Se n’è andata a 71 anni una giornalista di grande classe, che ha raccontato le vicende della politica e del centrosinistra con serietà, ironia, e intelligenza profonda. Era anche una scrittrice di razza, Arrivammo a destinazione il suo ultimo romanzo
Giovanna Casadio era una signora del giornalismo italiano. Una signora, semplicemente, dicono oggi i suoi colleghi «una gentildonna»: non inventava notizie, le trovava, non le esagerava, le verificava, le capiva, e infine le spiegava per il suo giornale, Repubblica, con quel tocco di classe nella prosa – e di ironia – che solo le persone per bene possono avere: pensava bene, aveva i fondamentali di questo mestiere, valori e tecnica, solidamente radicati al loro posto. E per questo scriveva bene.
Con garbo, senza spocchia – poteva permettersi un po’ di presunzione professionale, non se la permetteva – con l’eleganza naturale di siciliana a Roma, ha raccontato le vicende del centrosinistra degli ultimi trent'anni. Che non sono state solo quelle tormentate degli ultimi tempi amari ma anche quelle più gloriose e popolari dei decenni precedenti. Le ha raccontate sempre con lo stesso tratto, con la stessa ironia bonaria nella buona e nella cattiva sorte, che non era distacco, tanto meno scherno.
Una signora così non poteva che essere convocata dagli editori a scrivere di altre signore. E così sono nati il suo libro con la cattolica democratica Rosy Bindi (Quel che è di Cesare, 2009) e quello con la radicale Emma Bonino (I doveri della libertà, 2011). Conversazioni serie, che coglievano i punti politici, e non concedevano molto al colore. Ma comunque andavano a fondo dell’umanità delle due interlocutrici. Perché Giovanna era una donna gentile, riservata ma acutissima nell’intelligenza delle persone che aveva davanti. Scopriva simulatori e dissimulatori – specialità della casa qui a Montecitorio da dove scrivo queste poche righe – li trafiggeva con un sorriso allegro ma mite, mai arrogante neanche con gli arroganti, mai indifferente: ma non la fregavano.
Faceva pezzi “scritti” – nell’idiozia del gergo professionale si intende ben scritti – anche quando doveva dare poche scarne notizie. Ma poi ci siamo accorte e accorti che aveva una scrittura sontuosamente siciliana, piena di riflessi e sfumature, e profondissima, con i suoi romanzi. Incantevoli saghe familiari, principiate dalla sua Trapani, dalle sue stanze dello scirocco, in Dove si guarda è quello che siamo, 2018. E il suo ultimo, Arrivammo a destinazione, pubblicato lo scorso anno: ancora un racconto di generazioni, di Sicilia e di immigrazione, di guerra, di povertà e poveri cristi, di sogni ereditati di madre in figlia in nipote.
L’ha scritto che già lottava con la malattia. Forse sapendo che stava arrivando a destinazione ma preoccupandosi di non raccontarlo troppo agli amici e alle amiche, per generosità, per amicizia. Intanto continuava a scrivere anche per il suo giornale. Con la passione e la curiosità di sempre. Un esempio prezioso e bellissimo per la sua famiglia, per i suoi figli, per la sua redazione, per noi che qui alla Sala Stampa abbiamo perso una collega di grandissima qualità, abbiamo perso una certezza.
© Riproduzione riservata


