ascoltato delle lamentele di Ganci Raffaele contro Costanzo per il fatto che questi aveva convinto la moglie di uno dei Madonia di Resuttana (la moglie di un figlio di Ciccio Madonia) ad andare in televisione e parlare: questo era un disonore per Cosa Nostra.

Ganci riferiva il malumore di altre persone con cui aveva parlato.

Inoltre, girava voce che Costanzo parlasse male di Cosa Nostra. Anch’egli, del resto, sentì Costanzo parlare male della mafia e dire parolacce ai mafiosi. Di questo parlò con Ganci Raffaele e qualche altro (certamente Biondino).

Poi, dietro contestazione, ha confermato quanto dichiarato al PM in data 1-3-94, allorché disse che l’attentato a Costanzo era motivato dal fatto che questi aveva accolto in una delle sue trasmissioni una donna del gruppo Madonia ed aveva augurato ai mafiosi un male incurabile.

Ha detto di non aver sentito parlare di attentati al patrimonio storico e artistico della nazione, salvo ritenere che tutte le stragi (quelle del 1992 e quelle del 1993) siano parte della «stessa strategia».

Ferro Giuseppe (Entrato in cosa nostra nel 1976 – Capomandamento di Alcamo dal 1992 – Arrestato il 30-1-95 – Collaborante da giugno 1997).

Questo collaboratore ha dichiarato di essere stato estraneo a tutte le stragi del 1992.

Il solo proposito criminoso che conosce, relativo a personaggi «eccellenti», è una indicazione di Riina sul dr. Manganelli, intervenuta nel luglio del 1992, nella stessa riunione in cui egli (Ferro) fu fatto capomandamento di Alcamo. In questa occasione Riina disse che l’alto funzionario di Polizia andava senz’altro ucciso, appena possibile. Non sentì mai parlare, all’epoca, di altri attentati di rilievo. Circa le motivazioni dell’attentato a Costanzo ha detto, però: «E andava sempre contro noi altri, contro; diceva parole, addirittura diceva che n'avia abbenere l'AIDS, ai mafiosi, i tumori. Cose... Secondo me, se l'è attirata lui, questa cosa; nell'ambito, come io parlo, di Cosa Nostra».

Ganci Calogero (Entrato in Cosa Nostra nel 1980 nella famiglia de La Noce – Arrestato il 10-6-93 – Collaborante dal 7-6-96).

Questo collaboratore ha dichiarato di essere figlio di Ganci Raffaele, capo del mandamento de La Noce dal gennaio del 1993. Ha detto di aver partecipato alla strage di Capaci insieme al padre, al fratello Domenico, a Brusca Giovanni e a Cancemi Salvatore.

A lui fu affidato il compito di seguire, in auto, il dr. Falcone. Non operò mai a Capaci.

Non vide in azione Bagarella Leoluca. Sa, però, che quest’ultimo contribuì a collocare l’esplosivo dentro il cunicolo dell’autostrada. Tanto gli fu riferito dal padre.

In sede di controesame ha lasciato intendere che alla strage parteciparono anche Di Matteo Mario Santo, La Barbera Gioacchino, Biondino Salvatore e suo cugino Galliano.

Ha detto che fu arrestato proprio per la strage di Capaci il 10-6-93. Gli veniva imputata sulla base delle dichiarazioni di Cancemi e Di Matteo Mario Santo.

Cancemi disse il vero sul suo conto (sul conto di Ganci), salvo tacere il ruolo di altri compartecipi e «diminuire» il proprio. Ha aggiunto che, poca prima di collaborare, il padre gli disse che alla strage di via D’Amelio avevano partecipato lui (Ganci Raffaele), Cancemi Salvatore, Ganci Domenico (salvo altri).

Ferrante Giovanbattista (Entrato in Cosa Nostra nel 1980, nel mandamento di S. Lorenzo – Arrestato l’11-11-93 – Collaborante dal luglio 1996).

Il Ferrante ha dichiarato di aver partecipato alla strage di Capaci insieme a Bagarella Leoluca e Biondino Salvatore. Sa che Giuseppe Graviano fece avere l’esplosivo per la strage.

Ha dichiarato di aver partecipato anche alla strage di via D’Amelio. La decisione gli fu comunicata sempre dal Biondino.

Ha detto che, prima ancora di queste stragi, partecipò all’assassinio di Salvo Lima, insieme a Salvatore Biondino, Salvatore Biondo «il Corto», Francesco Onorato, Simone Scalici, Giovanni D’Angelo.

Dopo quest’assassinio, Biondino gli disse che ognuno, nel proprio territorio, «si doveva pulire i piedi». Vale a dire, doveva uccidere i politici con cui aveva avuto a che fare. Non sa se la sentenza del «maxi-processo» ebbe un ruolo in questa decisione.

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