Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa una settimana questa nuova serie sarà dedicata al Festival di Trame 2026


Negli ultimi decenni, il rapporto tra economia legale e organizzazioni mafiose ha assunto forme sempre più complesse, imponendo di superare una visione semplicistica della mafia come fenomeno separato dal mercato. Mafia ed economia, il volume scritto insieme a Nando dalla Chiesa mette in rilievo un sistema di interazione profonda, in cui la ’ndrangheta si infiltra nell’economia sfruttando dinamiche e vulnerabilità, trovando “varchi” nel capitalismo contemporaneo, spazi in cui domanda economica e offerta criminale risultano compatibili. Non si tratta soltanto di infiltrazioni, ma di veri e propri intrecci – nel libro, provocatoriamente definiti “affettuosi” – in cui interessi legali e illegali finiscono per convergere.

In questo scenario, l’ottimizzazione dei profitti illeciti attraverso reati fiscali incontra il “costo” mafioso. Il libro mostra come, in questo scenario, i caratteri propriamente mafiosi – come l’utilizzo della violenza – non si disperdono ma si aggrovigliano alla criminalità economica e finanziaria, non mescolandosi bensì nutrendosi l’uno dell’altro e occultandosi l’uno dentro l’altro. L’impresa mafiosa si adatta e risponde alla domanda di mercato utilizzando sia i propri strumenti sia quelli autoctoni, presenti sul territorio. La ’ndrangheta entra in rapporti con imprenditori e professionisti e, attraverso costoro, ottimizza i profitti illeciti al punto tale che, osservando la documentazione e i contratti di appalti, la mafia sembra scomparire dalla scena. Fin quando il costo mafioso è tollerato poco risulta visibile.

È un sistema che produce sfruttamento perché si gioca tutto sulla logica del ribasso. Il tutto avviene con maggiore facilità allungando la catena dei subappalti. E ciò accade, ed è questo il punto, anche per la necessità di abbattere i costi dei grandi operatori di mercato.

Questo sistema, dunque, porta con sé almeno tre ricadute per la collettività. Non vi è, infatti, alcun recupero di credito da parte dell’erario dato che le cooperative sono nullatenenti. Al contempo, però, il committente ha dei significativi vantaggi economici, a volte non di poco conto. Last but not least, non vi è alcuna tutela per i lavoratori che, a volte, non sono neppure a conoscenza di esser transitati da una cooperativa all’altra. Va da sé, dunque, che queste società possono essere utilizzate sia come «serbatoi di manodopera», con la funzione di fornire forza lavoro a basso costo – i magistrati fanno riferimento a una vera e propria «transumanza della forza lavoro» da una società all’altra – sia per il drenaggio di capitali. «Serbatoi» che, peraltro, possono esser utilizzati dalla grande distribuzione per diverse attività a bassa specializzazione.

In tal senso, il caso lombardo è emblematico. La regione, oggi tra le principali aree di radicamento della ’ndrangheta, presenta una diffusione capillare che coinvolge, con densità diverse, tutte le province. In questo scenario, la mafia penetra nell’economia reale, costruendo relazioni stabili con imprenditori e professionisti.

Uno degli ambiti in cui questi meccanismi risultano più evidenti è la logistica. La trasformazione di intere aree produttive – come nel comasco, dove l’industria tradizionale è stata progressivamente sostituita da attività di logistica – ha favorito la diffusione di modelli basati sul massimo ribasso, sulla frammentazione contrattuale e sull’esternalizzazione del lavoro. È proprio in questi contesti che il metodo mafioso si combina con pratiche economiche apparentemente legali. La violenza non scompare ma si integra con strumenti finanziari e fiscali, diventando una risorsa da utilizzare. Allo stesso tempo, una parte dell’imprenditoria finisce per considerare il costo mafioso come una variabile gestibile, compensabile attraverso frodi fiscali o altre pratiche illecite.

Il quadro che emerge è quello di una mafia capace di evolversi e di convivere con il capitalismo, sfruttandone le contraddizioni interne. La mafia, dunque, non è un corpo estraneo bensì un attore che opera dentro il mercato, adattandosi alle sue regole e, al tempo stesso, deformandole. Comprendere questi “varchi” diventa dunque essenziale non solo per analizzare il fenomeno mafioso ma anche per interrogare criticamente il funzionamento dell’economia contemporanea, procedendo verso quella che lo stesso Nando dalla Chiesa chiama un’“ipotesi impervia”: il capitalismo criminale.

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