Si può chiamare “woke” la polizia delle parole, la gara fra vittime o il marketing della diversità. Ma così si accetta la definizione dei suoi avversari e poi si dimostra che è frivola. Il problema serio comincia quando ci si chiede non solo quanto distribuire, ma a chi le risorse arrivino e quali ostacoli ne alterino il valore
Giuseppe Conte ha concluso il suo intervento su Repubblica sul tema del woke sostenendo che riconoscimento e redistribuzione possono stare insieme. Ma per quasi tutto l’articolo li tiene separati: da una parte identità e conflitti simbolici; dall’altra salari, casa, sanità e diseguaglianze «materiali», la lotta primaria. È il presupposto della discussione italiana: più si guardano le differenze, meno si vede l’eguaglianza. Il presupposto è sbagliato. Lo mostra Naomi Zack, che in Intersectionalit