Gli scandali della magistratura italiana sembrano non avere fine. La procura di Roma ha infatti iscritto nel registro degli indagati il ​​presidente del Consiglio di stato, Filippo Patroni Griffi. Ex ministro del tempo del governo Monti, il capo del più importante organo della giustizia amministrativa è indagato per induzione indebita «a dare o promettere utilità». Perché nel 2017, quando era presidente della quarta sezione di palazzo Spada, avrebbe indotto l'avvocato Piero Amara (indagato con la stessa ipotesi di reato) a non licenziare Giada Giraldi, un'amica dell'alto magistrato.

Esperta in relazioni istituzionali, Giraldi sarebbe stata assunta tempo prima in un'azienda di Amara, la Da.gi srl. Amara le avrebbe fatto un contratto da circa 4-5mila euro al mese, dopo una raccomandazione arrivata da un suo socio in affari, Fabrizio Centofanti, imprenditore finito sui giornali celebre perché accusato di aver corrotto il pm Luca Palamara. Secondo i pm, però, sarebbe stato proprio Patroni Griffi a sollecitare Centofanti affinché trovasse un posto di lavoro alla ragazza.

I prodromi della vicenda sono stati anticipati da Domani lo scorso gennaio.

L'inchiesta dei pm Rosalia Affinito, Fabrizio Tucci e Gennaro Varone prende infatti il ​​via dopo un duro scontro tra Patroni Griffi e un consigliere del Tar, Dauno Trebastoni. Quest'ultimo, che è indagato per corruzione a Catania e rischiava di essere sospeso in via cautelativa dal servizio dal consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, non ci sta a passare per l'unico “cattivo” di turno. Così prende carta e penna e lo scorso 15 dicembre manda «un'istanza di astensione e/o ricusazione di Patroni Griffi». Trebastoni, che non nega di conoscere bene sia Amara sia l'amico-socio Giuseppe Calafiore, ma afferma che anche Patroni Griffi «ha intrattenuto rapporti con Amara e Calafiore, dai quali egli avrebbe “preteso” l'assunzione di racconto Giada Giraldi».

Un'affermazione avvalorata da alcune dichiarazioni che Amara rilascia all'avvocato di Trebastoni, in cui Amara conferma le pressioni: «Nel 2017 venne a cercarmi lui, e pretese da me che continuassi a far lavorare una giovane donna con la quale aveva una relazione, tale Giada Giraldi, che sapeva io conoscevo. Tale richiesta mi venne formulata nei pressi del ristorante di Roma che si trova vicino al mio studio, alla presenza dell'avvocato Calafiore». Secondo Amara, Giraldi lavorò per lui «per tutto il 2017 come addetto alle relazioni esterne, che in realtà non ha mai svolto ma per le quali è stata pagata 4-5mila euro al mese».

Le nuove accuse

È noto che, avuto notizia dell'istanza di Trebastoni, Patroni Griffi ha subito depositato un esposto per calunnia e diffamazione aggravata ai magistrati romani. In pochi sanno invece che, a causa dell’istanza contro di lui, Patroni Griffi si è dovuto astenere dal voto sulla sospensione del magistrato del Tar: nell’organo collegiale è così finita 7 a 7, un pareggio che permette oggi a Trebastoni di essere ancora regolarmente in servizio. Gli amici dell’ex ministro parlano oggi di una beffa: «Trebastoni, che è indagato per corruzione, ha costretto con una bugia il presidente ad astenersi, e così si è salvato da un voto che con lui nel consiglio sarebbe stato probabilmente sfavorevole».

Torniamo negli uffici guidati da Michele Prestipino. I pm romani, appena ricevuto l’esposto, hanno cominciato a indagare per capire chi mentiva tra Amara (le cui dichiarazioni a Perugia hanno da poco peggiorato la posizione di Palamara, indagato adesso anche per corruzione in atti giudiziari) e il magistrato.

L'inchiesta è andata avanti per qualche mese. Se Patroni Griffi non sembra essere stato ancora sentito, sono stati ascoltati altri protagonisti della vicenda. Soprattutto, sarebbero stati trovati alcuni, seppur parziali, riscontri al racconto di Amara. In primis, alcuni testimoni hanno confermato come anni fa Patroni Griffi, durante un evento mondano a cui era andato insieme alla Giraldi, avrebbe chiesto a Centofanti (incontrato lì per caso) se era interessato ad assumere la ragazza. Non è tutto: in mezzo ad alcune carte sequestrate nel 2016 e 2017 dalla Guardia di finanza al lobbista (a processo da tempo a Roma per false fatturazioni), gli investigatori hanno trovato una bozza di un contratto di assunzione che Centofanti aveva preparato per Giraldi. Ingaggio poi saltato per motivi non chiari.

Fin qui la vicenda non sembra avere profili penali. È il racconto del presunto incontro presso il ristorante Gusto a piazza Augusto Imperatore fatto da Amara e Calafiore che - fosse veritiero - creerebbe più di un imbarazzo al presidente. Che oggi nega non solo fatto alcuna pressione, ma perfino di aver mai incontrato i due avvocati siciliani. «Ovviamente non posso escludere» ha detto ai colleghi del Consiglio di stato «che qualcuno possa avermeli presentati di sfuggita in un ristorante o in altro luogo, ma nessuna conoscenza diretta o frequentazione c'è mai stata, figuriamoci l'appuntamento improvvisato di cui parlano».

Ma per quale motivo Amara, che voleva liberarsi di Giraldi, avrebbe dovuto sottostare alle presunte richieste di Patroni Griffi che «pretese» da Amara di recedere dal licenziamento? E perché ha raccontato sia ai pm sia al suo amico Trebastoni la faccenda del presunto rendez-vous con Patroni Griffi, rischiando - com'è accaduto - una nuova incriminazione per induzione indebita, un nuovo reato introdotto nel 2013 che punisce sia il pubblico ufficiale che si macchia di una concussione più leggera di quella classica sia il destinatario che accetta le pressioni per ottenere un indebito vantaggio?

Difficile dirlo per adesso. Amara, condannato in passato per alcune compravendite di sentenze amministrative, dice di aver mantenuto Giraldi al suo posto per non dispiacere un influente presidente di sezione del Consiglio di stato. Un favore fatto, insomma, per usare quando possibile la “funzione” ricoperta dall’ex ministro. Ma i magistrati che hanno iscritto i due nel registro degli indagati vanno oltre, ipotizzando che il do ut des tra i due sia legato a un contenzioso specifico tra due aziende, ossia la Gemmo srl e la Exitone, quest'ultima società di Ezio Bigotti di cui Amara è stato avvocato per anni. Ebbene, all'epoca dei fatti Patroni Griffi era - secondo i pm - presidente della quarta sezione, lo stesso dove era stato assegnato un ricorso per revocazione presentato dalla Gemmo contro Exitone, rappresentata in giudizio da Amara in persona.

«È una calunnia»

L'ipotesi accusatoria è tutta da verificare. Non solo perché Amara lasciò a un certo punto l'incarico perché sostituito da altri legali. Ma pure perché, si chiarisce negli uffici di palazzo Spada, «al netto della vicenda Gemmo ci risulta che almeno una sentenza di un collegio presieduto da Patroni Griffi accolto abbia una revocazione contro Exitone, annullando una precedente deliberazione del Consiglio di stato che era stata emessa da un altro collegio presieduto da Ricardo Virgilio». Cioè un magistrato amico di Amara finito nella polvere con l'accusa di essersi fatto corrompere dall'avvocato.

Per l’accusa, al di là delle nuove testimonianze e indizi, restano comunque centrali le affermazione di Amara e Calafiore. Da parte sua, la Giraldi ha negato non solo di essere mai stata amante del magistrato, ma anche di essere mai stata da lui raccomandata. In pratica, avrebbe trovato lavoro alla Da.gi grazie alle sue sole forze e capacità.

I pm vanno coi piedi di piombo. Per adesso, però, sembrano dare qualche credito alle parole di Amara. Fosse confermata l’accusa Patroni Griffi rischierebbe un processo assai delicato, quando manca ancora un anno alla fine del suo mandato al Consiglio di stato. In caso contrario, se le ipotesi di reato venissero archiviate, potrebbe essere Amara a finire indagato come calunniatore.

Di certo l'iscrizione è un duro colpo al Consiglio di stato. Che - paradossalmente - dovrà presto esprimersi in merito al ricorso del Csm in merito alla nomina del capo della procura romana Michele Prestipino, bocciata dal Tar del Lazio che ha accolto l'istanza del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e il procuratore di Palermo Franco Lo Voi. Sul caso Patroni Griffi, così, Prestipino ha mandato una lettera al procuratore generale, per formalizzare la sua astensione in merito al procedimento. Il conflitto in caso contrario sarebbe stato evidente. 

 

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