Altro giro, altra corsa. Dopo Italia, Ungheria, Slovacchia, Olanda, anche la Croazia vira verso l’estrema destra. A un mese dalle elezioni legislative, i conservatori dell’Unione democratica croata (Hdz), guidati dal primo ministro Andrej Plenković, hanno raggiunto un accordo per formare una nuova maggioranza di governo con il Movimento patriottico (Dp), partito di estrema destra dalle forti connotazioni nazionaliste che riecheggia le posizioni reazionarie dell’Ungheria di Viktor Orbán, oltre che lo scetticismo di Budapest e Bratislava sul sostegno a Kiev nella guerra contro la Russia.

L’accordo con il Dp, nato quattro anni fa da una costola dell’Hdz, ha assicurato a Plenković il terzo mandato consecutivo a capo del governo. Un risvolto finora inimmaginabile, nonostante la svolta autoritaria impressa dal primo ministro al paese negli ultimi anni, che consolida la tendenza in atto a “normalizzare” le destre in Europa. La vice presidente della Commissione europea, la croata Dubravka Šuica, si è affrettata a gettare acqua sul fuoco, sminuendo le accuse rivolte al Dp che ha dipinto come «un partito di destra molto moderato».

E questo nonostante il Dp sia noto anche per le sue simpatie filonaziste, oltre che per aver negato i crimini di guerra commessi dai croati nelle guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta.

Profezia

L’accordo in Croazia siglato dall’Hdz, imparentato con i popolari europei del Ppe, sembra poi essere il preludio di quanto può accadere in Ue dopo il voto di giugno. Poche settimane fa la stessa presidente della Commissione e Spitzenkandidat del Ppe, Ursula von der Leyen, ha aperto a una nuova maggioranza che includa i Conservatori e riformisti europei (Ecr), famiglia politica europea in cui milita FdI e in cui potrebbe confluire lo stesso Dp. Apertura confermata da Plenković durante un evento elettorale tenutosi nella cittadina croata di Spalato insieme a von der Leyen. «Dopo il voto possiamo trovare dei partiti un po’ più a destra, ma che possono dare la fiducia a una maggioranza pro Ue», ha spiegato il premier, nella rosa dei candidati alla presidenza del nuovo esecutivo comunitario in quota Ppe.

Insomma, una vera e propria operazione di “far-right washing” con cui i Popolari europei stanno di fatto sgretolando mattone dopo mattone il cordone sanitario costruito intorno alle destre europee, come dimostrato da ultimo dalla scelta di non aderire alla dichiarazione sottoscritta da liberali, socialisti, verdi e sinistra europei in cui si rifiuta «qualsiasi normalizzazione, cooperazione o alleanza con i partiti di estrema destra e radicali». Lo scivolamento a destra di Zagabria è destinato ad avere profonde implicazioni oltre il perimetro dell’Ue, in particolare in Bosnia-Erzegovina, paese candidato all’Ue, dove l’Hdz ha creato una sorta di feudo nell’area del Paese a maggioranza croata che rivendica una maggiore autonomia dallo Stato, già dilaniato dalle divisioni etniche e dalle minacce separatiste della leadership serbo-bosniaca.

Macedonia del Nord

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi il ritorno in Macedonia del Nord della destra nazionalista filorussa del Vmro-Dpmne che potrebbe segnare una grave battuta d’arresto nel processo di adesione all’Ue di Skopje. Anche in questo caso la sterzata a destra di uno dei paesi più filo-europeisti dei Balcani potrebbe avere effetti destabilizzanti per tutta la regione che da anni non riesce ad avanzare nell’integrazione europea. Un disastro tanto prevedibile quanto temuto, quello registratosi in Macedonia del Nord, frutto in larga parte delle contraddizioni che hanno segnato la politica di allargamento di Bruxelles nei Balcani, erodendone la credibilità.

I conservatori macedoni si oppongono, in particolare, ai due accordi sottoscritti dal governo precedente con la Grecia e con la Bulgaria che hanno spianato la strada all’avvio dei negoziati all’Ue del Paese balcanico. Skopje era rimasta ostaggio a lungo del veto di Atene a causa di una disputa sul nome, risolta nel 2018 con l’accordo di Prespa in cui lo Stato balcanico si impegnava a modificare il suo nome costituzionale in Macedonia del Nord, anziché Macedonia. Dopo la Grecia, era stato il turno della Bulgaria di bloccare Skopje per questioni identitarie e storico-culturali. Il contesto geopolitico creato dall’invasione russa dell’Ucraina aveva poi spinto l’Ue a far ripartire il treno dell’allargamento anche nei Balcani, forzando piuttosto che risolvendo le contraddizioni che lo avevano inceppato.

Dal canto suo, Skopje ha approfittato dello spiraglio aperto da Bruxelles. Pur di avanzare nel percorso europeo, non ha esitato a mandar giù il boccone amaro del ricatto, una scelta impopolare che ha portato al crollo dei socialisti alle legislative e alle presidenziali tenutesi la scorsa settimana. Il nuovo corso della Macedonia del Nord sembra però già segnato. Nel prestare giuramento, il neoeletto capo di Stato, Gordana Siljanovska Davkova, prima donna presidente macedone, ha usato il termine ‘Macedonia’ e anziché ‘Repubblica della Macedonia del Nord’, come modificato in Costituzione dopo gli accordi di Prespa.

Un passaggio che ha suscitato le proteste di Atene, con il premier greco Kyriakos Mītsotakīs che ha parlato di «iniziativa illegale e inaccettabile». E un chiaro monito in questo senso è arrivato anche da Bruxelles. «Affinché la Macedonia del Nord possa continuare il suo percorso di successo verso l’adesione all’Ue, è fondamentale che continui sulla strada delle riforme e del pieno rispetto dei suoi accordi vincolanti, compreso l’accordo di Prespa», è stato l’avvertimento lanciato da von der Leyen.

Ma i moniti dell’Ue non sembrano più sortire alcun effetto nel piccolo Paese balcanico, uno dei frontrunner – almeno sulla carta – nel processo di adesione insieme al Montenegro, divenuto nell’arco di pochi anni l’emblema del fallimento della politica dell’Ue nei Balcani. L'ultimo dei fallimenti che Bruxelles poteva permettersi.

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