Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Le dichiarazioni dei collaboratori (Carra, Scarano, Grigoli, Romeo) che si sono rivelati informati su questa strage sono stati concordi nell’indicare in Giuliano, Spatuzza e Lo Nigro le persone presenti in tutta la fase preparatoria ed esecutiva, dalla lavorazione dell’esplosivo al trasferimento dello stesso a Milano fino al rientro di Lo Nigro a Roma nel pomeriggio del 27-7-93.

Carra ha parlato anche di Barranca, presente al momento del carico, a Palermo. Grigoli di Mangano, come coordinatore dei “lavori” di approvvigionamento, macinatura e confezionamento dell’esplosivo.

Romeo ha confermato, genericamente, il coinvolgimento di Giuliano, Lo Nigro e gli altri componenti del gruppo (“loro”).

Le sue dichiarazioni non sono affatto antitetiche a quelle di coloro che danno presente Lo Nigro a Roma nella serata del 27 luglio (come pure gli è stato contestato), giacché Romeo non ha mai detto che Lo Nigro era a Milano in questa data.

Egli si è limitato a raccontare ciò che gli disse Giuliano sulla partecipazione di Lo Nigro alla strage di Milano, ma non ha mai precisato se questa partecipazione si sviluppò nella giornata del 27 – 26 luglio 1993 ( o nei giorni ancora precedenti).

Non ha detto nemmeno se Lo Nigro era a Milano il 23 luglio, giorno in cui ricevette una telefonata da Spatuzza (che a Milano, invece, era di sicuro).

I riscontri passati in rassegna confermano alcuni aspetti del racconto dei collaboratori. Tra di essi vi è, molto significativo, quello relativo alla presenza di Spatuzza a Milano nella giornata del 23 luglio 1993 e quello relativo al viaggio di Carra nella stessa giornata.

Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica “esterna”.

Ci si riferisce, in particolare, alle possibilità offerte dall’indagine analitica sul passaggio dell’esplosivo in un determinato posto e su determinati mezzi; alla memoria che sempre lascia negli uomini il passaggio delle persone in un certo posto; ai lembi di prova che spesso restano attaccati agli autori di determinati fatti.

Questo non deve far passare in secondo piano, però, un dato già di per sé significativo: il fatto, cioè, che laddove è stato possibile “riscontrare” (si usa dire così, ormai) il racconto dei collaboratori, i riscontri sono giunti: puntuali, precisi, confortanti.

Non deve nemmeno far dimenticare che il racconto dei tre collaboratori sopra menzionati si inserisce in un quadro generale di sicura affidabilità, confortato com’è da una serie impressionante di conferme interne ed esterne (come si è già messo in evidenza nell’esame delle altre vicende che ci occupano e come verrà messo in evidenza nell’esame delle rimanenti).

E si consideri, poi, che anche dopo la scrematura fatta da Di Natale e Maniscalco alle loro dichiarazioni, resta, nel loro racconto, il dato del raccordo tra Scarano, gli amici di Scarano e un gruppo indefinito di persone operanti a Milano.

Le dichiarazioni di Maniscalco e Di Natale non qualificano, ovviamente, la posizione di Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza, ma suonano come indiretta conferma alle informazioni fornite dagli altri collaboratori sulla vicenda.

Pertanto, ritiene questa Corte che autori materiali della strage di Milano (salvo sempre quanto si dirà in ordine all’elemento soggettivo) debbano considerarsi, innanzitutto, giusta il racconto di Carra, Grigoli, Scarano e Romeo, le persone da questi espressamente indicate. Vale a dire, Mangano, Barranca, Giuliano, Lo Nigro, Spatuzza.

Altre persone responsabili della strage di via Palestro Alle persone sopra dette, indicate dai collaboratori, vanno aggiunte Giacalone Luigi, Benigno Salvatore e gli stessi Scarano e Grigoli.

- Quanto al contributo materiale dato da Giacalone e Scarano basti dire che entrambi contribuirono a reperire la base operativa di via Dire Daua, a Roma, utilizzata, principalmente, per gli attentati alle chiese di Roma e, secondariamente, per la strage di Milano.

È noto, infatti, in base alle dichiarazioni dello stesso Scarano, che il gruppo operante a Roma nel luglio 1993 si spostò a Milano per prepararvi la strage di via Palestro e che alcuni di loro fecero rientro a Roma a ridosso del 27 luglio 1993 (in particolare, Lo Nigro rientrò il 26 e Giuliano il 27).

Tutto ciò è confermato dall’analisi del tabulato relativo all’utenza di Spatuzza, che era a Roma il 22 luglio per trovarsi a Milano il 23 e ancora a Roma il 27.

Tutto ciò significa, inequivocabilmente, che l’appartamento di via Dire Daua servì ad accorciare la distanza tra la Sicilia e il capoluogo lombardo, per consentire al gruppo degli attentatori di operare contemporaneamente a Roma e a Milano, facendo la spola tra queste due città.

In questo senso rappresentò la base operativa di tutti gli attentati del 27 luglio ‘93.

Ovviamente, non significa nulla il fatto che gli attentatori si servirono, sicuramente, a Milano, di un’altra base e, probabilmente, di un altro appartamento (o “pulciaio”), giacché è noto che qualsiasi attività agevolatrice concreta una forma di compartecipazione nel delitto.

In questo caso, avendo la base di Roma reso più agevole la consumazione della strage di Milano, coloro che reperirono, pagarono, attrezzarono l’appartamento di via Dire Daua devono rispondere anche di quest’ultima strage (nella consapevolezza, ovviamente, di detto utilizzo, di cui si parlerà esaminando la posizione dei singoli imputati).

- Per esaminare la posizione di Benigno Salvatore occorre partire da un dato di assoluta evidenza: le stragi del 27-28 luglio 1993, a Roma e a Milano, furono pensate ed eseguite unitariamente.

Il fatto che le esplosioni avvennero a circa 50 minuti di distanza l’una dalle altre è già di per sé significativo. Ma il dato diventa ancora più importante se si considera che, giusta le dichiarazioni di Scarano (assolutamente congruenti sul punto), le esplosioni dovevano avvenire in contemporanea nelle due città e solo per un disguido in fase esecutiva quella di Milano precedette, sia pure di poco, quelle di Roma.

Evidentemente, gli attentatori volevano dare un messaggio di “forza” e di decisione, mettendo contemporaneamente a soqquadro le due più importanti città italiane.

Bisogna anche considerare che, a quanto se ne sa, gli attentati di Roma e di Milano furono eseguiti, almeno fino a un certo punto, dallo stesso gruppo di persone. A Roma, infatti, operarono, dall’inizio alla fine, Giuliano, Lo Nigro, Spatuzza e Benigno (a parte le persone di contorno). A Milano si sa che operarono Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza, per lasciare il campo ad altri nella fase finale.

Di Benigno non è dato sapere se allungò le mani su Milano prima del 27-7-93. Ma è certo che egli faceva parte del gruppo di persone incaricato, in primis, dell’esecuzione delle stragi.

Ora, va detto che già l’esecuzione di una sola strage richiede una buona coordinazione di forze tra gli operanti. Ma l’esecuzione di tre stragi in contemporanea in due diverse città, site a centinaia di km di distanza, impone una completa intesa tra gli stessi, senza la quale non può essere proficuamente assicurato il risultato.

Intesa significa circolarità delle informazioni a disposizione; ripartizione dei mezzi a seconda delle necessità; suddivisione dei compiti in base alle specifiche professionalità (e inclinazioni) criminali; rappresentazione congiunta dell’obiettivo (o degli obiettivi) da raggiungere.

Ciò ha comportato necessariamente che tutti hanno dovuto riunirsi e concertarsi per scambiarsi le informazioni, dividersi i mezzi, ripartirsi i compiti, comunicarsi gli obiettivi. Hanno dovuto, cioè, realizzare quel “previo concerto” che rappresenta la forma più tipica e piena della compartecipazione criminosa.

Per questo anche Benigno, che nel quartetto era, insieme a Lo Nigro, l’esperto degli esplosivi e, da solo l’esperto dei telecomandi, essendo stato sicuramente parte di quel concerto, va dichiarato responsabile anche di questa strage.

- Grigoli Salvatore si è chiamato fuori dalla strage di Milano, ma egli stesso ha dichiarato di essere entrato in scena poco dopo il 22 maggio 1993. Vale a dire, sicuramente prima che l’esplosivo destinato a Milano fosse caricato sul camion di Carra e spedito ad Arluno.

In questo contesto diventa altamente plausibile ciò che dice Carra: Grigoli era presente nel carico dell’esplosivo per Firenze o per Arluno.

Siccome l’esplosivo per Firenze fu caricato proprio il 23 maggio, o addirittura il 22 maggio, e Grigoli ha precisato che la prima attività svolta in funzione delle stragi fu la macinatura dell’esplosivo, non v’è altra possibilità che riferire al carico per Arluno l’attività posta in essere da questo imputato.

D’altra parte, non è pensabile che egli, chiamato a cooperare nelle stragi a fine maggio del 1993, sia poi rimasto inerte nella fase successiva, per rientrare in gioco solo a ottobre del 1993.

Congruità delle dichiarazioni rese da Carra Pietro. Un esame a parte merita, in questa vicenda, il contributo di Carra Pietro.

Nel gioco (ma forse è meglio dire nel giogo) delle contestazioni è stato rilevato, infatti, che vi è discordanza tra quanto da lui dichiarato a dibattimento e quanto dichiarò al Pubblico Ministero il 31-8-95 in ordine ai mezzi usati da Lo Nigro per telefonare (quando erano in prossimità di Arluno e in Arluno stessa).

Infatti, a dibattimento ha detto che Lo Nigrò chiamò da una cabina pubblica; il 31 agosto disse che chiamò dal proprio cellulare.

Inoltre, sempre il 31-8-95 disse che fece il viaggio di andata (ad Arluno) via mare, mentre a dibattimento ha detto che fece il viaggio via terra.

Infine, il 31-8-95 disse di aver trasportato ad Arluno tre pacchi di esplosivo; a dibattimento ha parlato di due pacchi.

A queste osservazioni va contrapposto, però, che già nell’interrogatorio del 7-9-95 il Carra corresse, autonomamente, il tiro, sia in ordine alle modalità del viaggio che ai mezzi usati per telefonare.

Già questo è un dato risolutivo, giacché l’aver chiarito questi aspetti della vicenda senza sollecitazioni esterne significa, senza dubbio, che in Carra non è in discussione la buona fede ma solo la buona memoria. Memoria che, com’è noto, dipende da una molteplicità di condizioni (la maggior parte interne, ma talune anche esterne alla persona del dichiarante), che non sempre concorrono appieno nel singolo esame.

È ben comprensibile, quindi, che egli, chiamato a raccontare tutto d’un fiato le complesse vicende di cui era stato protagonista, abbia potuto sbagliarsi sui punti esaminati.

D’altra parte, va considerato che le giustificazioni fornite sono senz’altro logiche e plausibili.

Infatti, per quanto attiene al mezzo usato per telefonare, ha detto che l’errore è scaturito dal fatto che Lo Nigro «aveva un numero di telefono di un cellulare», in cui chiamava. «Per questo all'inizio c'era di mezzo un cellulare, di cui io facevo la presenza; ma era il cellulare in cui lui chiamava. Da quello sempre che mi ha detto lui, poi non so».

Quindi, il cellulare non era il mezzo con cui Lo Nigro chiamava, ma il il mezzo in cui chiamava. L’errore è meno che veniale.

Per quanto riguarda il mezzo del viaggio, ha spiegato che fece due viaggi con lo Nigro con destinazione Milano: in una occasione viaggiò via terra (nel luglio 1993); in altra occasione viaggiò via mare (nel 1995).

Nella prima narrazione invertì i mezzi. Anche in questo caso la venialità dell’errore è fuori discussione ed è ben giustificata.

Per quanto attiene, infine, al numero dei pacchi trasportati, va ribadito che Carra ha sempre premesso, ad ogni narrazione, di potersi sbagliare sul numero dei pacchi, sulle date, sulle persone.

Non c’è nulla da contestare, quindi. Va solo recepito il dato in sé, costituito dalla lacunosità, anch’essa comprensibile, del ricordo (data la molteplicità dei trasporti effettuati; del numero, sempre variabile dei pacchi trasportati; delle persone variabilmente presenti) e ne vanno tratte le debite conseguenze in punto di ricostruzione dei fatti e di valutazione delle responsabilità dei singoli.

Quello che conta, infatti, è non fondare la reponsabilità di alcuno su un ricordo incerto e malfermo (e questo, come si vedrà esaminando individualmente le posizioni dei singoli, non è mai avvenuto). Il resto fa parte degli “accidentalia” presenti in ogni vicenda processuale.

L’obiettivo degli attentatori

Anche per Milano è stato discusso quale fosse l’obiettivo degli attentatori. Anche qui non si è ritenuto sufficiente che l’autobomba sia esplosa proprio di fronte al Padiglione di arte contemporanea, situato nell’ambito del complesso monumentale di Villa Belgioioso (oggi Villa Reale) e attiguo alla Galleria di arte moderna.

Non si è ritenuto sufficiente che il Padiglione sia andato completamente distrutto; che danni abbia subito anche la Galleria.

Ciò in base alla considerazione che il Pac non è noto al vasto pubblico e per il fatto che, nell’ambito della Villa Reale, vi sono edifici comunali adibiti alla celebrazione dei matrimoni civili.

A parte quest’ultimo riferimento, che è privo di qualsiasi conducenza e significatività, va evidenziato che, come ha riferito la dott.ssa Fiorio Maria Teresa, direttrice delle Civiche raccolte d’arte di Milano (da cui il Pac dipende), il Pac è noto nella cultura milanese come una delle istituzioni più in vista della città. Tra gli spazi adibiti a mostre è certamente uno dei più prestigiosi di Milano.

Infatti, dal 1979 (anno della ricostruzione) al 1993 erano state allestite nello stesso più di 150 mostre, tutte intensamente pubblicizzate (su manifesti murari; su striscioni stradali; ecc).

Da ciò si desume che il Pac rappresentava un sicuramente un obbiettivo d’alto livello; non quanto gli Uffizi, ma sicuramente a livelli tali da stuzzicare l’interesse di chi avesse voluto provocare la commozione pubblica.

D’altra parte, va tenuto conto di ciò che dice Scarano: sentì dire che l’autobomba, in via Palestro, era esplosa a 150 a metri dal punto prefissato. Considerato che attigua al Pac v’è la Galleria d’arte moderna di Milano, ne consegue che, se veramente l’obiettivo degli attentatori fosse stato a 150 metri, l’istituzione che si aveva di mira era proprio detta Galleria, dove, come riferito dalla dott.ssa Fiorio, v’è una significativa rappresentanza pittorica e scultorea dell’800 italiano.

Insomma, è uno dei più importanti musei d’arte moderna esistente in Italia. Comunque si ragioni, quindi, non v’è dubbio che l’attentato di via Palestro avesse tutti i requisiti per stare accanto a quelli che, quasi alla stessa ora (non a caso), venivano consumati in via del Velabro e a S. Giovanni in Laterano.

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