Nel 2022 quando Enrico Letta scelse intenzionalmente di consegnare il pallone a Giorgia Meloni e farle giocare da sola la partita delle elezioni politiche (ritenendo un governo di destra meno dannoso di un’alleanza con il M5s) il centro-destra prese poco più di 12 milioni di voti.

Nel recente referendum, i voti a favore della riforma sono stati esattamente gli stessi, nonostante un’affluenza inferiore di cinque punti percentuali. So bene che paragonare i voti referendari con quelli politici è come confondere le mele con le pere, però la tendenza mi pare evidente: lo stesso numero di elettori che quattro anni fa votarono centro destra hanno ora votato sì.

Perché ricordo questo dato? Non certo per rovinare la festa di questi giorni. Il mio intento è il contrario: dimostrare che sia il mito dell’invincibilità di Meloni sia il frettoloso giudizio sulla sua crisi irreversibile sono privi di fondamento.

Ancora forte

La straripante forza parlamentare del governo Meloni non è mai stata l’effetto di una grande investitura popolare, ma piuttosto il risultato di una partita giocata senza avversari. Quei 12 milioni di voti non erano un risultato quantitativamente esaltante (Silvio Berlusconi era arrivato a prenderne, nel 2008, quasi 20), ma rappresentavano semplicemente lo zoccolo duro di elettori fidelizzati. Aver confuso in questi anni la forza parlamentare con quella popolare non ci ha permesso probabilmente di vedere come, nonostante tutto, non c’è mai stata alcuna investitura popolare per il centro destra.

Allo stesso modo, farsi prendere dall’euforia sostenendo che il risultato di questo referendum segni la fine politica di Meloni mi pare illusorio. La crisi del centro destra non è affatto un’evidenza del presente, ma un compito del futuro.

Non è improbabile che il centro destra prenda, alle prossime elezioni, gli stessi voti che ha preso nel 2022 e che rappresentano lo zoccolo duro dei suoi elettori. Imparare la lezione del referendum vuol dire allora non affidarci al declino del centro destra, ma alla nostra capacità di attrarre quei due milioni di voti che, sottratti all’astensionismo, hanno fatto la differenza.

Il mistero dei due milioni. Potrebbe essere il titolo del nuovo giallo che l’opposizione deve essere in grado di risolvere. Di essi sappiamo molto: sono prevalentemente giovani, vivono nelle periferie delle città (non nelle ztl), soprattutto non sono mossi da appartenenze politiche ma da un istintivo senso di autodifesa di fronte all’autoritarismo che minaccia la democrazia.

Appropriazione

Il rischio da scongiurare è che, con la stessa velocità con cui si sono palesati, possano di nuovo nascondersi nel sottobosco dell’astensionismo. Scongiurare questo pericolo, cioè saper trasformare il dato referendario in fiducia politica, richiede un supplemento di lucidità da parte delle classi dirigenti. I primi segnali non mi sembrano incoraggianti. Faccio solo due esempi.

A spoglio non ancora chiuso ho ascoltato la dichiarazione trionfante del segretario di un partito del centro sinistra: «Ormai siamo maggioritari nel paese». Il primo pensiero sensato che gli è venuto è quello di appropriarsi dei due milioni di voti. Non ringraziarli, non riconoscerne l’alterità e impegnarsi per esserne all’altezza. Siccome quei due milioni di votanti hanno espresso la loro preferenza per il no, è evidente che noi – il centrosinistra che finora li ha fatti scappare – siamo la maggioranza del paese.

Se c’è un modo per perdere quei due milioni di voti è strumentalizzarli. Invertendo la logica della rappresentanza: non sono più i rappresentati che scelgono i rappresentanti, ma i rappresentanti che si scelgono e si appropriano dei rappresentati, senza nemmeno chiedere loro permesso. Per ottenere fiducia, bisogna innanzitutto offrire rispetto. Quei due milioni di voti non hanno dato una delega in bianco all’attuale centro sinistra, al massimo hanno offerto una timida dichiarazione di interesse.

Sull’altro esempio è stato già scritto. È mai possibile che pochi istanti dopo la certezza della vittoria – con la tempestività di un avvoltoio – l’unica urgenza di Giuseppe Conte è candidarsi alle primarie? Come se decenni in cui il centro sinistra ha cercato di coprirsi gli occhi dinanzi alle proprie carenze programmatiche e culturali attraverso una infinita discussione sui nomi e sui capi non fossero serviti assolutamente a nulla.

Siamo di nuovo e sempre al punto di partenza: gruppi dirigenti che si contendono il potere e non mostrano alcuno sforzo per chiarirsi tra loro rispetto all’idea di società che vorrebbero rappresentare. Un vuoto di politica riempito dalla saturazione di improbabili personaggi politici. Il rispetto dovuto a quei due milioni di voti è non costringerli per l’ennesima volta a votare solo per evitare il peggio, ma concedergli la speranza di immaginare finalmente qualcosa di meglio.

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