A Palermo Sinacori contattò Salvatore Biondino, che gli procurò un appuntamento con Riina. Lui ascoltò il suo resoconto e, alla fine, gli disse di sospendere l’operazione in corso, perché «avevano trovato cose più grosse giù»
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
Terminati i preparativi, nel giorno stabilito (a fine febbraio del 1992), il Sinacori dice che partì per Roma in aereo, insieme a Geraci. Per il biglietto aereo dettero nomi un po' storpiati («un nome un po' storpiato, tipo non mi ricordo se Rinacori o Rinatori»). Fece lui il biglietto, anche per Geraci, in una agenzia di Mazara (o da Lombardo o da Giammaritaro).
Raggiunsero Palermo, partendo da Mazara, in automobile, con l’auto del Geraci (un’Alfa 164 o una Mercedes). Fu il Geraci che passò a prenderlo a casa sua e andarono insieme all’aeroporto di Palermo. Gli altri fecero il viaggio separatamente e con altri mezzi. Matteo (ma il ricordo del Sinacori sul punto non è sicuro) salì con l’automobile; gli altri, probabilmente, col treno.
Nell’ultima riunione svoltasi a Palermo, a casa si Salvatore Biondino, si erano dati tutti appuntamento alla Fontana di Trevi (lui, Geraci, Tinnirello, Matteo, Giuseppe Graviano e Cannella Cristofato).
Dice il Sinacori che, allorché si recò a Roma, aveva in tasca le chiavi dell’appartamento di viale Alessandrino, dategli, su disposizione di Riina, da Agate Mariano.
Questo appartamento era nella disponibilità di tale Lamantia Giuseppe, originario di Mazara del Vallo, che si era trasferito anni prima a Roma per svolgervi la professione di odontotecnico. Il Lamantia era conosciuto molto bene (fin da bambino) da Agate Mariano, il quale era stato inviato, dopo la prima scarcerazione (nel 1991), in soggiorno obbligato a Roma e qui aveva ripreso i contatti dal Lamantia.
Proprio nel corso di questa frequentazione l’Agate aveva ottenuto la disponibilità dell’appartamento dal Lamantia, il quale doveva essere già agganciato negli ambienti mafiosi, visto che, secondo il Sinacori, trafficava con l’hascisch e, in una occasione, si era anche preso l’incarico di piazzare a Roma una partita di droga.
Il Lamantia aveva uno studio a Roma, in zona periferica, nei pressi di una stazione ferroviaria («Adesso non mi ricordo, siccome a Roma ce ne sono diverse; non mi ricordo come si chiamava questa stazione»). In questo studio il Sinacori dice di essere stato nel corso del 1992, non per farsi curare i denti ma «sicuramente o per questo fatto dell’hascisch, o per cose inerenti a questo discorso». Lo Scarano gli disse di conoscere il Lamantia, ma egli non parlò mai dello Scarano con Lamantia.
Giunti a Roma, lui e Geraci si portarono, con un taxi, in viale Alessandrino; ma, qui giunti, Geraci constatò che la casa non era del tutto agibile, non ricorda esattamente per quale motivo («Ma adesso non mi ricordo se non c’era luce, se gli scarichi dei gabinetti non funzionavano, non c’era acqua. Qualcosa inerente a questo discorso. Comunque, non era completamente abitabile»).
Il Geraci decise subito di andarsene via. Si portarono alla Fontana di Trevi, nel luogo stabilito per l’appuntamento, e qui incontrarono gli altri. Fecero presente a Matteo la situazione dell’appartamento di viale Alessandrino e questi sistemò anche loro due nella casa messa a disposizione da Scarano (quella di Gesù Giacomino).
Dice il Sinacori che le chiavi dell’appartamento di viale Alessandrino furono da lui riposte, prima di andare via, nella cassetta della posta, «probabilmente».
Nella casa messa a disposizione da Scarano alloggiarono, quindi, durante la permanenza del gruppo a Roma, Sinacori, Geraci, Matteo Messina Denaro e Tinnirello Renzino.
Il Sinacori alloggiò nella stessa stanza con Geraci o con Renzino (non ricorda bene). Passa quindi a descrivere la casa in questione:
«Si entrava da un cancello, tipo un cortile, così, e poi c'era un portoncino. Si saliva, adesso non ricordo se era il secondo piano, sempre sulla destra, perché ce n'era un altro sulla sinistra, sulla destra, che dava sulla strada; i balconi davano sulla strada da dove entravamo, da dove c'erano le tende, insomma.
Adesso non ricordo se c'erano tre camere da letto, perché noi ci stavamo solo per dormire, là, perché per mangiare mangiavamo fuori».
In questo appartamento andò a trovarli lo Scarano. Ci andò la prima volta insieme al proprietario (Gesù Giacomino); poi ci tornò spesso, quasi ogni giorno, senza che nessuno lo mandasse a chiamare («No, era lui che veniva. Anzi, portava i cornetti, a volte. Veniva spesso. Quasi sempre, la mattina venive sempre»). Sinacori abbe modo di notare che Scarano e Matteo si salutavano affettuosamente (Si sono salutati affettuosamente, anche perché è normale. Noi siamo andati là tramite Matteo; Matteo, lui lo aveva già contattato, già si conoscevano. Di noi, nessuno conosceva lo Scarano. Là, lo abbiamo conosciuto.
Infatti, là, io ho chiesto a Matteo delucidazioni su questa persona, per sapere chi era, chi non era...»). Nei giorni successivi, lui e Geraci noleggiarono alla stazione centrale di Roma una Y10 di colore bianco, targata Roma, a nome di Geraci, che era l’unica persona «pulita» del gruppo (nel senso che era sconosciuto agli organi di polizia). Per fare ciò utilizzarono la carta di credito del Geraci.
Già il giorno successivo al loro arrivo a Roma giunse da Palermo il camion col materiale. Gli andarono incontro alcuni del gruppo (tra questi il Sinacori mette sicuramente sé stesso, ma non dice chi erano gli altri) insieme allo Scarano, su uno svincolo del raccordo anulare.
A bordo del mezzo c’era Consiglio Giambattista, insieme al figlio, ed erano col camion frigorifero caricato a Palermo. Questi giunsero a Roma di sera. Ecco come spiega la presenza del figlio di Consiglio: «Il Consiglio si portò anche suo figlio, però suo figlio non sapeva niente di niente.
Siccome era una persona anziana, questo Consiglio, mi chiese se poteva portare suo figlio. Ci dissi: 'te lo puoi portare, però l'importante è che non ci dici niente, perché tuo figlio non deve sapere niente.' E se lo portò, siccome poteva venirci qualche cosa, o un mal di testa, qualcosa - è sempre una persona anziana - se lo portò. Però suo figlio non sa niente. Io gliel'ho detto in partenza, di non dirgli niente».
Scarano li portò subito presso un capannone abbandonato, dove il carico del camion fu trasferito su un’auto e quindi portato a casa dello Scarano stesso.
Sinacori dice di essere stato presente alle operazioni di scarico che avvennero a casa dello Scarano e che il materiale fu sistemato nello scantinato dell’abitazione di quest’ultimo, con qualche dubbio sulla destinazione che ebbe l’esplosivo. Dice infatti: «... adesso non ricordo, l'esplosivo forse è stato messo in un altro posto, perché si spaventava, non lo so.
Però ricordo qualcosa del genere, che l'esplosivo è stato messo in un altro posto. Lui lo ha messo in un altro posto. Il Sinacori ha precisato che lo scantinato era sotto l’abitazione dello Scarano. Questo lo capì dal fatto che vide anche la moglie dello Scarano, la quale si salutò con Matteo. La moglie, però, non partecipò per nulla all’operazione in corso.
Il materiale fu sistemato alla buona nella scantinato, che era già ingombro di molte altre cose («C'erano messi altri materiali là, e lui gli ha messo... questo lo ha messo davanti e poi, il materiale che c'era nello scantinato, gli ha messo davanti al materiale per non fare vedere i sacchi. Li ha sistemati un po' alla buona»).
Dice il Sinacori che, a quel che lui capì, nel corso della permanenza a Roma Giuseppe Graviano (già latitante, all’epoca) e Cristofaro Cannella alloggiarono insieme, probabilmente preso una famiglia dimorante nella periferia romana. Questi i termini esatti del suo racconto sui due: «Io non lo so dov'erano finiti. Però si parlava, anche perché né io chiedevo dov'erano loro, perché mi sembrava giusto, perché lui era latitante. Anche per una questione di delicatezza, non è giusto chiedere.
Però da quello che ho potuto capire dai discorsi, così, che si facevano quando uscivamo assieme con Matteo, loro abitavano forse nella periferia di Roma, perché si parlava sempre di un nucleo familiare, quindi era una famiglia che li aveva dentro. Però non so chi li aveva dentro e non so dove. Ma per essere un nucleo familiare, debbono essere persone abbastanza fidate, per poterseli mettere dentro, perché Giuseppe lo cercavano per cielo e per terra. Era latitante già da circa dieci anni, quindi, per dare la confidenza ad una persona per metterselo dentro, significa che deve avere abbastanza fiducia».
La permanenza a Roma del gruppetto durò circa 8-10 giorni e che fu quasi tutta impegnata nella ricerca del ministro Martelli e del giudice Falcone, nel tentativo di intercettarli, studiarne le mosse e prepararsi al colpo. Batterono, a questo fine, la zona di via Arenula, dove ha sede il Ministero di Grazia e Giustizia, e quella della Cassazione, con una particolare attenzione ai ristoranti della zona; ma l’esito fu negativo, perché non riuscirono mai ad incontrare le persone che avevano di mira.
Dopo circa una settimana rivolsero quindi la loro attenzione al giornalista Costanzo, che sapevano frequentare la zona dei Parioli. Lo individuarono facilmente, lo seguirono per due-tre sere e verificarono che un attentato a lui era abbastanza facile da eseguire, sia con le armi che con l’esplosivo.
La loro preferenza andava, comunque, alla armi, per non fare troppo rumore, in quanto in loro obiettivo principale non era Costanzo, ma i due soggetti con funzioni pubbliche indicati in precedenza.
È opportuno rivisitare questa fase dei preparativi con le parole del Sinacori: «... noi uscivamo la mattina. Io, quasi sempre con Geraci; qualche volta con Tinnirello, ma spesso con Geraci. Prima, andavamo in via Areno, Arenula, non so come si pronuncia, per vedere se incontravamo movimenti del dottor Martelli. E poi, come avevo già accennato precedentemente, siccome ci avevano dato delle indicazioni che il dottor Falcone andava a mangiare spesso in un ristorante, a noi ci avevano detto Il Matriciano, però poi successivamente abbiamo saputo che era Il Carbonaro, La Carbonara, qualcosa del genere. Comunque noi andavamo tra via Arenula e questo Matriciano. Ma non abbiamo visto né Martelli e né Falcone.
Loro andavano sempre, citando «loro« io dico Matteo e gli altri, andavano sempre là, vicino al Matriciano, c'è un altro ristorante Dei Gracchi, mi sembra che si chiama Dei Gracchi.
Insomma, giravamo i ristoranti dove sempre vicino la Cassazione, dov'è che potevano, pensavamo che potevamo incontrare qualcuno di loro. E poi scendere giù e vedere cosa c'era da fare.
E siccome non abbiamo notato niente dopo la prima settimana, credo, del genere, ci siamo messi... Siccome ci veniva facile andare ai Parioli, ci eravamo imparati la strada per andare ai Parioli, siamo andati a vedere se era facile, se, come obiettivo, Costanzo, era un obiettivo facile, oppure no. Siamo andati nei Parioli, abbiamo visto un paio di sere, due o tre sere, che movimenti faceva Costanzo. Ed era abbastanza semplice da fare, sia o spararci, o con l'autobomba».
Prosegue: «Noi volevamo evitare di fare l'attentato dinamitardo a Costanzo per evitare poi un gran chiasso e quindi dovere scappare, non potere, per parecchio tempo, non potere più andare a Roma. Quindi ci siamo messi a seguirlo, a pedinarlo, per vedere se potevamo spararci. Abbiamo visto che si poteva fare. Siccome lo abbiamo seguito per diversi giorni, sempre a tratti, perché lui faceva sempre, usciva al solito orario, faceva sempre la stessa strada e andava a finire vicino la Cassazione, zona in cui posso facilmente individuare.
Noi abbiamo visto che davanti questa... lui entrava in un portone. E intanto lui era sempre con l'autista e con... già noi pensavamo che già questa era una scorta a Costanzo. Poi, davanti al portone, c'erano sempre persone con la divisa che ci sembrava scorta. Quindi abbiamo evitato, perché potevamo anche correre dei rischi, quindi cercavamo di non correre rischi.
Quindi, vedendo quella situazione, già io però... premetto, che già io ero andato a Roma, sono andato a Roma per chiamare i napoletani. Vedendo la situazione anche assieme ai napoletani decidiamo di fargli l'attentato... con l'esplosivo.
I napoletani di cui il Sinacori parla da ultimo erano Armando e Ciro Nuvoletta, da lui contattati perché si portassero anche loro a Roma per studiare la situazione.
Essi giunsero nella capitale qualche giorno dopo i siciliani e presero alloggio nella stessa casa in cui si trovavano Matteo, Sinacori, Geraci e Tinnirello. Il Sinacori dice di non sapere altro di questi due perché, il giorno successivo al loro arrivò, egli dovette portarsi a Palermo per aggiornare Totò Riina sugli sviluppi della situazione («Però, dopo che sono venuti i napoletani, ci sono stato un giorno perché poi sono dovuto scendere giù per avvisare il Riina che non avevamo incontrato né Falcone né Martelli, e che l’unico obiettivo facile da fare era il Costanzo»).
Dice il Sinacori che fu lui stesso a chiamare i napoletani e ad andargli incontro alla stazione di Roma: «Siccome poi, effettivamente, avevamo bisogno su Roma per sparare a Costanzo, io andai a cercare queste persone. Mi avevano dato un recapito telefonico. Andai a cercare queste persone e poi ci siamo dati appuntamento alla Stazione di Roma e sono venuti, anziché venire il Maurizio, venne il Ciro, sempre Nuvoletta, assieme ad un certo Armando».
Nel corso dei vari pedinamenti accertarono che Costanzo viaggiava a bordo di una Alfa 164 di colore scuro (forse verde), ma non verificarono se fosse blindata o meno. Accertarono anche che egli era scortato da un’altra auto, forse una Giulietta (ma non ne è sicuro). Identificarono, infine, del personale di tutela nel luogo in cui il Costanzo abitava. Per questi motivi pensarono di attentare alla vita del giornalista con l’esplosivo.
Individuarono anche il posto in cui eseguire una possibile azione, che il Sinacori descrive così: «Sì, era una stradina, dopo l'uscita dai Parioli. Siccome lui faceva sempre le solite stradine, che erano stradine piccole, prima di immettersi nel viale... credo si chiama dei Parioli, in un viale grande. Prima di immettersi nel viale, in un angolo là, veniva facile fare l'azione.
Perché noi eventualmente ci appostavamo all'uscita dei Parioli e vedevamo... si poteva vedere la macchina quando girava». Su quest’angolo c'era il cassonetto della spazzatura. «Oppure potevamo mettere una macchina, però la dovevamo fare, non l'avevamo ancora».
L’attentato dinamitardo non era però fattibile sul momento, in quanto, pur essendo stato trasportato a Roma un quantitativo notevole di esplosivo (circa 100 kg), egli non sa se fossero stati portati anche detonatori e se, nel gruppo, vi fossero persone in grado di adoperare l’esplosivo. Inoltre (ed era questa la ragione più importante) un attentato di questo genere necessitava del consenso di Salvatore Riina. Per questo, Matteo gli disse di portarsi a Palermo, cercare il Riina e spiegargli la situazione, per avere istruzioni. Cosa che egli fece.
A Palermo contattò Salvatore Biondino, che gli procurò un appuntamento con Riina nella casa di tale Guglielmini. Riina ascoltò il suo resoconto e, alla fine, gli disse di sospendere l’operazione in corso, perché «avevano trovato cose più grosse giù».
Conclude quindi il Sinacori «E a questo punto io presi nuovamente l'aereo, andai a Roma, gli dissi a Matteo che dovevamo andare via, perché per il momento dovevamo sospendere l'operazione. E questo è tutto».
In fondo al suo esame il Pubblico Ministero ha mostrato al Sinacori due fotografie tratte dall’album fotografico intestato alla DIA Centro Operativo di Roma, datato 3 ottobre 1996, album fotografico relativo all'abitazione sita in Roma viale Alessandrino numero 173 interno 6; e album fotografico con la stessa dicitura, questa volta della palazzina sita in Roma via Giacinto Martorelli numero 41, luogo di residenza di Gesù Giacomino.
Il Sinacori ha riconosciuto, senza esitazione, nella prima foto la casa che aveva a disposizione il Lamantia, in cui si portarono appena giunti a Roma e che giudicarono inabitabile; nella seconda foto la casa messa a disposizione dallo Scarano, in cui alloggiarono nel corso della permanenza a Roma.
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