Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa una settimana questa nuova serie sarà dedicata al Festival di Trame 2026.


Di sangue e tradimenti è lastricata la strada che porta alla morte di Giovanni Losardo, martire comunista innamorato dell’esempio pedagogico di Don Milani e delle canzoni di Luigi Tenco. Un vuoto giudiziario lungo 46 anni a cospetto di una verità storica incontrovertibile. Il suo barbaro assassinio è tra gli innumerevoli omicidi politico mafiosi rimossi dalla memoria collettiva.

Nato nel secondo dopoguerra, interprete di un forte sentimento di rivalsa dei contadini, degli operai e di tutto quel mondo che fino ad allora non aveva avuto voce, Giovanni Losardo partecipa alle occupazioni delle terre. Gli ideali antifascisti lo spingono a militare nel Pci.

A Roma, da studente di giurisprudenza, si lega profondamente a Fausto Gullo, il ministro comunista della riforma agraria. Quando torna a Cetraro da segretario capo della Procura di Paola, Giannino partecipa alla vita politica del territorio senza risparmiarsi. Poi, la sera, quando torna a casa, legge la Divina Commedia ai suoi bambini, per farli addormentare. Per anni scriverà sulla rivista “Chiarezza” di Luigi Gullo, figlio di Fausto che, ironia della sorte, difenderà il boss Franco Muto, in seguito assolto, al processo per il suo omicidio.

Per anni Losardo milita in quel Pci sempre più europeista, sempre meno sovietico, che vuole diventare classe dirigente ponendo al centro la questione morale. A Meridione Losardo e i suoi compagni incarnano la tensione del partito, tentando di arginare le mafie, mentre la Dc fa finta di non vedere e una parte della magistratura nega l’esistenza delle organizzazioni criminali.

Sono gli anni in cui politici, imprenditori e pezzi importanti delle istituzioni fanno il salto. Losardo assiste al processo di degrado che pervade la sua comunità, denuncia le convergenze di interessi tra Franco Muto, un imbianchino che in pochi anni diventa un potente imprenditore, e la politica locale, capeggiata dalla famiglia Cesareo. La stessa Procura di Paola, dove è segretario capo, diventa terreno di scontro. Dopo la sua morte, la relazione “Granero” metterà nero su bianco il clima di ostilità in cui “Giannino” era costretto a lavorare.

Restano cristallizzate nell’immaginario collettivo la Lamborghini e la Maserati del procuratore Belvedere, con cui Losardo aveva continui scontri professionali. Al centro di questo inquietante mosaico, l’impunità di Franco Muto, divenuto sanguinario boss locale gettando Cetraro in un clima di terrore. Il mosaico che compone la condanna a morte di Losardo è sotto gli occhi di tutti. Tanto che confiderà al figlio di voler lasciare la politica.

Un omicidio, il suo, maturato in ambienti istituzionali, prima ancora che criminali. È il 1980, un anno cruciale. La mafia decide che non gli basta più essere rappresentata. Vuole prendersi una poltrona. A Reggio Calabria tra i candidati ci sono anche i De Stefano. È l’11 giugno e nelle campagne rosarnesi l’aria è tiepida. Peppe Valarioti, giovane dirigente comunista sta festeggiando il risultato elettorale con i suoi compagni di partito.

A soli trentun’anni, il professore contadino impegnato nel contrasto alla ‘ndrangheta locale, cade sotto i colpi della lupara e muore tra le braccia del suo mentore, Peppino Lavorato. Dieci giorni dopo toccherà a Giannino Losardo. Nel suo ultimo consiglio comunale, a Cetraro, denuncia la nascita di un governo ombra che vede convergere gli interessi della malapolitica con quelli del caln Muto.

A capo della manovra, Giuseppe Cesareo, che oggi ritroviamo consigliere di minoranza. Quella sera del 21 giugno l’amministrazione cetrarese cade, come cade Giannino, sotto i colpi di fucile e di pistola. Tutto questo in un contesto in cui le classi dirigenti fanno finta di non vedere e la lotta ai comunisti è più importante della lotta alla ‘Ndrangheta.

Franco Garofalo - braccio destro del boss Garofalo, con grado santista - racconta in esclusiva al giornalista Saverio Di Giorno che per "aggiustare" il processo dell' omicidio Cosmai, si rivolsero a Muto, il quale fornisce lo stesso canale usato per aggiustare il processo Losardo a Bari.

Questo collegamento tra omicidi nasce in un clima unico in Italia in quegli anni, a Cosenza: la strategia della dissociazione, riuscita solo ai clan del cosentino in tutta Italia. Tale strategia ha consentito impunità attraverso un sistematico uso di insabbiamento e delegittimazione. Un contesto descritto in modo illuminante nel libro “Sodomia”, di Di Giorno.

La saldatura tra colletti bianchi tra cui molti avvocati "tenuti a contratto regolarmente" dai clan, massoneria e parte di magistratura, ha permesso di smontare processi, garantire assoluzioni ma soprattutto ha permesso la formazione di una classe dirigente che è ha tratto forza dalle relazioni e dai silenzi intessuti nelle aule di quei processi smembrati. Una classe dirigente che già in maniera precoce stavano denunciano Losardo e Valarioti.

Oggi lo scenario riecheggia quegli anni. I comunisti sono diventati il male della Storia. Il berlusconismo ne ha distorto i tratti, il Governo Meloni li dipinge come nemici da sbeffeggiare. La lotta alle mafie è scomparsa dall’agenda politica. E il fascismo riaffiora prepotente saldandosi a una parte consistente della politica europea.

Recuperare la memoria di Giannino Losardo, e di tanti altri martiri comunisti come Peppe Valarioti, Rocco Gatto e Pio La Torre, barbaramente uccisi dalle mafie, vuol dire insegnare il valore del sacrificio di quel grande movimento meridionalista che sognava un mondo più giusto. Per costruire un argine all’avanzata del malaffare e dell’indifferenza.

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