Mercato rionale, supermercato o box di ortaggi a domicilio? Mai fatto parte di un gruppo d’acquisto? Oggi nelle città è possibile fare la spesa in tanti modi, in qualsiasi momento del giorno e dell’anno. Intanto cambiano le abitudini alimentari: prima della pandemia, il 77 per cento degli italiani affermava di mangiare più o meno abitualmente fuori delle mura domestiche, con circa 13 milioni di persone che dichiaravano almeno quattro pasti a settimana al ristorante o al bar. Il Covid ha stravolto questa dinamica, o almeno l’ha temporaneamente e bruscamente interrotta: è esploso invece il mondo del delivery, con una crescita di fatturato per le piattaforme che organizzano la logistica e l’ingresso obbligato di piccoli esercizi commerciali e ristoranti nel mercato delle consegne a casa. Già prima della pandemia questo trend era evidente, ma durante il Covid il food delivery è letteralmente esploso. Nel 2020, secondo i calcoli dell’Osservatorio e-commerce del Politecnico di Milano, gli acquisti online degli italiani nel settore alimentare hanno raggiunto i 2,9 miliardi di euro con una crescita dell’84 per cento sul 2019. E nel 2021 si prevede un ulteriore salto del più 38 per cento.

Impreparati

La sensazione che resta, al di là dei numeri e dei repentini assestamenti del mercato, è che le più impreparate a rispondere allo shock pandemico siano state proprio le amministrazioni pubbliche. La mancanza di una visione organica e di un “governo” dei sistemi alimentari urbani da parte delle istituzioni locali si è mostrata in tutta la sua evidenza e ha avuto impatti drastici su tutto quel comparto produttivo, dall’agricoltura alla piccola distribuzione, che dipende dalle politiche pubbliche ben più dei supermercati o del sistema delle piattaforme. Due dati più di altri sostanziano questa affermazione: il primo riguarda la grande distribuzione, unica realtà che si organizza su scala più che urbana, in autonomia dalle norme e dalle autorizzazioni delle autorità comunali.

I supermercati hanno visto aumentare la clientela e i fatturati durante il momento di crisi più acuta: un’indagine Nielsen ha registrato nel 2020 una crescita del settore di tre volte superiore rispetto al 2019, con un aumento delle vendite del 4,3 per cento (pari a quattro miliardi di euro di fatturato). Tutti gli altri attori del sistema alimentare, dalle mense scolastiche ai mercati rionali, fino ai negozi di vicinato, hanno dovuto affrontare misure restrittive difficili da sostenere, quando non sono stati proprio costretti a chiudere. L’altro dato è il boom della povertà alimentare, la cui cartina di tornasole sono le richieste di buoni spesa schizzate alle stelle. Abbiamo improvvisamente scoperto che milioni di persone, relegate in prevalenza nelle periferie dei nostri centri urbani, avevano difficoltà a mettere in tavola due pasti al giorno. Per loro il governo ha stanziato 900 milioni di euro tra decreto ristori e decreto sostegni, che i comuni avrebbero dovuto distribuire. Ma le lungaggini burocratiche dovute anche all’organico ridotto all’osso della pubblica amministrazione hanno impedito di tamponare questa enorme ferita socioeconomica per tempo. La cura (parziale e temporanea) è arrivata dal terzo settore, dai volontari e dalla solidarietà dei cittadini, che in una ondata di ritrovato spirito collettivo hanno messo in campo migliaia di iniziative per la distribuzione di pacchi alimentari, recapitati ogni giorno a centinaia di migliaia di famiglie grazie all’autorganizzazione della società civile.

Un piano per il cibo

La domanda è: possiamo fare di meglio? La risposta, come spesso accade, è in un anglicismo: food policy, che potremmo tradurre con “politica del cibo”. Il concetto indica l’approccio al sistema alimentare come a un elemento della pianificazione urbana, proprio come accade per altri settori, dalla mobilità al comparto edilizio.

L’importanza di studiare le “infrastrutture del cibo” e contribuire a plasmarle in base ad obiettivi di sostenibilità ecologica, sociale ed economica si fa strada nelle amministrazioni pubbliche grazie alla spinta dei movimenti sociali e del mondo accademico. Del resto, oltre la metà della della popolazione mondiale vive oggi in ambienti urbani e la tendenza globale è in costante crescita. Secondo le proiezioni dell’Onu, nel 2050 questo numero salirà al 68 per cento. In Italia questa soglia è stata superata già nel 2018 e oggi più del 70 per cento degli italiani vive in contesti urbanizzati. Nella prospettiva in cui la domanda di cibo nelle città sarà sempre maggiore, è divenuto fondamentale pianificare lo sviluppo ecologico dei sistemi alimentari urbani.

Per farlo è necessario porsi delle domande: come connettere più stabilmente le città con le zone rurali circostanti, dove si concentrano le attività agricole? Quali leve di politica pubblica possiedono i comuni e gli altri enti locali per favorire lo sviluppo rurale e potenziare filiere corte, mercati contadini e rionali e incentivare i consumi di prodotti a chilometro zero? Si tratta di interrogativi chiave per rafforzare da un lato l’accesso al mercato dei produttori agricoli di piccola e media scala, in drastico calo nel nostro paese e in Europa, dall’altro per garantire un accesso al cibo locale, biodiverso, fresco e stagionale ai cittadini. Anche a quelli delle periferie, che spesso si configurano come veri e propri “deserti alimentari”, dove le uniche “oasi” sono discount che vendono prodotti a basso costo e di bassa qualità, dove la tracciabilità di filiera e la condizione dei produttori che forniscono la materia prima sarebbe tutta da investigare.

Da Toronto a Roma

In tutto il mondo, negli ultimi anni, le istituzioni locali hanno progressivamente compreso le sfide chiave relative ai sistemi alimentari e hanno aumentato il loro impegno nella programmazione in questo àmbito. Ad esempio, decine di città nel mondo - prevalentemente nei paesi ad alto reddito - hanno posto tra gli obiettivi delle proprie politiche alimentari la riduzione degli sprechi e la valorizzazione dei rifiuti organici. Ci sono poi aree come gli Stati Uniti, dove le politiche del cibo si incentrano con maggior frequenza sul tema della salute pubblica, mettendo in campo iniziative contro l’obesità e le patologie legate alle abitudini alimentari. In Canada invece, a Toronto - città pilota nel campo delle politiche alimentari - si è puntato sul contrasto ai deserti alimentari. L’amministrazione ha favorito lo sviluppo di attività commerciali che vendono cibo sano e di qualità a prezzi accessibili, mappando gli spazi commerciali poco utilizzati e modificando i regolamenti comunali per consentire la valorizzazione di queste aree.

Nelle città dell’America Latina, le food policies sono declinate più esplicitamente in termini di sicurezza alimentare e promozione di sviluppo economico locale, soprattutto attraverso iniziative di sostegno all’agricoltura urbana e familiare. Un esempio viene da Rio de Janeiro dove, dal 2012, una legge garantisce che ogni mercato di produttori dello stato includa, come minimo, il 10 per cento di agricoltori del comune di Rio. Vendendo principalmente prodotti freschi, il circuito rafforza e favorisce l’agricoltura sostenibile su piccola scala e a basso impatto ambientale in tutto lo stato di Rio, portando cibo sano e locale nell’area urbana, direttamente dall’azienda agricola alla tavola, a prezzi equi e con continuità.

In Italia è Milano l’apripista: dal 2015, anno di Expo, il comune ha adottato una sua politica del cibo, delegando la vice sindaca Anna Scavuzzo e istituendo un ufficio dedicato, da cui partono iniziative, bandi e progetti. In altre città si vedono embrioni di iniziative simili, ma nell’ultimo anno è Roma ad aver fatto un importante passo avanti. Una rete di organizzazioni, tra cui Terra!, ha dato vita a una proposta dal basso, spingendo il Consiglio comunale, lo scorso aprile, ad adottare una delibera che impegna l’amministrazione a dotarsi di una food policy e di farlo negoziando le misure da adottare con le realtà della società civile in uno spazio istituzionale dedicato. Si tratta di una innovazione di processo, quantomeno in Europa: non più una pianificazione “dall’alto”, ma una proposta che viene “dal basso”. Ambientalisti, realtà sociali e reti dell’economia solidale, cooperative agricole e professionisti sono uniti nel portare avanti una proposta non solo di metodo, ma anche di merito: le proposte per migliorare il sistema alimentare in quello che è il comune agricolo più grande d’Italia vanno dal coinvolgimento degli agricoltori diretti nei mercati rionali a nuovi bandi sulle terre pubbliche incolte per i giovani agricoltori, in modo da farle tornare produttive e favorire l’occupazione. Non solo: una chiave importante è anche l’uso degli appalti pubblici per favorire l’approvvigionamento di cibo locale e stagionale nelle mense scolastiche, offrendo un mercato sicuro e protetto ai produttori del territorio.

Lezioni per il futuro

Comprendere la complessità delle sfide che riguardano i sistemi alimentari è il primo passo per attivare risposte pubbliche. Le food policies rispondono a questa esigenza perché esse rappresentano una strategia complessiva che le istituzioni locali possono mettere in atto per migliorare le connessioni tra le città e le campagne, affrontare le disuguaglianze e sostenere le produzioni agricole virtuose. In Italia, le politiche locali del cibo possono giocare un ruolo di pianificazione economica, inserendosi nel percorso di rilocalizzazione dei sistemi produttivi e dei consumi da più parti invocata in risposta ai ripetuti shock del mercato internazionale. Si tratta quindi di politiche chiave per la transizione ecologica del sistema alimentare, da connettere alle strategie più generali come il Green Deal europeo e la strategia Farm to Fork. L’urto della pandemia ha forse contribuito ad accendere un faro sull’importanza della pianificazione urbana, con le diseguaglianze finite ancor più al centro del dibattito pubblico, specialmente per quanto riguarda la povertà alimentare. Ed è forse proprio alla luce di un diritto al cibo gravemente violato, che si possono trovare le ragioni e le forze per tradurre le necessità in azioni.


 

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