Il caso Everard è molto più che una storia di cronaca: riguarda la libertà delle donne e i tentativi di reprimere i movimenti di protesta nel Regno Unito. Non è solo cronaca, ma dai fatti bisogna partire.

L’omicidio

Sarah Everard ha 33 anni e fa la responsabile del marketing; su Linkedin si descrive come «positiva e premurosa». Vive a Brixton Hill, nel sud di Londra; il 3 marzo è andata a trovare gli amici a Clapham House, sud-ovest della capitale, e alle 21 si avvia a piedi per rientrare a casa. Alle 21.15 è al telefono con il fidanzato, alle 21.30 una telecamera di sorveglianza la inquadra per l’ultima volta. Everard a casa non arriverà mai. Gli amici si mobilitano: «Aiutateci a ritrovare Sarah, è da giorni che non abbiamo sue notizie». Poi le notizie arrivano. Il 10 marzo il corpo viene ritrovato in un borsone in un bosco del Kent, in condizioni tali che serve l’impronta dentale per confermare che è il suo. Le indagini proseguono e il sospettato per omicidio è Wayne Couzens; vive appunto nel Kent, con la moglie (ora sotto accusa come complice) e due bimbi. Ma è a Londra che lavora. E fa il poliziotto. All’ora di cena del 3 marzo ha appena finito il turno davanti all’ambasciata Usa, nel sud-ovest di Londra; è nella squadra che presidia parlamento e sedi diplomatiche.

Il caso scoperchia l’indignazione collettiva, anzitutto delle femministe. Shaista Aziz è fra loro. Di origine pachistana, consigliera comunale a Oxford, ha subito sulla sua pelle «una aggressione sessista e razzista alla fermata del bus. Nel paese c’è una violenza sistemica contro donne e immigrati, con l’aggravante di una rimozione collettiva del problema». Questa estate due donne, Bibaa Henry e Nicole Smallman, sono state uccise in un parco della capitale, e i poliziotti che hanno rinvenuto i corpi li hanno fotografati e diffusi in un gruppo privato whatsapp. La violenza aumenta e pure il lassismo delle istituzioni. «Con la pandemia è lampante», dice Aziz: «Non ci sentiamo al sicuro né negli spazi pubblici né a casa; nonostante l’impennata di violenze domestiche nel lockdown, vengono tagliati i fondi alle ong a supporto delle donne e la giustizia penale tarda come non mai». Nel 2020 i procedimenti per stupro hanno raggiunto il record al ribasso. YouGov rileva che la metà di chi subisce molestie e violenze non le denuncia perché crede serva a poco: non ha fiducia nelle istituzioni.

La repressione

Perciò femministe e attiviste, come Sisters Uncut, hanno convocato una veglia sabato scorso a Clapham Common, dove Everard è scomparsa. Anche Kate Middleton ha portato fiori sul posto. Il raduno Reclaim these streets, per rivendicare il diritto a muoversi sicure, si è trasformato però in un atto di repressione da parte della polizia, che – motivata dal divieto di assembramento per pandemia – ha scacciato con la forza le donne. Oltre al caso Everard si è creato un caso Patsy Stevenson: la manifestante 28enne è stata gettata a terra dalla polizia, «non stavo facendo nulla di male; sono minuta; un gruppo di agenti si è gettato su di me». In dieci la hanno ammanettata, arrestata, multata.

Una donna, Georgina, è stata assaltata da un uomo poco lontano dalla veglia, ha chiesto aiuto alla polizia e si è sentita dire: «Ne abbiamo abbastanza di voi rioters». Il sindaco di Londra, il laburista Sadiq Kahn, che sostenne la nomina di Cressida Dick, prima donna a capo di Scotland Yard, ora le chiede conto della linea dura. Ma il premier le conferma la fiducia, e lei è «determinata» a restare. Domenica le donne hanno manifestato contro la repressione della polizia, e nuovamente oggi. La ministra dell’Interno Priti Patel ha annunciato un’indagine sul comportamento della polizia, ma ha poi chiesto di non manifestare più «vista la pandemia». Le donne non le hanno dato retta e si sono radunate in tante davanti a Westminster, che oggi e domani discute il controverso Police, crime, sentencing and courts bill.

Ci sono Patel e Dick dietro la legge. «La polizia deve fronteggiare meglio le manifestazioni non violente», aveva detto Dick nel 2019 riferendosi alle proteste di Extinction Rebellion. Il governo sostiene che «norme del 1986 non sono adeguate a fronteggiare le proteste odierne» e ha apparecchiato una legge che zittisce il dissenso, nel senso letterale: autorizza la polizia a intervenire fermamente quando chi protesta fa anche solo troppo rumore, o arreca disturbo. La polizia può decidere quando un’espressione di dissenso inizia e finisce, e può impedirla. Chi osa accamparsi per protesta verrà sloggiato, chi arreca “seri fastidi” rischia fino a dieci anni di carcere. Il laburista David Lammy nota che «è punito più duramente chi distrugge una statua che chi assalta una donna». Contrarie le organizzazioni per i diritti; Amnesty nota che con la legge «ci saranno più scene come quelle viste alla veglia».

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