Nel romanzo di Luciano Bianciardi La vita agra, il protagonista, un intellettuale di provincia trasferito a Milano, pianifica di far saltare in aria il palazzo Montecatini per vendicare la morte di alcuni minatori toscani. È a questo libro che si ispira apertamente Adriana Franco, la protagonista di Una cosa stupida
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa una settimana questa nuova serie sarà dedicata al Festival di Trame 2026.
Nel romanzo del 1962 di Luciano Bianciardi, La vita agra, il protagonista, un intellettuale di provincia trasferito a Milano, pianifica di far saltare in aria il palazzo Montecatini per vendicare la morte di alcuni minatori toscani. È a questo libro che si ispira apertamente Adriana Franco, la protagonista di Una cosa stupida.
Non il palazzo Montecatini ma la Torre Velasca, edificio simbolo della capitale lombarda che, nella storia di Adriana Franco, è anche la sede dell’etichetta discografica per cui lavora suo padre come batterista di una famosa cantante italiana.
Trasferiti insieme a Milano per perseguire una carriera nella musica pop che la lontana e isolata Catania non avrebbe reso possibile, i Franco, padre e figlia, si trovano sommersi in modi diversi dai ritmi di una città irrefrenabile e del lavoro culturale, quello di cui parlava Bianciardi negli anni Sessanta, post-boom economico, e che nell’Italia post-berlusconiana ha preso forme diverse, sempre più subdole e ricattatorie nei confronti di chi ne fa parte ai piani bassi delle gerarchie.
La televisione, l’industria musicale, le riviste patinate che spacciano per giornalismo un sistema di marchette e pubblicità occulta, l’arrivo di internet con le sue rivoluzioni nei consumi e nei desideri, l’intersezione tra moda ed editoria in un panorama culturale che somiglia sempre di più a un gigantesco e perenne spot promozionale.
Mentre Catania si allontana dalla vita dei protagonisti, sia nel tempo che nello spazio, trasformandosi in un ricordo di provincia dove le ambizioni e i problemi erano fatti di una sostanza molto diversa dal cemento dei grattacieli milanesi, la famiglia Franco si sgretola, perdendosi tra gli ingranaggi di una macchina produttiva da cui non riescono a uscire illesi.
Ed è in questa piccola apocalissi familiare che la protagonista, stanca di doversi sentire grata per un lavoro che la sfrutta chiedendole riconoscenza e frustrata per la parabola ingiustamente discendende del talento paterno, decide di provare qualcosa di estremo per rimettere a posto i pezzi, qualcosa di stupido, appunto.
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