Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente


Tempesta Roberto. Il mar. Tempesta ha raccontato la stessa storia di Bellini, vista dal suo punto di osservazione.

Ha dichiarato di operare presso il Reparto Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri dal 1981 e di aver conosciuto Bellini Paolo un paio di mesi dopo la rapina alla Pinacoteca di Modena, avvenuta il 23-1-92.

Nel corso di questa rapina furono asportati cinque dipinti, tra cui il ritratto del duca d’Este.

Conobbe Bellini «nel sondare il mercato antiquariale, certi personaggi del mercato antiquariale», casualmente. In pratica, lo conobbe quando andò a San Benedetto del Tronto «a sentire un’altra fonte» e vi trovò anche il Bellini (sembra di capire, quando andò a casa di un altro informatore). Ciò avvenne verso marzo-aprile del 1992.

Lo incaricò di acquisire il maggior numero di notizie possibili intorno alla rapina, al fine di recuperare i dipinti.

Non ricorda se consegnò a Bellini copia delle fotografie relative ai quadri rapinati a Modena.

Lo rivide poi una decina di giorni prima del 12 agosto 1992 (quindi, agli inizi di agosto del 1992), da solo, sempre a San Benedetto del Tronto. Nel corso di questo incontro parlarono nuovamente dei dipinti di Modena e Bellini fece capire che, forse, poteva fare qualcosa.

- Bellini lo ricontattò telefonicamente alcuni giorni dopo, verso il 10-8-92, e gli chiese un nuovo incontro.

Si incontrarono, difatti, il 12-8-92, presso l’area di servizio «Tevere» sita sul raccordo autostradale collegante il casello di Roma-Nord e il Raccordo Anulare. Egli (Tempesta) andò a questo incontro con una Fiat Uno turbo di colore rosso, appartenente al Reparto per cui operava. Fu accompagnato da un’autista, che rimase in disparte.

Il Bellini esordì subito dichiarandosi disgustato per il recente assassinio del dr. Borsellino e si dichiarò in grado di infiltrarsi nella mafia per capire quali potevano essere i possibili nuovi obiettivi. Gli disse anche di aver stabilito un contatto con alcuni «ambienti» siciliani, attraverso persone conosciute in carcere, presso i quali aveva millantato conoscenze importanti a Roma e la possibilità di ottenere dei benefici.

In virtù di questo contatto aveva già avuto, dai suoi referenti siciliani, «una proposta». Se egli fosse riuscito di soddisfarla, almeno in parte, si sarebbe accreditato presso quegli ambienti malavitosi e gli sarebbe stato facile «infiltrarsi».

La proposta era quella di far ottenere gli arresti domiciliari o «sanitari», anche per mezz’ora, ad uno dei cinque personaggi scritti su un fogliettino, che gli consegnò. Si trattava di Pippo Calò, Luciano Leggio, Brusca, «forse» uno dei Marchese e un altro che non ricorda (può darsi, dice, Provenzano).

In cambio, si dichiarava in grado di favorire il recupero di alcune importanti opere d’arte, rappresentate in fotocopie di fotografie e 4 foto Polaroid, che gli erano state consegnate dai suoi interlocutori siciliani e che Bellini consegnò a lui.

Queste opere, a dire del Bellini, avevano un valore di circa 25 miliardi.

Nei discorsi avuti con questi siciliani gli era stato detto, tra l’altro, che l’organizzazione era in cerca di piloti di elicotteri a lunga percorrenza, con i quali sfuggire ad eventuali inseguimenti di Forze di Polizia.

In sede di controesame ha aggiunto che, a dire di Bellini, «loro» stavano «cercando elicotteri per fare operazioni spettacolari soprattutto su Palermo», dove vigeva, all’epoca, il divieto di volo. Non ricorda se gli parlò anche di Pianosa.

Bellini chiedeva, per sé, soldi (200-300 milioni) e l’annullamento o il ritardo nell’esecuzione di una condanna a tre anni di reclusione, che gli era stata inflitta. Egli fece subito presente al Bellini che non sarebbe stato in grado di gestire una trattativa di tale genere e cercò di convincerlo a parlare con «altri personaggi».

Bellini insistette a lungo per avere lui come interlocutore. Per convincerlo e per fornirgli un argomento da spendere verso coloro che avrebbero potuto contestargli la sua incompetenza a trattare affari di tal genere, gli disse:

«Perché se tu dicessi che vogliono fare degli attentati a dei monumenti, non saresti tu competente a trattare questo tipo di discorso, visto che fai parte del reparto Tutela Patrimonio Artistico?»

E ancora: «Si parlò di monumenti e poi mi fece un esempio: 'supponi che tu dicessi che voglio colpire la Torre di Pisa, pensa che effetto destabilizzante potrebbe avere il fatto di colpire in un momento di pieno turismo la Torre di Pisa, che però la Torre di Pisa con centinaia di morti sarebbe finito completamente il turismo italiano, perché gli stranieri non verrebbero più a visitare i nostri monumenti e le nostre cose.

Per cui sarebbe un effetto effettivamente destabilizzante».

Alla fine, però, Bellini accettò di continuare il discorso con altre persone, di sua assoluta fiducia.

Ha continuato dicendo che, dopo aver avuto le fotografie da Bellini, fece un accertamento sulle stesse presso la Sezione Elaborazione Dati del suo Comando e verificò che si trattava di dipinti asportati dal palazzo Mazzarino di Palermo alla fine degli anni ’80 in danno della vedova Lanza-Berlinghieri. Fu denunciato un valore delle opere di circa un miliardo e mezzo.

Fatto questo accertamento si recò allora, verso il 28-29 agosto 1992, dal colonnello Mori, comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri e gli spiegò la situazione, parlandogli di Bellini, delle sue proposte, della provenienza dei quadri e chiedendogli di prendere in mano l’affare. Gli lasciò il bigliettino con i cinque nomi e gli diede i numeri di telefono di Bellini.

Gli accennò anche ai discorsi fatti da Bellini sui monumenti e sulla Torre di Pisa, anche se egli stesso non vi aveva dato molta importanza, pensando si trattasse di un espediente del Bellini per indurlo a seguire personalmente la trattativa.

Il col. Mori promise che avrebbe esaminato attentamente la situazione e che ne avrebbero riparlato. Disse subito che i nomi scritti sul fogliettino rappresentavano il Gotha della mafia e che una trattativa intorno ad essi era impraticabile.

Egli fece presente al Bellini che, probabilmente, sarebbe stato contattato da altre persone. Cosa che non avvenne, però.

Richiamò perciò il col. Mori e gli lasciò nuovamente i numeri di telefono del Bellini. Il colonnello assicurò che si sarebbe attivato. Rivide ancora il Bellini, dopo alcuni giorni, verso la fine di settembre del 1992, ad Assisi, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, e apprese che non era stato chiamato da nessuno.

Successivamente ancora seppe che la proposta era stata ritenuta impraticabile.

Ha aggiunto di essere rimasto in contatto telefonico con Bellini anche dopo gli eventi di cui ha parlato.

Lo sentì infatti nella primavera del 1993. Bellini gli disse che vi era sentenza ormai definitiva nei suoi confronti e che, probabilmente, sarebbe stato, entro poco tempo, arrestato per scontare la pena.

Difatti, dopo poco tempo gli telefonò la moglie di Bellini, dicendogli che il marito era stato arrestato.

Prima di essere tradotto in carcere Bellini gli disse, in una telefonata che si scambiarono, che aveva ricevuto delle telefonate minatorie e che aveva paura per la sua incolumità.

Ricorda che Bellini gli raccontò di essere stato oggetto di un attentato alla vita, ma non ricorda se ciò gli fu detto nell’incontro di S. Maria degli Angeli, ovvero in una delle conversazioni telefoniche avute successivamente con lui.

Ha detto ancora di aver sentito telefonicamente il Bellini in un’altra occasione, quando era già avvenuta la strage di Firenze. Il Bellini era, allora, in permesso dal carcere. Si ripromisero di risentirsi.

Fu cercato telefonicamente, invece, dalla moglie di Bellini, la quale lo avvertì che, cinque minuti prima, «era arrivata la Digos di Firenze a cercarlo». All’epoca, Bellini era in carcere a Reggio Emilia.

Ha dichiarato poi che la documentazione consegnatagli da Bellini il 12-8-92 fu conservata agli atti del suo ufficio. Ne trasmise copia al PM di Firenze dopo il 7-4-94, giorno in cui fu esaminato dalla suddetta Autorità Giudiziaria.

Ha riferito, infine, che in data 15-2-96 fu effettuata dal suo Reparto (ma nonché da lui) una perquisizione a carico di tale Zicchi Danilo, a Roma. Nel corso della perquisizione fu rinvenuto un elenco di opere che si riferiva sicuramente ai dipinti rapinati a Palermo in danno della vedova Lanza-Berlinghieri.

Zicchi Danilo.Questa persona, imputata ex art. 210 cpp, ha asserito di svolgere l’attività di restauratore e di essere stato sottoposto a procedimento penale per ricettazione (di numerosi oggetti d’arte e d’antiquariato) da parte della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

Ha dichiarato di aver custodito, dal dicembre del 1994 al febbraio del 1996, presso l’abitazione della nonna, a Roma, alcuni quadri ritirati presso l’abitazione del prof. Giulio Bellino, primario dell’ospedale di Anagni.

Fece ciò su richiesta del suo amico Camera Pasquale (ora deceduto), che era il vero proprietario dei quadri (almeno, così asseriva).

I quadri furono ritirati dalla casa del Bellino la prima domenica di dicembre del 1994 e portati a casa di sua nonna.

Successe poi che il 19-2-96 si presentò a casa sua tale Brizio Gismondi, altro appassionato d’arte, che aveva visto alcune volte insieme al Camera Pasquale.

Il Gismondi gli raccontò, con sua enorme sorpresa, la storia di questi quadri. Gli disse che appartenevano alla mafia siciliana, a cui li aveva presi il Camera con un artificio (praticamente, li aveva acquistati dando in cambio assegni fasulli).

Aggiunse che alcuni suoi amici siciliani si trovavano da tempo a Roma per recuperare questi quadri, che gli andavano senz’altro consegnati.

Gli precisò che i quadri erano frutto di una rapina commessa a Palermo in danno di un «palazzo aristocratico» e che «vi era stato, in un certo senso, uno scambio, una trattativa, un qualche cosa del genere fra lo Stato e la mafia, anni addietro».

Quello stesso giorno, ha proseguito, i quadri furono ritirati da casa di sua nonna dal Gismondi insieme a due persone che erano in sua compagnia, tali Bottai Francesco e Surfaro Giuseppe (che egli non conosceva). Non sa che fine abbiano fatti i quadri e le persone che le ritirarono.

Rivide il Bellino ai primi di marzo di quello stesso anno e gli raccontò com’erano andate le cose. Il Bellino manifestò sorpresa e aggiunse particolari che facevano ritenere veritiere le cose che aveva detto Gismondi.

Disse, infatti, che i quadri erano giunti a lui da Palermo, con un camion, e che erano stati tirati fuori «da un sottofondo».

Ha detto di aver effettuato delle fotografie dei quadri mentre erano in possesso della nonna. Inoltre, di aver redatto un foglio in cui si parlava di questi quadri. Il foglio gli fu sequestrato dai Carabinieri nel corso di una perquisizione subita il 15-2-96; le fotografie furono da lui consegnate spontaneamente ai Carabinieri qualche giorno dopo.

Mori Mario. Il gen. Mori, sentito come teste, ha riferito che il mar. Tempesta, sua vecchio dipendente, andò a trovarlo il 25-8-92 e gli parlò di Bellini Paolo, dicendogli che era entrato in contatto con questa persona.

Si ricorda che era il giorno 25 perché aveva effettuato una annotazione nella sua agenda personale (ha consegnato copia della pagina relativa ai giorni 24-25-28 agosto 1992).

Il Tempesta gli parlò di Bellini come di una sua fonte informativa nel settore in cui operava (tutela del patrimonmio artistico). Gli disse anche che, a dire del Bellini, questi aveva conosciuto in carcere un mafioso e che, per questa via, aveva la possibilità di infiltrarsi nella mafia.

Per fare questo Bellini aveva però bisogno di accreditarsi presso il suo conoscente siciliano, «dimostrando la sua validità come personaggio». Aveva necessità, perciò, di far ottenere gli arresti domiciliari o il ricovero ospedaliero a cinque mafiosi detenuti, i cui nomi erano segnati su un foglio di colore azzurro, che gli consegnò.

Si trattava di Luciano Leggio, Pippo Calò, uno dei Marchese e altri due personaggi di «grossissimo livello mafioso».

Egli fece subito capire al Tempesta che l’ipotesi era impraticabile: sia perché «non era proponibile fare uscire dalle carceri personaggi di questo livello»; sia perché il Bellini non era un soggetto che, per il suo vissuto, potesse essere accreditato negli ambienti mafiosi. Anche il Tempesta gli sembrò perplesso sulle potenzialità di Bellini. Gli suggerì, comunque, di continuare il rapporto col Bellini e di fargli sapere se emergevano fatti di una qualche rilevanza.

Non ricorda che Tempesta gli parlò della possibilità di recuperare opere d’arte attraverso il suddetto Bellini, né che le agevolazioni carcerarie per i cinque mafiosi potessero costituire la contropartita di un recupero di opere d’arte. Non ricorda che Tempesta gli parlò di fotografie di opere d’arte su cui aveva fatto accertamenti.

Dal tipo di situazione che il maresciallo gli illustrò intese che il «canale Bellini» era attualmente aperto, nel senso che era attuale il contatto di Bellini col referente siciliano.

Non ricorda che Tempestà gli parlò di progetti criminosi eclatanti arrivati a lui per mezzo di Bellini. Non si ricorda di riferimenti alla Torre di Pisa («sono portato ad escluderlo»). Non rivide né risentì il maresciallo Tempesta dopo quest’incontro. L’argomento si aprì e si chiuse il 25-8-92. Ha detto di non aver conservato il foglio datogli da Tempesta.

Messina Francesco. Il dr. Messina, funzionario di PS in servizio alla Dia di Milano, ha riferito che il 21-9-92, fu incaricato dal dirigente del suo ufficio di incontrare, a Piacenza, insieme ad un altro suo collega (ten. Col. Onorati), Bellini Paolo.

Il Bellini fu accompagnato all’incontro dall’ispettore Procacci, della Squadra Mobile di Reggio Emilia.

Nel corso di questo incontro Bellini disse di essere in contatto con un esponente della famiglia mafiosa di Altofonte e che era in grado di aiutarli nell’individuazione di un traffico di sostanze stupefacenti.

Bellini precisò che avrebbe potuto portare a termine questa operazione se la Dia si fosse interessata per assicurare il trasferimento dal carcere a un nosocomio oppure a una struttura carceraria con ricovero ospedaliero, di almeno uno di questi quattro individui: Calò Giuseppe inteso Pippo; Leggio Luciano, detto «Liggio», all'epoca ancora in vita; Brusca Bernardo; Gambino Giacomo Giuseppe, detto «Pippo 'u tignoso».

Praticamente, citò questi quattro soggetti e disse che un intervento nelle sedi opportune anche solo per farli spostare sarebbe stato un grosso accredito, per lui, nei confronti di quella organizzazione, o comunque della persona di Altofonte.

In più chiedeva, per sé stesso, l’interessamento della Dia affinché ottenesse l’affidamento al Servizio Sociale in relazione ad una detenzione che avrebbe dovuto, di lì a poco, scontare.

Si lasciarono con un nulla di fatto. Rientrando in sede espressero il parere che non fosse opportuno dare seguito al contatto con Bellini, sia per la fumosità delle proposte, sia per l’impraticabilità delle sue richieste.

Nel corso del colloquio col Bellini non vi fu alcun accenno ad azioni criminose contro il patrimonio artistico. Redassero dell’accaduto una relazione di servizio.

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