Bruxelles è un’ottima piazza per osservare in che direzione va il movimento delle donne nel nostro continente. Da un lato Ursula von der Leyen inaugura il suo secondo mandato alla presidenza della Commissione Europea, con un equilibrio spostato sempre più a destra grazie anche all’intesa con Giorgia Meloni e il sostegno di Fratelli d’Italia. Loro due sono i volti più rappresentativi di un’Europa che dichiara l’uguaglianza, ma che mostra come alcune donne siano più uguali di altre. Un artificio con cui tenere allo stesso tempo viva la retorica dei diritti universali mentre avanzano le forze reazionarie che hanno costruito la propria popolarità su un forte spirito identitario e contro la libertà di scelta.

In direzione contraria procede il movimento femminista, e in particolare il corteo sceso in piazza lo scorso 24 novembre, convocato dalla piattaforma Mirabal; un ombrello che dal 2017 raccoglie organizzazioni, associazioni e qualche collettivo, e che quest’anno sceglieva la solidarietà internazionale come proprio slogan. Dal palco che apre il corteo si susseguono gli interventi e le performance di transfemministe, donne migranti e iraniane, ma soprattutto azioni e parole per la Palestina e il Libano.

Osservo il volto di queste due donne al governo, che fieramente incarnano i valori del cristianesimo e della famiglia come valori europei. Dietro di loro si riunisce il fronte di forze neoliberali e ultraconservatrici che, in effetti, riprendono una lunga tradizione europea, coloniale, che utilizza proprio il corpo delle donne come territorio di conflitti materiali e ideologici.

Ma questa è anche l’Europa di oggi, quella del patto migratorio, un’Europa alle armi, dove si rinforzano le frontiere per proteggere la libertà e l’integrità del corpo femminile, da un nemico sempre alle porte. Bisogna difendere le donne a tutti i costi. Anche da loro stesse, quando si trasformano in nemico interno perché attentano all’imperativo riproduttivo dell’Europa bianca o sfidano l’ipocrisia che si nasconde dietro una società che, pur professandosi laica, coltiva l’islamofobia e si allea coi neofondamentalisti cattolici.

Sara Farris parla di femonazionalismo per descrivere l’arruolamento delle idee femministe nella retorica delle forze governative neoliberali e dei partiti nazionalisti e conservatori, sotto la bandiera della guerra alle spinte patriarcali dell’Islam e genericamente di tutte le persone che provano a varcare i confini. In questa prospettiva, la dichiarazione della fine del patriarcato del ministro Valditara, dunque, non è un eccesso, né tanto meno un incidente di percorso rispetto a quelle che saranno le politiche sessuali a cui assisteremo nei prossimi anni. Non c’è contraddizione tra l’Europa dei diritti e il veto dell’Italia al riconoscimento dei figli delle coppie omosessuali nati in altri paesi europei, ma è solo un esempio di come la politica delle frontiere non serva tanto a tenere un possibile nemico comune fuori, ma di dare l’illusione che ci sia un plausibile comune all’interno.

Queste due donne, così, rappresentano il volto materno e severo di un’Europa che si tiene unita a fatica e richiede ulteriori sacrifici per far fronte ai crescenti conflitti dentro e fuori le proprie mura. Ma rappresentano anche la debolezza di queste politiche davanti a un movimento femminista che si organizza e che avanza ovunque, imponendo un dibattito e un cambio di direzione per le prossime generazioni.

Dunque, sebbene le destre provino in ogni modo a camuffarsi appropriandosi del dibattito della violenza in chiave securitaria, una giornata come quella del 25 novembre permette di rimettere al centro la lotta contro la violenza sessista chiarendone le posizioni: il patriarcato non è ancora una storia del passato, ma potrà diveltarlo solo quando il femminismo tradirà la fedeltà alla propria storia coloniale e diserterà i privilegi della bianchezza.

Mentre in Italia il corteo di Non Una di Meno sfila con lo slogan «Disarmiamo il patriarcato», anche a Bruxelles la piattaforma Mirabal raccoglie il proprio fronte di alleanze in solidarietà alle donne palestinesi, vittime di ormai comprovati crimini di guerra secondo il Tribunale dell’Aia. Azadeh Moaveni, scrittrice iraniana-statunitense, elabora una riflessione su come il racconto dello stupro, aldilà della prova dei fatti da parte delle istituzioni investigative internazionali, abbia permesso di parlare di protezione di alcune donne, ritenute “nostre” perché più vicine alla cultura europea. Mentre le molestie nei territori occupati non rientrano neanche nei casi in esame da parte delle stesse istituzioni, a causa di una nozione molto restrittiva di cosa sia la violenza sessuale nel diritto internazionale.

Per liberare il femminismo da questo genere di strumentalizzazioni e contro l’economia di guerra europea, questi cortei scendono in piazza per denunciare come continuando ad armare i conflitti, ogni volta che esplode una scuola, un ospedale, oltre alla tragedia delle vite innocenti spezzate, vanno in fumo anche qui servizi, diritti, rifugi, sportelli per la salute e la protezione delle donne e dei loro figli, che non avranno più finanziamento.

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Un collage di volti

Von der Leyen e Meloni rappresentano anche la fotografia della sempre maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro in posizioni di prestigio, grazie a del tempo liberato per la formazione e la carriera. Alla maggiore presenza di donne in posizione di potere non corrisponde una presa in carico pubblica della cura; tantomeno questi governi hanno intenzione di promuovere un radicale cambiamento nella società del carico di questo lavoro costante, ma sempre invisibile e svalutato.

La liberazione del tempo si è resa dunque possibile grazie a una divisione internazionale del lavoro, e pesa sulle spalle di altre donne in condizione di precarietà, che scappano dalla guerra, dalla povertà e dal cambiamento climatico. Sul palco di Bruxelles c’era un manifesto elettorale, di una candidata senza documenti, un collage dei molti volti delle donne che sono in Europa senza permesso e rese vulnerabili dall’irregolarità amministrativa a cui costringe la legge comunitaria sui confini. Sebbene il lavoro di cura rappresenti un bisogno centrale per l’organizzazione della società, scompare in continuazione dal dibattito politico collettivo e non appare neanche incidentalmente in quello di chi ci governa.

La cura e la regolarizzazione potrebbero essere il cuore di un’alleanza femminista transnazionale che deve compattarsi con urgenza contro l’Europa del patto migratorio, che rinforza sui nostri corpi i propri confini, rendendo alcune donne vittime perfette, e altre vittime sacrificabili.

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