Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie del Blog Mafie è dedicata al maxi processo in occasione del trentunesimo anniversario della strage di Capaci


Sulla scorta degli elementi di prova acquisiti, riferiti dalla Criminalpol di Palermo con Rapporto del giugno 1982, questo procuratore della Repubblica emetteva, il 18 giugno 1982 (due giorni dopo l'uccisione di Alfio Ferlito, capo della fazione catanese avversaria al Santapaola Benedetto), ordine di cattura, per i delitti di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e di commercio di dette

sostanze, contro Gasparini Francesco, Mutolo Gaspare, De Caro Carlo, Iannì Anna e Condorelli Domenico. Tutti gli imputati, ad eccezione del Gasparini, detenuto in Francia, venivano arrestati e, nei loro interrogatori, si protestavano innocenti, non riuscendo, comunque, a dare alcuna seria giustificazione in ordine agli elementi di prova raccolti nei loro confronti. Il Mutolo, anzi, già fin dal primo interrogatorio, manifestava segni di squilibrio mentale.

Il Gasparini, interrogato dal G.I. di Creteil il 3 Febbraio 1983, in esecuzione di commissione rogatoria internazionale, rendeva, questa volta, ampia confessione, confermando le intuizioni e le ipotesi di lavoro degli inquirenti e fornendo importanti indicazioni sulle organizzazioni mafiose coinvolte nel traffico di stupefacenti.

Il prevenuto, probabilmente perché ritenutosi abbandonato dalla organizzazione per cui aveva lavorato ed era stato arrestato, rivelava che era stato uomo di fiducia di Mutolo Gaspare nel traffico di stupefacenti e che quest'ultimo era elemento di spicco della cosca mafiosa di Riccobono Rosario.

Premetteva che la mafia siciliana era stata duramente colpita dalla individuazione, nel Palermitano, di diversi laboratori di eroina e che era stato ritenuto più opportuno, per continuare ad alimentare il traffico verso gli Usa, acquistare direttamente in Estremo Oriente grosse partite di eroina purissima.

Riconosceva, quindi, nella fotografia dell'odierno imputato Koh Bak Kin (un cinese di Singapore già arrestato all'Aeroporto di Roma nel 1976 perchè trovato in possesso di 20 chilogrammi di eroina), il personaggio col quale aveva preso contatti per conto di Mutolo Gaspare al fine di importare grosse partite di eroina dall'Estremo Oriente.

Precisava, al riguardo, che dopo i primi contatti col Kin a Roma, lo aveva fatto incontrare con Mutolo Gaspare a Giulianova e, quindi, era partito per Bangkok per discutere con Kin circa la fornitura di eroina e di morfina base.

In questo primo viaggio, non aveva portato con sè droga ma, al suo ritorno, Kin, a Roma, gli aveva consegnato una partita di Kg. 3,750 di morfina base trasportata in Italia da corriere del Kin attraverso Copenaghen o Stoccolma; egli, in aereo, aveva trasportato la droga a Palermo, dove, secondo quanto aveva appreso, era stata portata in un laboratorio nei pressi di Bagheria.

All'Aeroporto era stato rilevato, a bordo di una BMW, dai fratelli Micalizzi Salvatore e Micalizzi Michele, i quali l'avevano accompagnato in una villa sita in una borgata di Palermo appartenente a Riccobono Rosario ("Saro") e posta alle pendici di una collina, in una località denominata "Tommaso Natale". Ivi gli avevano dato la somma di lire 200 milioni che aveva portato a Roma e consegnata a Kin dopo averla cambiata in dollari, avvalendosi di un cambiavalute clandestino a nome Michele, di cui forniva il numero di telefono. Successivamente, egli e Kin erano andati in aereo a Palermo e si erano recati in via Ammiraglio Cagni, 5 e, cioè, nell'abitazione del Mutolo, dove avevano fatto la conoscenza di Riccobono, di Santapaola ed altri elementi di spicco della mafia ed avevano discusso circa l'acquisto di una partita di 500 chilogrammi di eroina, che sarebbe stata trasportata dalla Thailandia a Palermo per mezzo di una nave procurata dal Santapaola; il pagamento della partita di eroina sarebbe stato effettuato con danaro proveniente dagli Usa

Per organizzare l'operazione, egli si era recato nuovamente a Bangkok ed ivi il Kin gli aveva comunicato che si sarebbe recato direttamente negli Usa, a Los Angeles, per incontrarsi con gli esponenti della mafia siculo-americana, destinatari finali dell'ingente partita di eroina, con cui avrebbe concordato le modalità di pagamento del prezzo.

Dal canto suo, il Gasparini non aveva potuto incontrare il fornitore della droga, poichè quest'ultimo aveva avuto paura nell'apprendere che l'eroina era destinata alla mafia siciliana.

Tuttavia, su istruzione del Mutolo datagli per telefono, aveva acquistato quattro chili d'eroina che avrebbe dovuto portare con sè fino a Palermo; a Parigi, però, era stato arrestato essendo stata trovata la droga nel suo bagaglio. Infine, il Gasparini forniva il numero di telefono (2864295) usato da Kin a Bangkok, riconosceva fotograficamente Riccobono Rosario e Gerlando Alberti, definito dal Gasparini grandissimo amico del Riccobono, indicava, altresì, il numero di telefono di un bar di Palermo (259421), che sosteneva essere gestito da un certo "Enzo" appartenente alla "famiglia" di Riccobono, ma di proprietà effettiva di Micalizzi Michele.

Il Gasparini, infine, precisava che il Mutolo era in contatto con funzionari del Sisde.

La dichiarazione del Gasparini appare pienamente attendibile perchè obiettivamente riscontrata dalle successive indagini in punti di decisiva importanza.

Il Gasperini aveva parlato dei fratelli Micalizzi, il cui nome non avrebbe potuto conoscere se in qualche modo non fosse stato in contatto con essi e, soprattutto, aveva indicato il numero di telefono di un bar di Palermo (259421) e di un certo "Enzo", legato ai Micalizzi. Ebbene, l'utenza in questione, intestata a Lo Piccolo Giuseppa, moglie di tale Puccio Ciro, è risultata installata nella portineria di uno stabile sito in questa via La Marmora 82, e, cioè, a pochi metri del bar Singapore TWO, nel quale, come accertato da appostamenti eseguiti dalla Polizia, era stata notata la continua presenza di Micalizzi Giuseppe e dei figli Michele e Salvatore.

In questo bar, formalmente intestato a Cannella Vincenzo, erano stati assassinati, il pomeriggio del 30 Novembre 1982, il fratello Cannella Domenico e Di Giovanni Filippo, indiziati di appartenenza alla "famiglia" di Riccobono Rosario; inoltre, quello stesso pomeriggio, era scomparso proprio Cannella Vincenzo. Ma anche su altri punti di non secondaria importanza veniva riscontrata l'attendibilità del Gasparini. Veniva accertato, infatti, che il cambiavalute a nome "Michele", indicato dal Gasparini, si identificava, appunto, per Minesi Michele, il cui numero telefonico corrispondeva esattamente a quello indicato dal prevenuto.

Anche sul punto dei rapporti del Mutolo con funzionari del Sisde, la dichiarazione del Gasperini trovava testuale conferma.

Dall'esame testimoniale del dotto Fabbri Mario, funzionario del Sisde, emergeva, infatti, che era stato proprio Gasparini a porlo in contatto col Mutolo, presentatogli come grosso esponente della mafia siciliana, che egli avrebbe voluto utilizzare per contattare estremisti. Anzi, in proposito, va ricordata una circostanza significativa, riferita dal Fabbri: Mutolo, nel confidargli che un estremista di destra gli aveva chiesto un mitra, aveva proposto al Fabbri di farlo arrestare con un Kalashnikov, che avrebbe procurato lo stesso Mutolo ("Iu ciu dugnu e poi nu sucamu" e, cioè, io glielo consegno e, poi, lo arrestiamo).

Il disegno, poi, non era stato attuato e non è detto nè che il Mutolo realmente avesse avuto contatti col terrorista nè che fosse realmente intenzionato a fornirgli l'arma; ma è importante che proprio il Mutolo abbia fatto il nome del tipo di arma e, cioè, del Kalashnikov; infatti, come si vedrà in seguito, le armi usate per uccidere Ferlito Alfio, in territorio controllato dalla "famiglia" di Riccobono Rosario, sono state, anche, dei Kalashnikov.

Essendo opportuno un ulteriore approfondimento della dichiarazione del Gasparini, il medesimo veniva nuovamente interrogato a Creteil, alla presenza dei Magistrati italiani e in esecuzione di commissione rogatoria internazionale, il 14 ed il 15 aprile 1983. Anche stavolta l'interrogatorio del Gasperini si rivelava proficuo.

L'imputato, in sintesi, dichiarava che: aveva conosciuto Buscetta Tommaso in carcere, a Palermo, nel 1979 ed aveva notato che lo stesso godeva di posizione di supremazia rispetto agli altri detenuti; lo stesso Buscetta gli aveva detto che era buon amico di Leggio ed era nolurio che in seno alla mafia i due avessero la stessa importanza; Mutolo Gaspare era buon amico di Buscetta Tommaso, tanto che la moglie ed i figli di quest'ultimo erano stati ospitati a casa del Mutolo durante la detenzione del primo a Palermo: successivamente, peraltro, rapporti si erano guastati per motivi a lui ignoti e Mutolo gli aveva detto di lasciar perdere Buscetta, mentre in un primo momento aveva intenzione di farli incontrare per motivi inerenti al traffico di stupefacenti; il 30 aprile 1981, cioè dopo pochi giorni dall'omicidio di Bontate, aveva partecipato, a Palermo, nella villa di Riccobono Rosario, con Mutolo e con altri mafiosi, ad un banchetto, nel corso del quale aveva potuto afferrare brani di frasi pronunziate dagli altri invitati, i quali parlavano molto riservatamente fra di loro, del seguente tenore: "...il falco, uno è fatto, pensiamo all'altro"; ed egli si era reso confusamente conto che si stava per organizzare qualcosa contro qualcuno "per prendere in mano la situazione"; la moglie di Mutolo, al ritorno da Sulmona, dove era andata a visitare il marito detenuto, aveva subito un furto di gioielli a Napoli; ed egli, su incarico del Mutolo ricevuto per lettera, era andato a trovare, a Roma, tale Brusca Giovanbattista (che, poi, sarebbe stato ucciso, nell'ottobre 1981, ad opera di ignoti) per cercare di recuperare i gioielli; il Brusca lo aveva condotto in un negozio sito nei pressi del Provveditorato agli Studi, gestito da un siciliano che aveva tre o quattro fratelli, il quale, a sua volta, lo aveva accompagnato in un altro negozio, denominato "OrientaI Shop" e gestito da un napoletano a nome Nunzio, il quale si era assunto l'incarico di avvertire Gerlando Alberti, che in quel momento si trovava a Napoli; conosceva Bellavia Giovanni e sapeva che lo stesso era coinvolto nel traffico degli stupefacenti; [...] insieme con Brusca grande amico di Puccio e Bonanno, due degli assassini del capitano Basile avrebbe dovuto incontrarsi con un certo Cino di Ladispoli per organizzare un traffico di cocaina, al quale avrebbero dovuto partecipare pure i catanesi fratelli Ferrera e Cannizzaro Umberto (parenti di Santapaola Benedetto); Zannini Mirella faceva parte di un'organizzazione di ladri e aveva procurato a dei falsi passaporti con il visto di ingresso negli Usa a Koh Bak Kin, che usava per la sua corrispondenza, a Bangkok, la casella postale P.O. Box 2081; […].

Infine, esibitegli numerose fotografie, il Gasparini riconosceva quelle di: Cannella Vincenzo, il gestore del bar dei Micalizzi; Riccobono Rosario, Micalizzi Michele e Micalizzi Salvatore; Cancelliere Domenico, come una delle persone che avevano partecipato al banchetto nella villa di Riccobono Rosario, e che era stato coi Micalizzi e con esso Gasparini, in un ristorante palermitano stile Liberty, ad una cena, nel corso della quale si era parlato liberamente di traffico di stupefacenti; Cusimano Giovanni, come l'autista ed uomo di fiducia di Riccobono Rosario, che aveva il compito di controllare la zona durante l'incontro di Kin con Santapaola, Riccobono ed un'altra persona a lui sconosciuta; Di Giacomo Giovanni e Romano Giovanbattista come persone che aveva notato nel bar Singapore Two.

[…] Anche le dichiarazioni rese in questo secondo interrogatorio dal Gasperini sono attendibili per una serie di considerazioni logiche per le risultanze dei successivi accertamenti.

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