Il giudizio del servizio del bilancio del Senato sull’autonomia differenziata resta negativo. L’analisi sul disegno di legge di Roberto Calderoli, pubblicata lo scorso maggio, non è stata modificata di una virgola, nonostante siano trascorsi quasi quattro mesi dalla prima versione.

Sul sito di Palazzo Madama è tuttora a disposizione il documento che esprime le perplessità sull’eventuale applicazione della riforma. Spicca in particolare l’allarme dei tecnici di Palazzo Madama per le regioni più povere che «potrebbero avere maggiori difficoltà ad acquisire le funzioni aggiuntive». Insomma, nei casi di «bassi livelli di tributi erariali maturati nel territorio regionale» si rischia il taglio dei servizi che coinvolgerebbe, inevitabilmente, le regioni del Sud, che hanno i conti più in affanno.

Bozza perpetua

Quando il documento fu diffuso sul profilo Linkedin di Palazzo Madama, scoppiò un putiferio proprio per i rilievi messi nero su bianco.

Il dossier fu cancellato, salvo riapparire dopo poche ore in seguito alle proteste delle opposizioni che denunciavano una «censura». Per salvare le apparenze si fece ricorso alla poco istituzionale dicitura di «bozza provvisoria non verificata» apposta sul frontespizio del dossier. Palazzo Madama corse ulteriormente ai ripari, parlando di un testo «diffuso per sbaglio». Un errore o poco più, che a Calderoli suonò però come una trappola: nella Lega si diffuse la convinzione di un agguato, della manina che si celava dietro l’operazione.

Solo che, segnalano fonti del Senato a Domani, non c’è stato alcun aggiornamento del documento, nessuna versione definitiva che smentisse quella precedente. E l’evidenza va in una precisa direzione: il contenuto del dossier non è affatto frutto di una stesura dal “sen fuggita”, come è stato raccontato, ma la conseguenza di una valutazione puntuale.

Ma cosa sosteneva quello studio? Le criticità elencate erano varie: «Nel caso di un consistente numero di funzioni oggetto di trasferimento potrebbe profilarsi l’eventualità di una incapienza delle compartecipazioni regionali sui tributi statali», scrivevano i tecnici.

Un ragionamento traducibile con l’impossibilità a far fronte alle esigenze dei cittadini. Ma soprattutto la disamina smontava la narrazione di una riforma a impatto zero sulle casse statali: gli «effetti onerosi potranno concretizzarsi al momento della determinazione dei relativi livelli essenziali delle prestazioni (lep) concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale», si legge nel testo.

E ancora: «Ulteriori effetti onerosi potrebbero inoltre derivare nella fase successiva alla determinazione dei lep, in sede di verifica su specifici profili o settori di attività oggetto dell'intesa con riferimento alla garanzia del raggiungimento dei livelli essenziali delle prestazioni, nonché in sede di monitoraggio degli stessi». Da qui la richiesta di un «chiarimento» sul trasferimento delle competenze previste dalla riforma, destinata nei prossimi mesi a essere il fronte caldo dello scontro tra Lega e Fratelli d’Italia.

Ottimismo e prudenza

Il ministro degli affari regionali e le autonomie, Roberto Calderoli, continua a fare professione di ottimismo. Ancora ieri ha sostenuto che «l’accordo nella maggioranza regge» e anzi «si sta anche allargando a una parte dell'opposizione. Questa è una cosa molto positiva». Il clima non è, però, così idilliaco: Fratelli d’Italia conserva un’ampia dose di scetticismo sulla riforma, invitando alla «prudenza», attraverso il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. «Le cose vanno fatte bene», è la presa di posizione del dirigente di Fdi che trova ampia convergenza nel partito. Mentre dalle opposizioni il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, ha annunciato «battaglia» a tutto campo. Per questo, ha affermato l’ex presidente del Consiglio, «abbiamo già chiesto un'indagine sugli effetti finanziari del progetto Calderoli».

Matteo Salvini ha però la necessità politica di portare a casa l’autonomia differenziata almeno prima delle Europee del 2024: è uno scalpo da consegnare agli elettori del Nord, una questione di vita o di morte politica. «Sarà realtà entro il 2023», ha infatti ripetuto il vicepremier in ogni intervento pubblico da inizio anno a oggi. Ma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che a parole ha promesso il via libera alla riforma, deve fare i conti con gli effetti collaterali: il malcontento nel Mezzogiorno, che resta una roccaforte di consenso per il suo partito. E della base della destra storica del paese, da sempre nazionalista e contraria – anche da un punto di vista ideologico – a autonomie locali troppo spinte.

 

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