Brusca fu uno di quelli che rimase “impressionato” dalla nuova normativa, in quanto aveva il padre detenuto. Per questo si fece portatore verso Riina di proposte aggressive verso lo Stato e verso la società, che avrebbero dovuto avere l’effetto di “ammorbidire” gli organismi istituzionali
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
Da più parti è venuta l’indicazione che, successivamente all’introduzione nell’Ordinamento dell’art. 41/bis L. 354/75, «cosa nostra» entrò in sofferenza. Per questo cominciò a pensare ad attentati di vario tipo contro personaggi e beni dello Stato.
Questo capitolo prenderà in considerazione il periodo compreso tra la fine di luglio del 1992 ed il 15-1-93 (giorno dell’arresto di Riina).
Le dichiarazioni dei soggetti informati
Annacondia Salvatore (Nella criminalità organizzata pugliese dagli anni ’70 – Arrestato l’1-10-91 – Collaborante da ottobre del 1992).
Il primo, in ordine di tempo, a parlare del disagio dei mafiosi per gli scenari creati dalla nuova normativa e dalle conseguenti applicazioni, è stato Annacondia Salvatore. Questi ha dichiarato di essere stato al capo di una «grossa organizzazione personale» operante in Puglia dagli inizi degli anni ’70 e fino al mese di ottobre del 1991, epoca in cui fu arrestato (1-10-91).
Era stato «riconosciuto» come capo-famiglia da Michele Rizzi, un esponente mafioso pugliese «comparato con le famiglie palermitane» (non con la generazione dei corleonesi, ha precisato, bensì con quella perdente nella guerra di mafia del 1980-81).
Ha dichiarato che fu detenuto, dopo il suo arresto, a Foggia. Fu trasferito nel carcere di Ascoli Piceno tra il 19 e il 20 luglio del 1993, nella notte successiva alla strage di via D’Amelio, e gli fu applicato il regime del 41/bis. Quindi, da Ascoli Piceno fu trasferito all’Asinara, intorno al 20 agosto 1992, dove i detenuti erano in isolamento. Constatò che il clima carcerario, per effetto dell’isolamento, era pessimo: «Il clima, specialmente nel carcere dell'Asinara, era teso. Perché anche le guardie si trovavano peggio di noi. Ma il 41-bis, dottore, fu uno strumento proprio per distruggere la malavita organizzata.
Perché io le spiego solo in sintesi, dottore: io, nelle carceri, senza il 41-bis, può darsi che avevo più cose nel carcere, che fuori in libertà. Io, nella ultima detenzione senza il 41-bis, le posso dire ci avevo due telefoni cellulari, una pistola in carcere, cocaina, whisky, champagne, aragoste, arrivavano, dottore, non le dico, non le conto. Non c'erano problemi.
Col 41-bis, dottore, tutte queste agevola... chiamiamole agevolazioni, vennero a mancare di colpo, fu un colpo strategico, proprio. Ci presero alla sprovvista tutti quanti. Eh, dottore, deve pensare: uno che c'ha una grossa organizzazione, o che dirige una organizzazione, ha bisogno di colloquiare con l'esterno. Col 41-bis, questo, era impossibilissimo.
Poi, a noi, gente del marciapiede, ci è sempre piaciuto vestire bene, ci è sempre piaciuto avere profumi, ci è sempre piaciuto fare colloqui, portare... specialmente quando facevamo un colloquio, dovevamo portare sempre qualcosa per i bambini, per la moglie. Anche una scatola di baci, un pacco di brioches per i bambini, una pupa, un giocattolo. E questo ci veniva a mancare.
Ed era molto brutto tutto questo, dottore. Poi dovevamo tenere solo due paia di calze, due paia di mutande, la maglietta, o una tuta o un pantalone. Le scarpe non le potevamo tenere. Potevamo tenere le ciabatte. E tante cose qua, dottore, erano molto brutte.
Poi, le posso dire questo: che basta che si usciva dalla cella all'Asinara, per andare in matricola, o dovevi andare dall'avvocato, dovevi andare... che ti veniva notificato un provvedimento, ti facevano spogliare tutto. E poi era molto umiliante per tutti quanti noi fare delle flessioni tutti nudi. E poi ti passavano la macchinetta, quella addosso, da nudo, ti passavano 'sta macchinetta, proprio ad umiliarti. E tutto questo andava male, dottore.
Ricordo anche un pestaggio che fu fatto proprio per... inerente al fatto che non erano state rispettate le guardie carcerarie, perché un siciliano - non ricordo adesso come si chiama - ma si trovava nella cella di Pino Madonia.
Che, quando arrivò ritirandosi dall'aria, ci aveva la sigaretta in bocca. E lui non la poteva tenere la sigaretta in bocca. Il regime era troppo duro, era. E lo pestarono di brutto con i manganelli. E Pino Madonia, quando... non vedendolo rientrare in cella sua - che stava insieme - iniziò a inveire contro. E tutti quanti aderimmo a gridare. Pino Madonia fu prelevato da dentro la cella e fu pestato anche lui.
Sa, tutte queste cose qua, dottore, erano molto brutte nei confronti della malavita organizzata. Un uomo di quarant'anni, cinquant'anni, sessant'anni, decide la vita e la morte della gente, da un giorno all'altro si vede inchiodato e senza fumare più, inizia ad impazzire.
E queste cose fuori le sapevano. Mentre si trovava in questo carcere capì che c’era qualcosa in programma. Sentì parlare, infatti, di scioperi da fare. Poi, incontratosi con certo Tano Mirabella (un siciliano, dice) durante l’ora d’aria, fece con lui questo discorso: «E io ebbi delle lamentele, nel senso che, per colpa dei siciliani, le stragi che avevano fatto, ci trovavamo in questa situazione.
E dissi: 'beh, che si dice, Tano?' E ricordo le parole di Tano Mirabella quando disse: 'compare, aspettiamo i grossi che ci mandano a dire che cosa dobbiamo fare'. Perché dovevamo attuare qualche sciopero, una protesta, o qualcosa. Lui mi disse: 'aspettiamo con calma, perché i grossi stanno decidendo'».
Ha aggiunto che nel mese di settembre del 1992 (probabilmente, ha precisato, il 14-9-92) fu trasferito dall’Asinara a Carinola (in Puglia), per partecipare a udienze che lo riguardavano. Durante il trasferimento incontrò Francesco Cocuzza, che egli già conosceva, perché legato a Giuliano Salvatore di Forcella (Napoli). Questi, nel 1989, stava «scontando» la semilibertà a Trani, nel suo paese (nel paese, cioè, di Annacondia).
Incontrò il Cocuzza sul traghetto che dalla Sardegna li trasferiva a Civitavecchia. Durante la traversata ebbero modo di discorrere tra loro e Cocuzza gli comunicò alcune importanti novità.
Ma stiamo al suo racconto: «Quando salimmo sulla nave, in attesa che il maresciallo ci andava a prendere da mangiare, il Cocuzza mi mise a conoscenza del fatto che era stata presa la decisione che era arrivata un'imbasciata che, per via del 41-bis, le nostre restrizioni erano molto dure. E per far capire allo Stato che qui si faceva seria, bisognava mettere a conoscenza tutti i capifamiglia, gente responsabile, gente che aveva del potere nell'ambiente criminale, che bisognava attaccare i musei, opere d'arte. Proprio per far alleggerire il 41-bis, contro il 41-bis.
E ricordo che lui disse che i primi casini avrebbero successi in Sardegna e in Toscana».
Ha detto che questa informazione (l’intenzione, cioè, che «cosa nostra» pensava di attentare a chiese, musei a altre «cose antiche») fu portata all’interno dell’Asinara e di altre carceri (non dice quali carceri e ad opera di chi).
Gli fu detto, infatti, che «bisognava passare per novità questo messaggio» a «tutti i responsabili di paesi».
Lo scopo di questi attentati, gli fu detto, era quello di «attirare l’attenzione dello Stato» per «arrivare a una tratttativa». Dice infatti: «…il Cocuzza, la cosa che mi specificò proprio, che in questi attentati non bisognava ammazzare nessuna persona; bisognava fare solo danno a opere d'arte, a musei. Proprio per attirare l'attenzione dello Stato. E questo significava un danno enorme nei confronti dei Paesi esteri per il turismo. E tutto quello che poteva essere storico. Solo così si poteva arrivare ad una trattativa con lo Stato».
Cocuzza gli fece i nomi di due regioni in cui, secondo lui, dovevano avvenire gli attentati: Sardegna e Toscana. In Sardegna, perché c’era l’Asinara; in Toscana, perché c’era Pianosa.
Ha aggiunto anche di essersi incontrato nel carcere di Rebibbia, a Roma, con certo Piddu Madonia, persona che fu arrestata in Veneto e diversa dal Pino Madonia (figlio di Francesco Madonia), di cui ha parlato prima. Ciò avvenne dopo l’incontro con Cocuzza sulla nave per Civitavecchia (quindi, dopo il 14-9-92 e prima di ottobre del 1992). Gli fece una battuta per capire se sapeva dell’intenzione di «attaccare le cose vecchie» ed il Madonia lo zittì subito, facendogli capire che era a conoscenza del progetto.
Dice infatti: «Io, con Piddu Madonia, dottore, un giorno, mentre... perché facevamo aria in cubicoli, in isolamento, quel giorno stavamo a fianco io e lui. E io, nel parlare, perché parlavamo del più e del meno. E mentre parlavamo del più e del meno, gli dissi: 'compare, ma del fatto là, siete bene a conoscenza?' dissi, diciamo, per attaccare le cose vecchie; e lui disse: 'sì, sì' mi zittì subito.
Dissi: 'sì, sì, è tutto a posto. So tutto'. E io mi riferivo al fatto che ero a conoscenza... cioè il Cocuzza m'aveva passato per novità quell'imbasciata». Ha dichiarato di aver reso le prime dichiarazioni su questi fatti alla Direzione Nazionale Antimafia, nel corso di un colloquio informativo; poi alla Commissione Parlamentare Antimafia, verso luglio del 1993; quindi, al PM di Roma, nel mese di agosto del 1993.
Patti Antonio (Entrato in cosa nostra il 21-10-79 nella famiglia di Marsala – Arrestato l’1-4-93 – Collaborante dal giugno 1995).
Questo collaboratore ha dichiarato di aver appreso da Andrea Mangiaracina, verso ottobre-novembre del 1992, che in «cosa nostra» si pensava di uccidere un «guardia carceraria» in ogni paese della Sicilia. Anzi, addirittura c’era stato un ordine espresso di Riina in questo senso.
Infatti, ha aggiunto, a Marsala era giunto l’ordine di uccidere un «marsalese che faceva servizio a Marsala» ed era «uno delle guardie carcerarie più pericolose», perché era rigoroso con i detenuti. Quindi: «A senso dei carcerati lui si comportava male».
Quanto ai motivi per cui le guardie carcerarie dovevano essere uccise: « Non lo so, forse per il fatto di Pianosa, quelli a Pianosa che dice che stavano male. ...All'Asinara, dicevano si stava male. Io sono stato all'Asinara e stavo bene. Sa perché stavo bene io? ...Tanto per... perché a volte ci vuole qualche... Io stavo bene, io sono stato messo in castigo, però stavo bene. Sapete perché? Perché io pensavo quanto male avevo fatto fuori. Il meglio che mi potesse capitare era questo, quindi qualsiasi cosa mi capitava era sempre bene. Quindi mentalmente stavo bene. Tutti si lamentavano là, 'si sta male', ma io stavo bene».
Brusca Giovanni (In cosa nostra dagli anni ’70 – Capomandamento di S. Giuseppe Iato dal 1989 – Arrestato il 20-5-96 – Collaborante dal luglio del 1996).
Il Brusca è quello che più a lungo ha parlato dei sommovimenti creati in «cosa nostra» dall’applicazione dell’art. 41/bis. Egli, ha aggiunto, fu proprio uno di quelli che rimase «impressionato» dalla nuova normativa, in quanto aveva il padre detenuto, che fu uno dei primi ad essere trasferito a Pianosa quando fu data applicazione alla nuova legge.
Per questo si fece portatore, presso il capo dell’associazione (Riina) e in seno al gruppo che più assiduamente frequentava in quel periodo (Bagarella, Gioè, La Barbera Gioacchino, ecc.), di proposte aggressive verso lo Stato e verso la società, che, dice, avrebbero dovuto avere l’effetto di «ammorbidire» gli organismi istituzionali e costringerli ad una politica più tollerante verso l’organizzazione criminale di appartenenza. Tra le azioni lesive di cui discussero in quel periodo vi furono:
un attentato dinamitardo contro la Torre di Pisa, per deturpare l’immagine della città;
la disseminazione di siringhe infette sulle spiagge di Rimini, per mettere in ginocchio il turismo nell’area;
il furto di qualche quadro presso un museo importante dell’area fiorentina;
un attentato agli Uffizi, da attuarsi con liquido infiammabile, ovvero mediante ordigno esplosivo.
La ragioni di questi attentati in discussione sono così esposte da Brusca: « il nostro progetto era in maniera quasi molto chiaro, per i detenuti di Pianosa e dell'Asinara». E poi: «E voglio chiarire un'altra cosa: ma non per il 41-bis in se stesso, ma per i maltrattamenti che, in quel periodo, i detenuti subivano.
Perché subivano mazzate, gli mettevano il sapone nei corridoi, facevano scivolare i detenuti. Dice che gli facevano entrare i cani poliziotto... questo è quello che noi sappiamo, che ci venivano a raccontare. Cioè, è stato un... una risposta che, da parte di Cosa Nostra, voleva dare allo Stato. Cioè, che li porti a Pianosa, che li porti all'Asinara, che li porti dove li vuoi. Però trattali da esseri umani e non da schiavi. Perché questo era, in quel periodo, i detenuti.
Quindi, in quel periodo, c'erano persone colpevoli, persone non colpevoli; c'erano persone malate, c'erano persone...
E siccome loro davano sotto a tutti e non ad una sola persona, quindi, siccome i familiari venivano e portavano queste lamentele, quindi noi cercavamo di fare qualche cosa.
E queste sono state un po' le conseguenze, oltre il discorso dello scambio di mafiosi, o con le opere d'arte e anche il fatto del 41-bis. Ripeto, non per il 41-bis come fatto carcerario, ma per i maltrattamenti, dottor Chelazzi, come gli ho sempre detto.
Che ogni tanto si scambia il 41-bis di carattere giuridico. Nel senso che il detenuto deve rispettare certe regole, con il fatto personale. Cioè, le reazioni, le reazioni da parte nostra, sono state queste».
Da precisare che il Brusca ha parlato dei vari progetti di attentati sovraindicati nell’ambito dei discorsi fatti, all’epoca, con tale Bellini Paolo. Poiché di tali discorsi bisognerà parlare, per comprendere la genesi della campagna stragista del 1993-94, si rinvia al paragrafo successivo l’approfondimento di questi progetti. Per ora basti anticipare che a suo dire, questi discorsi si svolsero tra lui, Bagarella, Matteo Messina Denaro.
Sinacori Vincenzo (Entrato in «cosa nostra» nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996).
Anche il Sinacori ha detto di aver sentito parlare, dopo il luglio 1992, di attentati al patrimonio artistico della nazione. Ne sentì parlare per la prima volta da Gioè, in un incontro svoltosi a Mazara del Vallo tra lui (Sinacori), Gioè, Santo Mazzei, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e (forse) Gioacchino La Barbera, dopo l’entrata in vigore della legge che introduceva nell’ordinamento penitenziario l’art. 41/bis. In particolare, sentì parlare di un attentato alla Torre di Pisa:
«Io ricordo solo, sempre nell'estate del '92, sempre in quell'estate, una volta venne Nino Gioè a Mazara e c'era presente anche Santo Mazzei, Leoluca Bagarella, e si parlò - siccome in quel periodo già si vedeva che lo Stato ci stava massacrando, in tutti i sensi, sia lo Stato con il pentitismo, che con il 41-bis, con Pianosa specialmente, dove picchiavano maledettamente, almeno le notizie che arrivavano erano queste - si parlò, è stata un'uscita di Nino Gioè, dicendo: 'sarebbe l'ora di mettere una bomba a Pisa, di modo che solo così possono finirla di picchiare a Pianosa'. In merito a questo discorso, solo questo posso dire».
L’idea di colpire la Torre di Pisa nasceva dal fatto che Pisa si trova in Toscana, così come Pianosa, sede di una struttura penitenziaria particolarmente temuta dai mafiosi, e per indurre lo Stato a trattare con la mafia, che esigeva la chiusura del carcere di Pianosa e l’abrogazione dell’art. 41/bis Ord. Pen.: «Siccome sappiamo, noi, che Pisa, togliendoci la Torre non c'è più niente, Pisa vive della Torre, per la Torre, o l'Italia vive per i monumenti artistici, questo è risaputo. Togliendo i monumenti artistici finisce il turismo, finisce tutto. Solo così si poteva andare a patto con lo Stato, se lo Stato era interessato a questo.
A patto per togliere il 41 e chiudere Pianosa, o quanto meno finire le angherie che facevano a Pianosa e tutto questo». Circa l’epoca di questo discorso ha precisato: «Sì, è stato subito dopo la strage di Borsellino, quindi siamo i primi di agosto, che già arrivavano le notizie…
Circa i soprusi che avvenivano a Pianosa». L’uscita di Gioè sulla Torre di Pisa non era casuale, ma si inseriva nel contesto dei discorsi fatti dalle persone sunnominate, incentrati sui «soprusi» patiti a Pianosa dai mafiosi ivi detenuti. Il discorso morì però lì, stante l’assenza di Riina: «No, c'entrava, perché si parlava di soprusi su Pianosa; e il discorso, anzi, è stato preso da tutti quelli presenti come se era una cosa buona. Però non è che noi potevamo fare, se prima non si parlava con Riina. Però il discorso è morto là, è finito là. Io non so, poi, se loro sono andati avanti con i discorsi. Io non so più niente».
Quest’incontro non fu originato, dice il Sinacori, da un intento particolare, ma dalla presenza di Bagarella a Mazara: «No, perché siccome il Bagarella si trovava a Mazara, questi venivano a trovare Bagarella. Anziché, Bagarella, portarseli a casa sua, avevamo una casa a disposizione dove mangiavamo; poi, se loro dovevano parlare con Bagarella ci parlavano, e basta. Il motivo era perché lui si trovava a Mazara».
La Barbera Gioacchino (Entrato in cosa nostra nel 1981 nella «famiglia» di Altofonte – Arrestato il 23-3-93 – Collaborante dal mese di novembre 1993).
Questo collaboratore ha dichiarato di essere stato molto vicino a Brusca, Bagarella, Gioè a partire dal mese di aprile del 1992, con i quali si accompagnò quasi giornalmente. Ha detto che nella seconda metà del 1992, dopo l’introduzione del 41/bis, cominciò a sentir parlare di progetti terroristici di vario tipo nel circolo delle persone che frequentava.
Alcun volte partecipò personalmente a discorsi di questo genere in loc. Santa Flavia, a casa di Gaetano Sangiorgi; altre volte questi discorsi gli furono riferiti da Gioè; altre volte ancora furono fatti alla sua presenza da Brusca e Bagarella.
Si trattava, ha detto, dell’assassinio di agenti della Polizia Penitenziaria in servizio a Pianosa, perché «i detenuti protestavano tantissimo per quanto riguarda il 41/bis»; della collocazione di siringhe con sangue infetto «nella zona di Rimini», per «fare capire allo Stato che comandava cosa nostra»; di un attentato alla Torre di Pisa; dell’uccisione del dr. Caponnetto («per dare un esempio a queste persone che anche essendo in pensione, dovevano avere sempre il pensiero che Cosa Nostra li poteva anche rintracciare»); dell’uccisione del dr. Piero Grasso. Lo scopo di questi attentati, ha aggiunto, era quello di «scendere a patti con lo Stato».
Quanto agli attentati contro gli agenti di custodia, ha dichiarato che ne sentì parlare subito dopo l’applicazione dell’art.41/bis e che erano già state individuati degli agenti che lavoravano a Pianosa, ma erano originari della Sicilia (in particolare, di Trapani, dove abitavano).
Questa notizia, ha precisato, gli fu riferita da Antonino Gioè, venendo da una riunione nella zona di Balestrate, cui avevano partecipato Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro, Sinacori Vincenzo e Giuseppe Ferro. Nel corso di questa riunione Giuseppe Ferro aveva detto di conoscere una persona, originaria della Sardegna, in grado di fornire notizie sugli agenti di custodia.
In base agli accordi presi, delle guardie carcerarie che stavano nella provincia di Trapani si sarebbe occupato Matteo Messina Denaro; di quelle che stavano nella provincia di Palermo si sarebbero occupati loro (cioè, il gruppo di cui lui faceva parte). Non c’era nessuna persona precisa, ha detto, che teneva il filo degli attentati contro gli agenti di custodia, perché, dopo l’entrata in vigore dell’art. 41/bis, «si era sparsa la voce» in tutta Cosa Nostra di colpire gli agenti in questione.
Dice infatti: «No, dopo le lamentele che portavano i parenti da Pianosa, si è sparsa la voce tutta in Cosa Nostra chi poteva, chi poteva agire contro e sapeva qualcosa, di guardie che abitavano in Sicilia, si potevano colpire. E non solo in Sicilia, perché nel caso di Peppe Ferro, quella volta mi ha spiegato Gioè che aveva possibilità anche in Sardegna di avere degli appoggi per poter agire anche in Sardegna, se era il caso. Per cui, ma già fin dal luglio-agosto, mentre c'era ancora il Totò Riina libero, si parlava: chiunque poteva fare qualche azione contro qualche guardia, si faceva. Ma fin dal luglio-agosto, da quando hanno messo il 41-bis».
C’era comunque, dice La Barbera, un filo conduttore negli attentati programmati (e non solo, quindi, in quelli contro gli agenti di custodia): era quello di colpire lo Stato e i rappresentanti dello Stato nei loro interessi vitali, per costringerli a trattare e a farli scendere a patti con la mafia («La dicitura giusta è: gli facciamo vedere chi comanda qua in Italia»).
Dice infatti: «Il fatto di arrivare a questo, almeno dai discorsi che io sentivo - non so se c'erano alte persone che suggerivano dall'esterno - ma nel caso di Rimini erano sicuri che ci sono dei politici che erano proprietari di alberghi sulla Riviera Adriatica. E un fatto del genere poteva svuotare il turismo, nel senso di fare danni a queste persone che hanno interesse, interesse di soldi, di farli scendere a patti con... di fargli capire che Cosa Nostra c'ha i suoi metodi per potere scendere a patti con queste persone.
Come il fatto della Torre di Pisa che è una cosa eclatante, che poteva ammorbidire un po' lo Stato nei confronti di Cosa Nostra».
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