Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


I progetti di attentati contro beni storici e artistici sono stati raccontati, nell’ordine, da Annacondia (luglio 1993, alla Commissione Parlamentare Antimafia ), La Barbera (novembre 1993), Avola (marzo 1994), Sinacori (luglio 1996), Brusca (luglio 1996).

Tutti hanno detto che questi progetti (o comunque discussioni di progetti) furono di poco successivi all’introduzione del «carcere duro».

Tralasciando, per il momento, quello che dicono Annacondia e Avola (non perché siano poco significativi, ma perché la genericità delle loro dichiarazioni non consente una verifica puntuale del loro racconto), va messo in evidenza che le prime indicazioni di La Barbera sono, anche questa volta, antecedenti alla chiusura delle indagini preliminari (e, quindi, non sospette di fondarsi su una lettura strumentale del materiale d’indagine).

Le dichiarazioni di Sinacori e Brusca sono, invece, successive (alla chiusura delle indagini), ma coeve tra loro e rese mentre entrambi i dichiaranti erano in isolamento carcerario. Questo fatto consente di escludere, con sicurezza, la contaminazione delle dichiarazioni rese dai due.

Ma ciò che rende certa l’esistenza di questi progetti non è solo la concordanza delle varie versioni. È anche il fatto che un progetto di quel periodo (anzi, il più grave e inquietante progetto di quel periodo) travalicò i confini dell’associazione criminale per divenire noto al di fuori di essa. Ci si riferisce, in particolare, a ciò che si dissero Bellini Paolo ed il mar. Tempesta intorno alla Torre di Pisa, come si vedrà nel paragrafo successivo.

Tralasciando di ricercare, per ora, il senso preciso del discorso fatto da Bellini a Tempesta, qui basti anticipare che, nella conversazione svoltasi tra i due il 12-8-92, Bellini annunciò effettivamente a Tempesta la possibilità di un attentato contro la Torre di Pisa.

Di questa eventualità hanno parlato sia il mar. Tempesta («supponi che tu dicessi che voglio colpire la Torre di Pisa, pensa che effetto destabilizzante potrebbe avere il fatto di colpire in un momento di pieno turismo la Torre di Pisa…»), sia lo stesso Bellini. Quest’ultimo ne ha parlato non solo a dibattimento, ma lo disse al PM a stragi non ancora del tutto compiute, il 31-3-94.

Questa «coincidenza», già chiara in sé, diventa chiarissima, poi, se si considera che il referente di Bellini era, come hanno detto La Barbera e Brusca e come è stato confermato dallo stesso Bellini, Gioè Antonino. Val a dire, la stessa persona che parlava di attentati agli agenti di custodia; la stessa persona che, a dire di molti collaboratori, era in stretto contatto con Bagarella, Brusca e compagnia alla fine del 1992 e nei mesi successivi.

Il rapporto Gioè-Bellini, infine, è riconosciuto dallo stesso Gioè nella sua ultima lettera, come si vedrà. Una lettera che è, oltretutto, del luglio 1993 (cioè, contemporanea alle stragi). Per questo può dirsi praticamente certo.

Anche la conclusione di questo discorso è quindi obbligata. L’introduzione nell’ordinamento dell’art. 41/bis cit. e la concreta applicazione che fu data allo stesso, insieme alla preesistente normativa sui collaboratori di giustizia, misero in grave allarme il mondo di «cosa nostra», che pensò di reagire seminando il terrore, nella speranza che gli organismi statuali abbandonassero la linea intrapresa.

Questa reazione fu pensata, in primo luogo, contro beni di interesse pubblico rilevanti dal punto di vista storico e artistico (musei e monumenti), ovvero contro beni di interesse economico (le spiagge di Rimini); fu subito estesa al corpo della Polizia Penitenziaria, perché visto come un organismo strumentale all’applicazione del nuovo corso.

I soggetti che progettarono questa svolta furono Bagarella, Messina Denaro Matteo, Graviano, Brusca, Gioè, che ottennero l’avallo di Riina.

Probabilmente, va aggiunto, questi progetti di morte non furono accompagnati subito da una concreta risoluzione criminosa, giacché di essa non vi è traccia nelle parole dei collaboratori, né nella realtà fenomenica (non vi sono, cioè, azioni delittuose poste in essere tra la fine del 1992 e gli inizi del 1993 che facciano pensare avvenuto il passaggio al nuovo corso).

Saranno gli altri avvenimenti della fine del 1992 (di cui si dirà) e l’arresto di Riina (avvenuto il 15-1-93) che segneranno il passaggio alla fase deliberativa vera e propria (e poi a quella esecutiva).

Prima di parlare di questi accadimenti, occorre però illustrare il percorso «ideale» che portò alcuni membri di «cosa nostra» a mettere gli occhi, come non avevano mai fatto prima, sul patrimonio artistico della nazione. È ciò di cui si parlerà nel paragrafo successivo.

Nascita di un’idea criminale

Dal racconto che è stato fatto di una trattativa tra Gioè Antonino e Bellini Paolo si comprende in che modo e per quali meandri della mente si fece strada in «cosa nostra» l’idea di ricattare lo Stato attraverso la minaccia al patrimonio artistico nazionale.

Quest’argomento non è centrale nella ricostruzione delle vicende che ci riguardano. Esso è utile, però, sia per l’individuazione delle responsabilità di alcuni imputati in ordine ai fatti per cui è processo (principalmente, di Brusca, ma anche di Bagarella, Riina e Matteo Messina Denaro), sia per valutare l’attendibilità di alcuni collaboratori. Oltre, ovviamente, che per il motivo sopra specificato.

Si tratta, va anticipato, di un argomento che è noto per le dichiarazioni di Brusca, ma anche di un altro collaboratore (La Barbera Gioacchino) e di quattro testimoni: lo stesso Bellini Paolo, il maresciallo dei Carabinieri Tempesta Roberto, il generale dei Carabinieri Mario Mori e il commissario Messina.

Alcune informazioni di contorno sono venute da un imputato ex art. 210 cpp (Zicchi Danilo).

Una «coda» di questa vicenda (la collocazione di un proiettile di artiglieria nel giardino di Boboli di Firenze) è nota per la dichiarazioni di un nuovo collaboratore (Gullotta Antonino), di altri collaboratori già noti e di vari testimoni.

Conviene iniziare il discorso raccontando ciò che ne ha detto il protagonista principale (Bellini Paolo).

Le dichiarazioni dei soggetti informati

Bellini Paolo. Questo teste ha dichiarato di essere stato ristretto nel carcere di Sciacca intorno al 1981 per una serie di furti commessi in Toscana. All’epoca, ha detto, si faceva chiamare Roberto Da Silva e con queste generalità era detenuto. Quando fu trasferito a Sciacca era in attesa del giudizio di II grado. In questo carcere conobbe Gioè Antonino, anch’egli ristretto. Comprese che Gioè era una persona «di massimo rispetto, ovvero un uomo d’onore». Lo ritrovò poi al carcere dell’Ucciardone, a Palermo, dove era stato trasferito per una visita cardiologica. Quindi tornò a Sciacca e lo perse di vista, anche se mantenne un contatto epistolare con lui.

Ha proseguito dicendo di essersi ricordato di Gioè nel 1991, allorché, uscito dal carcere, aveva da recuperare due crediti in Sicilia per conto della Ivoclar di Merano e della ditta Umbra di Perugia. Infatti, aveva avviato una ditta di recupero crediti.

Le ditte debitrici siciliane erano la Sicildent di Catania (debitrice di un miliardo e 600 milioni) e un’altra ditta di Palermo, di cui non ricorda il nome (debitrice di circa 2 miliardi e mezzo).

Per questo fine si recò in Sicilia nell’autunno del 1991, prese alloggio in un albergo di Enna e telefonò a Gioè, il quale gli diede appuntamento per l’indomani ad Altofonte, dove gestiva un distributore di benzina.

Gioè promise che si sarebbe interessato del suo problema (il recupero dei crediti).

In questo modo riallacciarono i rapporti. Lo rivide infatti varie volte nei mesi successivi e parlarono un po’ di tutto (recupero crediti, politica, recupero di opere d’arte).

Il discorso cadde sulle opere d’arte, ha aggiunto, perché all’epoca aveva una posizione giudiziaria in sospeso, essendo stato condannato, definitivamente, a tre anni di carcere per furto e commercio di opere d’arte rubate.

Era quindi noto nell’ambiente dei trafficanti di opere d’arte, ma anche agli organi investigativi. Per questo era stato contattato dall’isp. Procaccia, della Questura di Reggio Emilia, il quale gli aveva chiesto di interessarsi per il recupero di alcuni quadri rubati alla Pinacoteca di Modena.

Egli girò la richiesta a Gioè, avendo saputo che, probabilmente, i quadri in questione erano in possesso della cd. «mafia del Brenta». Gli fece anche capire che, ove fosse riuscito a recuperare i suddetti dipinti, gli sarebbe stato più facile ottenere l’affidamento al servizio sociale o la semilibertà. Gioè promise il suo interessamento.

Si giunse così all’estate del 1992, epoca in cui conobbe il mar. Roberto Tempesta, del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri. Lo conobbe a San Benedetto del Tronto, dove lo incontrò «a casa di conoscenti».

Anche il mar. Tempesta lo interessò per i quadri della Pinacoteca di Modena. Egli fece capire al sottufficiale dei carabinieri che aveva contatti con la terra di Sicilia («che mi incontravo con delle persone in Sicilia»), ma non gli fece il nome di Gioè. Gli disse anche che sarebbe stato in grado di «infiltrarsi» nella mafia. Si separarono con l’accordo di rivedersi e riparlare dell’argomento.

Si rividero infatti successivamente in un distributore di benzina dell’autostrada, nei pressi di Roma-Settebagni, dove il Tempesta gli diede una busta gialla o arancione con la scritta «Ministero dei Beni Culturali», al cui interno erano contenute le fotografie dei quadri della Pinacoteca di Modena.

Il maresciallo gli disse, nell’occasione, che lo «aveva passato ad altre persone e che gli altri si sarebbero messi in contatto» con lui. Tempesta si presentò a questo incontro con una Fiat Uno turbo di colore rosso ed era in compagnia di un’altra persona, che rimase in auto.

Egli tornò allora in Sicilia e recapitò le fotografie a Gioè, con la busta in cui si trovavano. Gli disse che agiva per conto di un gruppo di «onorevoli» della zona di Modena, interessati al recupero dei quadri per la vicinanza delle elezioni. Gioè prese tempo.

Ritornò ancora in Sicilia e Gioè gli disse che per i quadri della Pinacoteca non poteva fare nulla. Gli disse anche, però, che sarebbe stato in grado di recuperare «delle opere molto più importanti di quelle che erano state rubate…a Modena». In cambio, chiedeva «l’ammissione in ospedali» o «gli arresti domiciliari causa malattia» per detenuti di suo interesse. Egli rispose che valeva la pena tentare.

All’epoca di quest’ultimo viaggio, ha aggiunto, c’erano già state le stragi di Capaci e via D’amelio ed era già stata data applicazione all’art. 41/bis. Gioè gli fece capire che questo fatto «dava un certo fastidio» e che i familiari dei detenuti si lamentavano del trattamento riservato in carcere ai congiunti. Espresse anche malumori sulle finalità della nuova normativa («E poi mi ricordo una frase di Nino che disse: 'ma cosa vogliono fare? Vogliono creare dei pentiti? Vogliono...»).

Gioè gli consegnò quindi (sembra di capire, in un successivo incontro) le fotografie di alcune «opere», a suo dire importantissime, nonché un bigliettino su cui erano segnati i nomi di quattro-cinque persone, per le quali chiedeva i benefici sopra specificati. Si trattava di Luciano Leggio, Pippò Calò, Brusca (il padre di Giovanni) ed altri due, che non ricorda.

Egli fece avere il tutto al mar. Tempesta, il quale gli ribadì che non avrebbe potuto gestire personalmente l’affare, ma avrebbe dovuto «passarlo» ad altri. Gli «altri» lo avrebbero contattato. Invece, ha proseguito, passò del tempo e nessuno si fece sentire. Egli richiamò allora il Tempesta, il quale gli fece capire che l’ipotesi «era molto difficile per la stesura dei nomi, per la situazione del momento».

Non gli disse, però, un no indifferenziato, ma lasciò intendere che qualche spiraglio di trattativa c’era, forse, per Brusca (Bernardo) o altri. Insomma, per qualcuno che era ammalato e per il quale si poteva parlare di detenzione ospedaliera.

Egli allora tornò in Sicilia e rivide Gioè. Non più ad Altofonte, bensì fuori del paese, in una cava o frantoio. Gioè, a sentire la sua risposta, si mostrò molto contrariato e gli disse, riferendosi ai personaggi che stavano dietro di lui (dietro, cioè, il Bellini): «Guarda, quelle non sono persone serie, gente seria, non si può fare…».

Non ricorda se fu proprio in questa occasione che il Gioè aggiunse: «Che ne direste se una mattina vi svegliaste e non trovereste più la Torre di Pisa?».

Quando Gioè gli fece questo discorso, ha aggiunto, era un momento particolare della vita italiana. Ecco in che senso:

«Era il momento particolare, di fatti si parlò di questo. Era il momento particolare, il momento in cui i soldati – adesso non so il termine – i Vespri siciliani erano giù in Sicilia, erano state arrestate tutte queste persone, a Pianosa lui mi disse che trattavano molto male i detenuti che erano là, le persone ospiti in quell'istituto penitenziario, che venivano maltrattate, che c'erano dei problemi anche a livello dei familiari e che temevano che si volesse creare dei pentiti con queste applicazioni del 41-bis e le altre cose.

Il fatto dei discorsi che si erano fatti che politicamente non avevano più agganci di quelli sicuri come erano un tempo. Che ritenevano di essere stati tagliati fuori dalla Dc nazionale, non tanto siciliana. Che non riuscivano ad avere i riscontri ad esempio di quello che avevano fatto per il Partito Socialista in quelle elezioni, senza specificarmi quali. Che si trovavano praticamente in una condizione oggettiva di passare a delle dimostrazioni in pratica di forza per abbattere o trattare quantomeno sul 41-bis e sulle altre cose.

E quando mi parlò della Torre di Pisa io sapevo che era vero, anche se la Torre di Pisa è ancora in piedi. Però le sue parole, il suo modo di fare era diverso dal solito e implicava anche praticamente la mia persona, nel senso in cui non parlava più per terzi ma aveva ammesso la mia persona in mezzo ai terzi. Cioè, 'che ne direste', non è più 'cosa pensi che direbbero gli altri'. Aveva messo anche la mia persona in mezzo agli altri, per cui voleva dire che in un caso o nell'altro avrebbe chiuso anche il canale con la mia persona molto probabilmente».

Nel corso di questa conversazione, ha precisato, si parlò espressamente del 41/bis, che era già in esecuzione, e del fatto che vari uomini di mafia erano già stati trasferiti nelle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara. V’erano già state le stragi di Capaci e via D’Amelio.

Quando Gioè gli fece questo discorso egli rispose che un attentato del genere avrebbe avuto una fortissima risonanza mondiale e che avrebbe segnato la morte di una città.

Questo discorso, ha aggiunto, rese il rapporto tra lui e Gioè più difficile, in quanto gli trasmise la sensazione che Gioè lo annoverasse, ormai, tra quelli della controparte, e non più tra i mediatori. Egli riferì tutto al mar. Tempesta, col quale si incontrò al ritorno dalla Sicilia.

Dopo questi fatti aspettò inutilmente che qualcuno si mettesse in contatto con lui, dopo di che cercò un nuovo referente nell’isp. Procacci (di cui ha parlato prima).

Questi lo fece incontrare, a Piacenza, in data 26-9-92, con funzionari della Dia di Milano, ai quali non parlò del precedente contatto col mar. Tempesta. Ripeté loro che c’era la possibilità di recuperare delle opere d’arte molto importanti, in cambio di benefici per alcuni detenuti. Anche a loro disse che era in condizione di infiltrarsi nella mafia siciliana.Anche i funzionari della Dia gli fecero sapere, però, attraverso l’isp. Procacci, che la trattativa era impraticabile.

In questo periodo, ha detto, continuò a incontrarsi con Gioè, fino a dicembre del 1992. Il 30-12-92 avrebbe dovuto incontrarlo nuovamente e si recò appositamente al motel Agip di Palermo. Qui, però, credette di riconoscere due carabinieri in borghese, che, suppose, lo stavano seguendo. Decise perciò di rientrare a Reggio Emilia (il luogo della sua residenza).

Da quel giorno Gioè lo tempestò di telefonate. Da qui capì che non sarebbe più stato prudente, per lui, recarsi in Sicilia e interruppe i contatti con Gioè. Questi, alla fine, venne arrestato, e non si parlò più di nulla. Ha negato di aver ricevuto droga da Gioè, nel corso della loro relazione.

Ha detto che, nel corso di uno degli incontri avuti con Gioè (probabilmente, ha precisato, uno o due incontri prima di quello alla cava o frantoio), questi gli accennò alla possibilità di arrivare con un elicottero a Pianosa, per effettuare un’azione dimostrativa e dimostrare ai detenuti che non erano abbandonati. Gli domandò, per l’appunto, se era in grado di guidare un DC9 o un elicottero, in quanto, dice, negli anni precedenti erano apparse notizie di giornale su di lui che lo dicevano in grado di guidare mezzi di questo genere.

Questi discorsi, ha precisato, erano collegati all’applicazione dell’art. 41/bis ed erano, quindi, successivi ad esso.

Ha detto anche che, nel corso di uno dei loro colloqui (probabilmente, quando gli diede le fotografie dei «dipinti importantissimi»), Gioè gli fece una battuta che lo raggelò: «Ma tu non starai mica lavorando per i servizi segreti».

Fu proprio in conseguenza di questa battuta che, per rassicurarlo e fargli capire che non aveva alcun Servizio alle spalle, gli consegnò una carta di identità con la dicitura «Non valida per l’espatrio», con la richiesta di interessarsi per la cancellazione della dicitura (anche se, ha precisato, per lui non era un problema falsificare una carta di identità).

Ha detto ancora che, durante uno dei loro colloqui, Gioè gli chiese se operava per conto della Massoneria, aggiungendo che, su questo versante, avrebbe saputo come muoversi da solo, attraverso i massoni del trapanese.

Ha precisato di essersi recato molte volte in Sicilia tra l’autunno del 1991 e il 30-12-92, sia per incontrare Gioè che per curare il recupero dei crediti.

Pernottò sempre in esercizi pubblici (l’albergo di Enna; il motel Agip di Palermo; il motel Agip di Catania; l’hotel Calura di Cefalù).

Ha dichiarato di aver segnato i numeri di telefono di Antonino Gioè sulla sua agenda di casa, che fu poi sequestrata su ordine della Procura di Firenze. Questa agenda aveva l’angolo di una pagina strappato, in corrispondenza della lettera «N» (che stava per «Nino»), ma i numeri rimasero parzialmente leggibili. Il pezzettino di carta strappato era stato da lui inserito tra le pagine della stessa agenda.

Ha detto di non ricordare con precisione la successione cronologica degli eventi, né l’oggetto specifico delle singole conversazioni con Gioè, a causa della malattia da cui è affetto («trombocitenia essenziale»). Ha negato di aver mai frequentato estremisti di destra, pur precisando di aver conosciuto in carcere Picciafuoco e qualche altro. Ha dichiarato, infine, di aver conseguito il brevetto di pilota d’aereo a nome di Roberto Da Silva.

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