«Per i grillini della prima generazione Beppe era Dio, quelli di oggi non l’hanno nemmeno mai conosciuto». Nella frase di un ex parlamentare della prima ora c’è la sintesi di tutta la parabola del Movimento 5 stelle e del suo difficile rapporto con il fondatore, passato più volte dal ruolo di Crono (la divinità che uccide i propri figli) a quello di padre quasi amorevole.

La distanza ormai abissale tra il partito e il comico è emersa chiaramente nell’ospitata di Grillo da Fabio Fazio, platealmente ignorata dal M5s. Solo poche ore prima della diretta Giuseppe Conte arringava l’assemblea pentastellata del Lazio. Durante e dopo Che tempo che fa nessuno ha voluto commentare le parole di Grillo. Lunedì l’ex premier, in un post sui social, è tornato sulla manifestazione in cui ha annunciato una contromanovra economica, senza proferire parola sull’intervento del fondatore in televisione.

A farlo è stata invece la senatrice leghista Giulia Bongiorno, chiamata in causa per il suo conflitto d’interessi nella vicenda processuale che vede coinvolto il figlio del comico («fa i comizietti davanti ai tribunali»). La «sofferenza della ragazza è stata trasformata da Grillo in una farsa inserendola in uno show. Questo è gravissimo», la replica della presidente della commissione Giustizia di palazzo Madama che difende la ragazza che ha denunciato Ciro Grillo per stupro.

Ma Grillo non è stato generoso neanche nei confronti di Conte: le sue battute di domenica si vanno a sommare ad altre frecciate che gli ha dedicato in passato. Solo due anni fa, il fondatore stava per togliere tutto all’ex presidente del Consiglio che aveva appena scelto come leader in pectore. All’epoca Grillo rivendicava la proprietà del simbolo del Movimento – che detiene anche oggi – e accusava Conte di non avere visione.

L’ex “avvocato del popolo”, da parte sua, aveva spiegato pubblicamente di non essere disposto a sottostare ai dettami del comico. Improvvisa come la rottura, pochi giorni dopo era arrivata una (almeno apparente) riconciliazione con un pranzo sul mare. Oggi in molti considerano quella come la data in cui Grillo ha deciso di prendere le distanze dalla sua creatura: da allora si è ritirato sempre di più dalla vita di partito, lasciando la linea politica a Conte, come effettivamente prevede il suo «statuto seicentesco», come l’aveva ribattezzato il fondatore del Movimento.

Prendere le distanze

Complici le vicende personali che riguardano il procedimento giudiziario nei confronti di suo figlio, Grillo ha limitato parecchio le visite ai parlamentari che prima faceva con una certa frequenza: di qui anche la distanza affettiva dalle nuove generazioni di deputati e senatori, che vivono il garante più come una bomba a orologeria e – soprattutto – un costo.

L’ospitata di domenica lo dimostra: nessuno del quartier generale era stato avvertito della decisione di Grillo di accettare l’invito e, a ridosso dell’intervista, il timore per quel che avrebbe detto il comico era altissimo. Dopo il suo ultimo intervento, quello sulle «brigate di cittadinanza» alla manifestazione di giugno, era scoppiato un putiferio: la preoccupazione condivisa era che, anche stavolta, Conte e il gruppo dirigente avrebbero dovuto correre ai riparti.

In realtà, Grillo ha condiviso solo pochi retroscena politici del passato, insistendo molto di più sulle sue intuizioni tecnologiche e sociologiche per il futuro: tanto di guadagnato per Conte, che avrà sudato freddo ma dalla sua ha la gestione dei flussi finanziari che a oggi rappresentano una delle entrate principali di Grillo.

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Il comico continua ad avere una consulenza da 300mila euro l’anno finanziata anche dalle restituzioni dei parlamentari, a cui invece restituisce ben poco. L’ex premier riesce a giustificare con i suoi il meccanismo con le regole dettate dal delicato equilibrio determinato dallo statuto: la situazione è uno stallo da film western, con Conte che maneggia i soldi e Grillo che come garanzia mantiene la disponibilità del simbolo. Ma con la certezza di un flusso costante di denaro cala anche l’interesse di Grillo a intromettersi nelle questioni interne del Movimento.

Lontanissima poi, anche grazie agli arabeschi giuridici inseriti dall’avvocato nello statuto, la possibilità di strappare a Conte il timone del partito: per sfiduciarlo ci vuole una decisione all’unanimità del comitato di garanzia – eletto a partire da una rosa di candidati proposta dal garante – che va confermata da un voto online. Una battaglia persa in partenza, considerato il gradimento, ancora molto alto, dell’avvocato nell’elettorato M5s.

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